Andare in pensione a 60 anni? Si può, lo consente la stessa legge Fornero. Ma attenzione a una scadenza molto importante: novembre 2026.
Anche nel 2026 è possibile andare in pensione con un anticipo significativo rispetto ai 67 anni previsti per l’opzione di vecchiaia dalla legge Fornero. Si tratta però di un’uscita che non dipende solo dal lavoratore: è necessario l’accordo con l’azienda, che deve farsi carico interamente dei costi dell’operazione.
Nel dettaglio, a consentire l’anticipo fino a un massimo di 7 anni è l’isopensione, uno scivolo pensionistico che accompagna il lavoratore fino al raggiungimento dei requisiti previsti dalla normativa, garantendo un assegno economico e la copertura contributiva per tutto il periodo. È uno strumento introdotto proprio dalla riforma Fornero che, accanto all’innalzamento dell’età pensionabile, ha previsto alcune soluzioni per gestire le uscite anticipate, seppur limitate a una platea ristretta.
Non è però una misura diffusa: nella maggior parte dei casi le aziende non sono disposte a sostenere un costo così elevato. Diverso è quando si inserisce in piani di riorganizzazione o di ricambio generazionale, contesti in cui l’isopensione può diventare una leva utile per conciliare le esigenze aziendali con quelle dei lavoratori a fine carriera.
C’è però una scadenza da non sottovalutare: il 30 novembre 2026. Una data che può fare la differenza, perché da essa dipende la possibilità di sfruttare al massimo il periodo di anticipo previsto dalla normativa.
Cos’è l’isopensione
Come anticipato, l’isopensione è uno strumento di uscita anticipata dal lavoro introdotto dalla riforma Fornero che consente alle aziende, in presenza di eccedenze di personale, di accompagnare i lavoratori più vicini alla pensione fino al raggiungimento dei requisiti previsti dalla normativa. Si tratta, in sostanza, di uno “scivolo pensionistico” riservato ai dipendenti di imprese con più di 15 addetti, attivabile solo attraverso un accordo con le organizzazioni sindacali.
Il meccanismo prevede che sia l’azienda a sostenere interamente il costo dell’operazione: da un lato finanziando un assegno mensile, erogato dall’Inps ma di importo pari alla pensione maturata al momento dell’uscita; dall’altro versando la contribuzione figurativa necessaria a coprire il periodo che separa il lavoratore dalla pensione effettiva, così che il dipendente non subisca penalizzazioni sull’assegno finale.
Quanto spetta di pensione con l’isopensione
L’importo dell’isopensione è sostanzialmente allineato alla pensione che il lavoratore avrebbe maturato al momento della cessazione del rapporto di lavoro. In altre parole, l’assegno mensile corrisposto durante lo scivolo è pari al trattamento pensionistico calcolato secondo le regole vigenti al momento dell’uscita.
C’è però un aspetto da considerare: l’importo dell’isopensione è generalmente leggermente inferiore rispetto alla pensione definitiva. Questo perché nel calcolo dell’assegno non vengono inclusi i contributi figurativi che l’azienda continua a versare durante il periodo di esodo. Tali contributi serviranno ad aumentare l’importo della pensione che sarà liquidata al termine dell’isopensione, ma non incidono sull’assegno percepito nel frattempo.
Di conseguenza, durante lo scivolo il lavoratore percepisce una somma che può risultare più bassa sia dell’ultima retribuzione sia della pensione futura.
L’assegno viene erogato per 13 mensilità (a differenza dell’Ape Sociale), è soggetto a tassazione ordinaria e non prevede alcune voci accessorie tipiche della pensione, come la perequazione automatica all’inflazione o gli assegni per il nucleo familiare. Inoltre, non sono applicabili trattenute, ad esempio per cessione del quinto o per operazioni di riscatto e ricongiunzione, che devono quindi essere definite prima dell’accesso alla prestazione.
Perché è importante il 30 novembre 2026
Il 30 novembre 2026 è una data chiave perché rappresenta, di fatto, il termine ultimo entro cui deve cessare il rapporto di lavoro per poter sfruttare al massimo lo scivolo dell’isopensione nella sua versione estesa fino a 7 anni, con la possibilità quindi di smettere di lavorare già a 60 anni di età.
La normativa, infatti, consente questo anticipo solo in via temporanea fino al 31 dicembre 2026. Ciò significa che, per rientrare pienamente nella finestra dei 7 anni, l’uscita deve essere pianificata entro quella scadenza: anche uno slittamento di pochi giorni può ridurre il periodo di anticipo disponibile oppure, nei casi più estremi, impedire l’accesso alle condizioni più favorevoli.
Cosa deve fare il lavoratore
Il primo passaggio è l’accordo tra datore di lavoro e organizzazioni sindacali, all’interno del quale vengono individuati i dipendenti in esubero che possono aderire allo scivolo.
Una volta definito l’accordo, il lavoratore è chiamato a scegliere se aderire o meno: si tratta quindi di una decisione volontaria, anche se spesso accompagnata da incentivi economici. È fondamentale, in questa fase, verificare di essere in possesso dei requisiti, ossia che il raggiungimento della pensione - di vecchiaia o anticipata - avvenga entro il periodo massimo previsto (oggi fino a 7 anni).
Dopo l’adesione, sarà l’azienda a gestire i passaggi operativi con l’Inps, inclusa la presentazione della domanda e la garanzia finanziaria tramite fideiussione. Il lavoratore, quindi, non deve occuparsi della procedura amministrativa vera e propria, ma deve assicurarsi che la propria posizione contributiva sia corretta e aggiornata, così da evitare problemi nella verifica dei requisiti da parte dell’Istituto.
Infine, c’è un passaggio da non trascurare: al termine del periodo di isopensione, non è previsto il passaggio automatico alla pensione. Il lavoratore dovrà quindi presentare domanda di pensione all’Inps nei tempi previsti, per evitare interruzioni tra la fine dell’assegno di esodo e l’inizio della pensione definitiva.
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