Oro, yuan e riserve valutarie. La strategia silenziosa che la Cina porta avanti da quasi due anni

Tommaso Scarpellini

17 Agosto 2026 - 19:57

La Cina compra oro da 21 mesi. I prezzi salgono, ma gli acquisti pure. Qualcosa nei mercati globali potrebbe stare cambiando silenziosamente.

Oro, yuan e riserve valutarie. La strategia silenziosa che la Cina porta avanti da quasi due anni

La Banca Popolare Cinese ha acquistato oro per ventuno mesi consecutivi senza mai interrompere il ritmo, accumulando riserve che oggi sfiorerebbero le 2.366 tonnellate, ma cosa spinge davvero una banca centrale a comprare metallo prezioso con questa sistematicità, mese dopo mese, quasi ignorando le fluttuazioni di prezzo?

Il fatto che Pechino abbia accelerato proprio nei momenti in cui il prezzo scendeva suggerirebbe che dietro questa strategia non ci siano logiche speculative di breve periodo, ma una riallocazione strutturale delle riserve valutarie che potrebbe ridisegnare i rapporti di forza nei mercati globali delle materie prime.

Ventuno mesi senza pause: cosa dicono davvero i numeri

Per comprendere la portata di quello che la Banca Popolare Cinese starebbe facendo, occorre partire da un dato preciso: a luglio 2026 avrebbe aggiunto 20 tonnellate di XAUUSD alle proprie riserve, il maggiore incremento mensile dalla fine del 2023. Non si tratterebbe di un episodio isolato, ma del ventiunesimo acquisto consecutivo, una striscia che non sembrerebbe avere precedenti nella storia moderna delle banche centrali, e che porterebbe le riserve auree cinesi a quota 2.366 tonnellate, pari all’8% delle riserve valutarie totali del Paese.

La domanda più rilevante non riguarda il quanto, ma il perché Pechino continui ad acquistare anche quando il prezzo sale.

L’oro come scudo strutturale: le proprietà che le obbligazioni non hanno

L’oro, in questo contesto, non si configurerebbe come un investimento speculativo ma come uno strumento di protezione patrimoniale contro scenari di frammentazione geopolitica, sanzioni finanziarie e instabilità dei mercati a reddito fisso. Le sue proprietà lo distinguono nettamente dagli altri asset di riserva. A differenza dei Treasury americani, non è un titolo emesso da uno Stato che potrebbe congelare o sanzionare le riserve di un Paese terzo. A differenza delle valute estere, non è soggetto a svalutazione per decisione unilaterale di una banca centrale avversaria.

A differenza del petrolio e delle materie prime industriali, il suo prezzo non dipende linearmente dai cicli economici globali: quando l’economia cresce, la domanda di gioielli e applicazioni tecnologiche sostiene le quotazioni; quando l’economia rallenta, è la domanda di investimento a svolgere questa funzione. Questa dualità strutturale renderebbe l’oro un asset capace di produrre rendimenti positivi trasversalmente ai principali regimi macroeconomici.

I dati di lungo periodo sembrano confermare questa lettura. Tra il 2006 e il 2026, il metallo prezioso avrebbe generato un rendimento annualizzato del 9,9% in termini spot, sostanzialmente allineato al rendimento futures dell’8,9%. Questo dettaglio tecnico è rilevante: la curva dei futures sull’oro si mantiene storicamente piatta, il che significa che chi replica l’esposizione tramite contratti derivati non subisce i costi di roll che penalizzano invece pesantemente gli investitori in petrolio tramite futures.

Nello stesso arco temporale, il petrolio avrebbe perso lo 0,2% in termini spot ma il 7,2% in termini futures, proprio per effetto di questi costi di rotazione delle posizioni. Una differenza che nel lungo periodo potrebbe risultare determinante nella costruzione di un portafoglio di riserve efficiente.

Comprare sulla debolezza: la logica istituzionale di Pechino

Il comportamento della Banca Popolare Cinese sembrerebbe incorporare questa logica in modo deliberato.

Sul fronte della domanda domestica, il quadro si farebbe più articolato. Gli ETF auriferi cinesi avrebbero attirato afflussi netti per 34 tonnellate nei primi sette mesi del 2026, la seconda migliore performance da inizio anno mai registrata, portando le masse gestite totali a 282 tonnellate. Anche in agosto gli afflussi avrebbero continuato ad arrivare pressoché ogni giorno di contrattazione.

Questo dato sembrerebbe indicare che non è soltanto la banca centrale ad acquistare: la partecipazione istituzionale e retail al metallo prezioso starebbe crescendo, alimentata dall’incertezza geopolitica persistente, dalla debolezza relativa dei mercati azionari e dalla consapevolezza che l’oro potrebbe offrire una protezione che le obbligazioni domestiche non garantirebbero nelle stesse condizioni di stress.

Banca centrale, ETF e mercato fisico

Sul mercato fisico, invece, la domanda cosiddetta wholesale, quella che transita attraverso i ritiri di metallo dalla Shanghai Gold Exchange da parte di banche, gioiellieri e raffinerie, si sarebbe mantenuta debole: 80 tonnellate a luglio, in calo dell’8% rispetto a giugno e del 15% rispetto a luglio 2025.

Questo rallentamento rifletterebbe la sovrapposizione di due dinamiche distinte: la debolezza stagionale del settore orafo nel periodo estivo e la contrazione dei consumi discrezionali legata a una fiducia dei consumatori cinesi ancora fragile. Il settore gioielliero frenerebbe la domanda di investimento istituzionale terrebbe, la banca centrale acquisterebbe comunque. Tre velocità diverse che si compenserebbero, disegnando un mercato interno complesso e stratificato.

Il contesto macro e l’obiettivo di lungo periodo sullo yuan

Il contesto macroeconomico globale aiuterebbe a spiegare perché questa tendenza potrebbe non esaurirsi facilmente. In agosto 2026, i mercati avrebbero ricevuto dati sul mercato del lavoro americano più deboli del previsto, accompagnati da segnali di raffreddamento dell’inflazione: circostanze che avrebbero spostato in avanti le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve. Questo tipo di ambiente, caratterizzato da rendimenti reali in calo o stabilizzazione, si configurerebbe storicamente come uno dei più favorevoli al metallo prezioso. Quando i tassi reali scendono, il costo opportunità di detenere un asset privo di cedola si riduce, rendendo l’oro strutturalmente più competitivo rispetto ai titoli a reddito fisso.

C’è poi una dimensione di più lungo respiro che riguarderebbe direttamente la credibilità del sistema monetario internazionale. Pechino potrebbe avere interesse a portare la propria quota di riserve auree verso livelli più vicini a quelli delle principali economie occidentali: gli Stati Uniti deterrebbero circa 8.133 tonnellate, la Germania circa 3.352, la Francia circa 2.437. Con 2.366 tonnellate, la Cina si troverebbe già nel gruppo di testa, ma l’obiettivo di fondo potrebbe essere quello di costruire nel tempo una posizione capace di rafforzare la credibilità internazionale dello yuan come valuta di riserva alternativa: un progetto che richiede anni di lavoro e passerebbe anche attraverso l’accumulo paziente e sistematico di riserve auree fisiche.