La lectio magistralis del Governatore Panetta presso l’Università degli Studi Roma Tre titola: “Il futuro dell’economia europea tra rischi geopolitici e frammentazione globale”.
Molto interessanti alcuni punti salienti che spesso i politici non hanno il coraggio di fare emergere e di affrontare. Avendo già scritto in proposito quello che penso (più domanda interna, più investimenti pubblici e privati), che coincide con il pensiero del Governatore, lascio di seguito i passaggi più illuminanti secondo il sottoscritto, con qualche grafico eloquente.
1) La globalizzazione incontra resistenze in più paesi avanzati. Il malcontento riflette la percezione che essa provochi forti disuguaglianze; l’aumento delle importazioni provenienti da paesi a basso reddito e la delocalizzazione produttiva sono spesso considerati cause di impoverimento dei salari reali e del peggioramento delle opportunità di impiego per i lavoratori meno qualificati. Queste percezioni rispecchiano in qualche misura la coincidenza temporale tra la crescita del commercio internazionale e l’aumento delle disuguaglianze e sono in parte infondate. Dall’inizio degli anni novanta le disuguaglianze tra paesi si sono costantemente ridotte, mentre i divari di reddito all’interno dei paesi sono cresciuti. Tali divari riflettono tuttavia numerosi fattori, molti dei quali hanno poco a che fare con la globalizzazione. Ad esempio, il progresso tecnologico influenza le disparità retributive assai più della delocalizzazione produttiva o della partecipazione a catene globali del valore. Inoltre, la tendenza a trasferire all’estero fasi della produzione è dovuta principalmente ai miglioramenti nei trasporti e nelle telecomunicazioni piuttosto che alla liberalizzazione del commercio.
Domanda interna ed estera
Fonte: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2024/Panetta_lectio_magistralis_23042024.pdf
Gli strumenti per contrastare le disuguaglianze a livello domestico sono le politiche nazionali, soprattutto quelle in materia di istruzione, sanità, tutela dei diritti dei lavoratori e sicurezza sociale.
2) Dalla globalizzazione alla frammentazione? Alcune nazioni stanno incentivando il trasferimento all’interno dei propri confini (reshoring) o in paesi “amici” (friend-shoring) di produzioni in passato delocalizzate. Questa scelta avviene talora a danno di alleati dal punto di vista geopolitico. Le imprese stanno anch’esse ripensando le proprie strategie, rivedendo le scelte di localizzazione al fine di riportare l’attività entro i confini nazionali o diversificando i mercati di sbocco e le fonti di approvvigionamento per creare reti di produzione regionali (regional reshoring).
Andamento del commercio mondiale
Fonte: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2024/Panetta_lectio_magistralis_23042024.pdf
Anche per effetto di tali andamenti, dopo decenni di forte espansione, gli scambi di beni e servizi in rapporto al PIL mondiale stanno ristagnando e la distribuzione geografica del commercio sta mutando, con l’emersione di nuovi centri di gravità.
3) Occorre innanzi tutto riconsiderare il modello di crescita europeo. Negli ultimi due decenni l’economia della UE ha fatto eccessivo affidamento sulla domanda estera e ha penalizzato la domanda interna, al contrario degli Stati Uniti. Le controversie commerciali e gli shock globali rendono però questa strategia di crescita meno sostenibile e più rischiosa. In prospettiva, la UE dovrà rafforzare la domanda interna e valorizzare il mercato unico. Una tale ricetta è coerente con l’evoluzione in atto nell’economia mondiale.
Apertura commerciale
Fonte: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2024/Panetta_lectio_magistralis_23042024.pdf
Ad esempio la Cina, a lungo uno dei principali mercati di sbocco delle esportazioni europee, sta riducendo la sua apertura commerciale per effetto sia del rafforzamento della domanda interna, sia delle politiche volte a ridurre la dipendenza dall’estero, soprattutto nei settori tecnologici. Ma il problema non è soltanto l’inaridimento dei mercati di sbocco: i produttori cinesi stanno divenendo via via più competitivi, e in alcuni settori stanno conquistando quote crescenti del mercato mondiale.
4) L’area dell’euro: espandere gli investimenti. Gli interventi che ho appena descritto richiedono un forte incremento degli investimenti pubblici e privati rispetto al periodo precedente la pandemia, in cui l’accumulazione di capitale nell’area dell’euro è stata assai contenuta. Gli investimenti e i contributi agli investimenti della Pubblica amministrazione – che prima della crisi finanziaria globale ammontavano al 4 per cento del PIL nel decennio successivo alla crisi sono diminuiti di oltre un punto percentuale.
