Orrore senza fine. Anzi, L’Orrore. Quasi in una trasposizione reale dell’incubo conradiano. E se il colonnello Kurtz che alberga nel cuore di tenebra a doppia faccia dell’Occidente lancia strali contro l’ultima barbarie dall’Iran, dietro le quinte si sta apparecchiando la tavola a un futuro dall’epilogo già scritto. I medici non hanno dubbi: la polizia del regime di Teheran spara alle manifestanti donne pallini non letali, mirando volontariamente a seno e pube. L’Orrore, appunto. Quello con la O maiuscola e il senso di voltastomaco in allegato gratuito. Come le cartine geografiche o i corsi di cucina.
Iran, manifestanti colpite al volto, al seno e ai genitali con pallini sparati dalla polizia: la denuncia dei medici [di Anna Lombardi] https://t.co/U4IymZcpUK
— Repubblica (@repubblica) December 8, 2022
C’è un problema, però. Quei pallini infami sono prodotti da un’azienda italo-francese, la Cheddite con sede a Livorno. E non si tratta di una ditta qualsiasi. Attiva fin dal 1901 con il nome di Azienda Franco Italiana Esplosivo Cheddite e rappresentata dall’eloquente logo di un drago che artiglia il mondo, il suo profilo nel panorama di settore è ben definito dalla presenza addirittura nella prestigiosa enciclopedia Treccani. Insomma, se da Roma e Parigi non giungeranno nelle prossime ore le medesime manifestazioni di sdegno messe in campo da Berlino, il cui governo ha convocato in tal senso l’ambasciatore iraniano, la ragione è chiara. Quei pallini li produciamo noi.
E vanno a ruba. Perché? Duplice ragione. Primo, ottengono un ottimo risultato repressivo senza risultare letali. Insomma, evitano quello sgradevole effetto Tienanmen che potrebbe portare con sé problemi di immagine e sanzioni ulteriori. Senza escludere qualche missile in stile Serbia 1999. Secondo, per rimuoverli esistono due sole opzioni: o rischiare la setticemia in qualche ambulatorio di fortuna o andare in ospedale per una rimozione chirurgica. Capite da soli quale possa essere la destinazione finale del paziente, una volta dimesso dal nosocomio.
Ma al di là dell’aspetto etico e morale, un lusso che il comparto non può permettersi e i governi all’affannosa ricerca di moltiplicatori del Pil nemmeno, ci sarebbe un problema sostanziale e legale: in quanto membri dell’UE, sia Parigi che Roma dovrebbero astenersi da vendite di armi verso un regime sanzionato dall’Europa. Ma si sa, le scappatoie sono tante. Ad esempio, una bella triangolazione con un’azienda turca, la quale magari riceve magari cartucce vuote e poi le rivende al destinatario finale. Pare che con la giunta di Myanmar accadesse proprio così.
In Francia a denunciare il retroscena ci ha pensato un’emittente di primo piano come France24 con un’inchiesta che ha fatto sensazione. In Italia, invece, ad oggi solo Il Manifesto e Startmag hanno affrontato l’argomento. Maledetti comunisti. C’è un intralcio, però. Qui l’etica conta poco. Quasi nulla. Se non producessimo e vendessimo armi e munizione noi e i francesi, lo farebbe qualcun altro. Inutile prendersi in giro.
Perché giova ricordare come la Germania che oggi convoca l’ambasciatore iraniano, solo lo scorso 28 maggio annunciava un ritocchino alla Costituzione per creare un fondo da 100 miliardi per investimenti nel settore difesa. E, immediatamente, ordinava 35 velivolo F-35A alla statunitense Lockheed-Martin. Insomma, il più pulito ha la coscienza pacifista con la rogna.
Ma il problema, appunto, discosta non poco dal profilo etico e morale. Qui l’azzardo è sistemico e politico: la guerra come generatore di crescita. Permanente. Ovvero, se i cannoni tacciono, si fanno soldi con l’intelligence e la cyber-security. In attesa che da qualche parte nel mondo, qualcuno decida di sparare il primo colpo. E pare che l’Italia non voglia perdersi nemmeno una briciola del banchetto bellico in atto a livello mondiale:
Accordo tra Italia, Regno Unito e Giappone: “Ecco il nostro nuovo supercaccia Tempest” [dal nostro corrispondente Antonello Guerrera] https://t.co/ha3jOpkz5a
— Repubblica (@repubblica) December 9, 2022
accordo fra Regno Unito, Giappone e Italia per il nuovo caccia Tempest, nome decisamente evocativo. Si tratta della sesta generazione di aerei da combattimento, la quale vedrà luce entro il 2035 e si presenta come il più potente e letale di sempre. Eccellenza, insomma.
Ma consoliamoci. E diamo una bella lucidata alla coscienza. Perché nella notte appena trascorsa, da Oltreoceano è arrivata l’ennesima conferma del fatto che noi europei possiamo ritenerci ancora degli assoluti principianti in materia. Se infatti i media italiani hanno posto un accento particolare sul riconoscimento delle nozze gay da parte del Congresso, occorrerà vigilare sul grado di attenzione che verrà prestato per quanto approvato dalla Camera statunitense e che ora viaggia blindatissimo e su corsia preferenziale verso l’ok del Senato.
US House passes $858bn defence bill with weapons funding for Taiwan https://t.co/ysU7jZXnBl
— Financial Times (@FT) December 8, 2022
Con 350 voti favorevoli e 80 contrari, infatti, l’America ha appena varato un budget annuale per la difesa da 858 miliardi di dollari, 10 dei quali per la prima volta finalizzati alla vendita diretta di armi e sistemi di difesa a Taiwan. Insomma, warfare at its finest. Quella che verrà chiamata ripresa record e sprint dalla recessione alle porte, insomma, ha un altro nome. È solo guerra. Con la quale, però, forse si sta un po’ esagerando.
Almeno così sembra, leggendo in controluce quanto giunto non più tardi del 5 dicembre scorso proprio dalla Germania. Il portavoce del governo, Steffen Hebestreit, nel corso di una conferenza stampa ha infatti ridimensionato il gigantismo di quel budget presentato a fine maggio, sottolineando come l’obiettivo del 2% del Pil per la spesa militare non sarebbe stato centrato non solo nell’anno in corso ma neppure nel 2023.
Una bella frenata, insomma. Non sia mai che a Pechino qualcuno abbia infine alzato la cornetta del telefono e digitato un numero di Berlino, chiedendo lumi e imponendo la linea? Stiamo scherzando con il fuoco, meglio saperlo subito. Perché qui non stiamo più limitandoci a dopare il Pil con il SuperBonus 110% per garantirci la copertina dell’Economist e permettere all’ex ministro Brunetta di twittare fino alla frattura del tunnel carpale.
Qui stiamo partecipando attivamente alla versione reale di War games. Con tutto ciò che ne consegue potenzialmente. Perché chi è bersaglio delle armi che produciamo e vendiamo, potrebbe un giorno chiedercene conto. E nella maggior parte dei casi, si tratta di personaggi che non ricorrono all’ONU per risolvere certe dispute. O, in alternativa e in stile lite di periferia, potrebbe mandare avanti il suo amico più grosso.