Andare in pensione nel 2023, a che età e con quanti contributi: cosa cambia con il “ritorno” della Fornero

Simone Micocci

4 Luglio 2022 - 17:21

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A quanti anni andremo in pensione nel 2023? E con quanti contributi? È vero che se ritorna la riforma Fornero si smetterà di lavorare più tardi? Ecco cosa succederà davvero il prossimo anno.

Andare in pensione nel 2023, a che età e con quanti contributi: cosa cambia con il “ritorno” della Fornero

Nel 2023 ci sarà il ritorno della legge Fornero e quindi si andrà in pensione più tardi”; quante volte, specialmente nelle ultime settimane, abbiamo letto queste affermazioni.

Eppure, va detto che - come vedremo in questa guida dedicata - qualora il Governo Draghi dovesse decidere di non procedere con una riforma delle pensioni non ci sarebbero comunque novità rispetto a quanto avviene oggi per quel che riguarda le regole per il collocamento in quiescenza.

In poche parole: si andrà in pensione nel 2023 con le stesse regole, sia per quanto riguarda l’età anagrafica che per gli anni di contributi, in vigore nel 2022 (di cui abbiamo parlato in questa guida).

Non bisogna preoccuparsi, dunque, quando si leggono le dichiarazioni allarmistiche rilasciate da una parte della stampa o dagli stessi esponenti politici: il prossimo anno non è in programma un innalzamento dell’età pensionabile, né tantomeno saranno richiesti più anni di contributi per smettere di lavorare.

Anzi, il rischio c’era - ma non era dovuto a un fantomatico ritorno della legge Fornero - ed è stato scongiurato a causa del Covid.

Come andare in pensione: il contesto normativo

Le regole per l’accesso alla pensione - nel 2023 come nel 2022 e negli anni precedenti - sono quelle dettate dalla cosiddetta riforma Fornero, attuata con la legge di Bilancio del 2012 (decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 335).

Questa riforma ha disciplinato le regole per l’accesso alla pensione di vecchiaia, uniformandole per uomini e donne, come pure per la pensione anticipata, stabilendo inoltre che l’età pensionabile ogni due anni dovrà tener conto dell’andamento delle speranze di vita.

Ci sono poi delle alternative alle forme di accesso alla pensione come decise nel 2011: ad esempio tra il 2019 e il 2021 c’è stata Quota 100, mentre oggi c’è Quota 102. E ancora, Ape Sociale e Opzione Donna, tutte misure che garantiscono una maggiore flessibilità in uscita.

Nel 2023 continueranno a valere le regole dettate dalla Fornero, quindi non ci saranno variazioni per età e contributi richiesti per l’accesso alle pensioni di vecchiaia o anticipate.

Resta da capire quali saranno, e se ci saranno, misure alternative alla Fornero. I sindacati continuano a fare pressione affinché il Governo mantenga le promesse fatte prima dell’approvazione dell’ultima legge di Bilancio, rendendo più flessibile il sistema pensionistico italiano, ma da parte dell’Esecutivo le priorità sembrano essere altre.

Per il momento, dunque, è ancora difficile rispondere alla domanda su cosa può succedere sul fronte pensioni, per questo motivo nel proseguo dell’articolo ci concentreremo sulle certezze.

Perché nel 2023 non aumenta l’età per andare in pensione

In realtà è un rischio che abbiamo corso. Come anticipato nel paragrafo precedente, infatti, il sistema delineato dalla riforma del 2011 stabilisce che ogni due anni i requisiti di accesso alla pensione debbano essere adeguati all’andamento delle aspettative di vita.

Ciò significa che se si vive più anni si andrà anche più tardi in pensione.

Un meccanismo che fino al 2026 si applicherà solamente per la pensione di vecchiaia, visto che per la pensione anticipata è intervenuto il successivo decreto n. 4/2019 a bloccare l’adeguamento con le speranze di vita per un periodo di 7 anni.

L’ultimo aggiornamento è stato quello scattato l’1 gennaio 2019, quando c’è stato un incremento di cinque mesi per tutte le opzioni di pensionamento (che in alcuni casi ha riguardato l’età anagrafica mentre in altri il requisito contributivo).

Nel 2021 non c’è stata alcuna variazione significativa delle speranze di vita e per questo i requisiti per il pensionamento sono rimasti inalterati. Sarà così anche nel 2023, visto che la pandemia ha comportato un drastico calo delle aspettative di vita.

Le aspettative degli analisti, i quali avevano previsto per il 2023 un aumento dai 2 ai 3 mesi, hanno dovuto fare i conti con un fattore inaspettato: la pandemia, la quale potrebbe avere conseguenze anche sull’adeguamento in programma tra altri due anni.

Come si andrà in pensione nel 2023?

Detto questo, ricapitoliamo le certezze. Il prossimo anno si potrà andare in pensione a 67 anni di età e 20 anni di contributi, accedendo alla cosiddetta pensione di vecchiaia.

Per coloro che rientrano interamente nel sistema contributivo, avendo maturato contributi per la pensione successivamente all’1 gennaio del 1996, c’è però un altro requisito da soddisfare: aver maturato una pensione d’importo pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale.

In alternativa, i contributivi puri possono andare in pensione a 71 anni di età e 5 anni di contributi avvalendosi dell’opzione contributiva della pensione di vecchiaia a loro riservata.

Resiste poi la pensione anticipata, per la quale ci sono requisiti differenti tra uomini e donne. Entrambi possono andare in pensione indipendentemente dall’età anagrafica, a patto di aver maturato almeno 42 anni e 10 mesi di contributi nel caso degli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.

I lavoratori precoci, ossia chi al compimento dei 19 anni di età poteva vantare già 12 mesi di contributi, che rientrano nella categoria dei fragili (disoccupati, invalidi, assistenti di persone con grave handicap, lavoratori gravosi) possono accedere alla pensione anticipata con soli 41 anni di contributi.

Per i contributivi puri c’è anche un’apposita opzione di pensione anticipata, riservata a coloro che alla data del pensionamento - che si raggiunge con 64 anni di età e 20 anni di contributi - hanno un assegno d’importo pari a 2,8 volte l’assegno sociale.

Queste le certezze, poi ci sono le incognite: ad esempio l’Ape Sociale, in scadenza il 31 dicembre di quest’anno, che consente ai fragili di smettere di lavorare già a 63 anni, come pure Opzione Donna (35 anni di contributi, tra i 58 e i 59 anni di età) oggi riservata a coloro che ne hanno maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2021.

Il futuro di queste misure non è ancora scritto: già dopo l’estate, con l’inizio dei dibattiti sulla legge di Bilancio 2023, ne sapremo di più a riguardo.