Commercio mondiale in volume
Fonte: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2024/Panetta_lectio_magistralis_23042024.pdf
Il quadro è ancora più deludente se dall’ammontare degli investimenti lordi si sottrae il deprezzamento dello stock di capitale: gli investimenti netti si sono azzerati tra il 2010 e il 2013 e sono poi rimasti stabili fino al 2019, risultando i più bassi tra le economie avanzate, ad eccezione del Giappone. La dinamica degli investimenti pubblici – sia lordi sia netti – è stata inoltre prociclica, registrando un calo durante la crisi finanziaria e quella del debito sovrano. In particolare, tra il 2011 e il 2019 i governi europei hanno investito circa 500 miliardi di euro in meno rispetto agli anni tra il 2000 e il 2009. Una ricomposizione della spesa pubblica verso gli investimenti renderebbe il bilancio pubblico più favorevole alla crescita, soprattutto se l’accumulazione di capitale si concentrasse su capitoli di spesa con moltiplicatori elevati, quali la ricerca, le infrastrutture, l’istruzione. Un aumento in questa direzione si è osservato negli anni recenti, anche grazie al programma Next Generation EU (NGEU) varato all’indomani della pandemia.
Gli investimenti privati hanno mostrato anch’essi una dinamica insoddisfacente a partire dalla crisi finanziaria globale. Nei quindici anni dal 2008 al 2023 sono cresciuti di appena il 7 per cento in termini reali, meno della metà rispetto al quinquennio precedente la crisi. Ciò ha contribuito a limitare il potenziale di crescita dell’economia europea. Ha inoltre accentuato il divario con l’economia degli Stati Uniti, in cui gli investimenti privati dopo la crisi finanziaria sono cresciuti del 50 per cento. Un aspetto spesso trascurato riguarda gli effetti negativi che il basso volume e la natura prociclica degli investimenti hanno avuto sulla politica monetaria. Durante la crisi finanziaria le banche centrali nell’area dell’euro si sono infatti trovate a dover sostenere per intero l’onere di stimolare la domanda, al fine di evitare che la recessione si trasformasse in una depressione. Di fatto, le politiche monetarie non convenzionali adottate in quella fase sono state in qualche misura la conseguenza delle politiche di austerità fiscale.
5) Conclusioni. Dopo decenni in cui la globalizzazione sembrava inarrestabile, i conflitti geopolitici stanno ora minacciando il sistema di scambi internazionali e la stabilità dell’economia mondiale. Sono riemersi timori che il mondo possa tornare a lacerarsi tra blocchi economici, politici e persino militari contrapposti. La frammentazione commerciale e finanziaria pone rischi rilevanti per l’economia europea, data la sua ampia apertura internazionale. Più in generale, le dispute geopolitiche minacciano i principi di cooperazione internazionale e l’assetto multilaterale che dal secondo dopoguerra hanno sorretto lo sviluppo economico mondiale e favorito il mantenimento della pace tra le principali potenze. È nel nostro interesse difendere con determinazione i progressi sin qui conseguiti nel grado di apertura e integrazione globale. Al tempo stesso, non possiamo ignorare i rischi geopolitici e i loro effetti. Dobbiamo individuare le modalità per operare efficacemente in un mondo meno stabile e meno aperto. La soluzione è rafforzare l’economia europea.
Pil pro capite - spesa pubblica per investimenti
Fonte: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2024/Panetta_lectio_magistralis_23042024.pdf
Riequilibrando il suo modello di crescita e valorizzando il mercato unico. Rendendola più competitiva. Ponendola all’avanguardia in campo tecnologico ed energetico. Mettendola in grado di difendere la propria sicurezza esterna. Conferendole la forza e l’autorevolezza necessarie per contare nel mondo e contribuire al dialogo e alla cooperazione tra paesi. La portata di questi impegni è enorme, e i paesi europei possono avere successo soltanto unendo le forze e progredendo verso un’Unione economica e monetaria vera e propria, con un’integrazione più stretta in termini sia finanziari sia fiscali. Alla metà del secolo scorso l’Europa fu creata per scelta, per non rivivere gli orrori della guerra. Di fronte ai rischi di frammentazione economica e ai conflitti che stanno emergendo in più aree del mondo, il suo rafforzamento è oggi un obbligo: per contrastare le divisioni esterne all’Unione dobbiamo poter contare su una maggiore integrazione interna.
L’Europa deve convogliare a suo favore la forza collettiva dei paesi che la compongono. Nel secondo dopoguerra Luigi Einaudi, mio illustre predecessore poi eletto Presidente della Repubblica italiana – conscio dell’esigenza di progredire verso una cooperazione sempre più stretta tra gli Stati europei – affermava: «La necessità di unificare l’Europa è evidente. Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sopportare il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’esistere uniti e lo scomparire».
Il suo monito è tremendamente attuale nei tempi di frammentazione e di guerra che stiamo vivendo. Le risposte che daremo dovranno essere all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte.