Sono uno dei pochi che è aperto durante questo ponte. Tutti chiusi, clienti e fornitori. Per poco lavoro. Parlo con autista ... che mi dice che prevedono un calo consegne del 20-25% a dicembre. Non fanno neanche straordinari. Arriva uno tsunami di merda mai visto, ci siamo quasi. Questa risposta giunta a un mio tweet dedicato al Ponte dell’Immacolata in modalità last hurrah prima della recessione, contiene solo due omissioni rispetto all’originale: il nome dell’utente e del corriere. Per questione di privacy.
La parolaccia no. Quella rafforza e offre un senso di quotidiana e incipiente preoccupazione di un commerciante. La stessa che non sembra toccare più di tanto l’attenzione del governo. Il quale, una dopo l’altra, sta disattendendo praticamente tutte le promesse formulate in campagna elettorale. Nulla di nuovo, in realtà. La storia delle Manovre di questo Paese è piena di mance e mancette a particolari segmenti di popolazione che coincidono, casualmente, con le fasce di elettorato più fedele. Inoltre, mai scordare il fatto che il DEF del governo Meloni è nato in due settimane e scontava due terzi della dotazione di 35 miliardi già vincolati al caro-bollette.
Ora, però, si entra nella zona di rischio. Quella vera. Da un lato, sociale. Perché al netto del dibattito sul reddito di cittadinanza che rischia di infiammare le piazze oltre all’Aula, ecco che proprio in sede di approdo parlamentare della Finanziaria si scopre che la maggioranza ha deciso di sacrificare l’innalzamento a 1.000 delle pensioni minime, il tutto a favore di provvedimenti bandiera da finanziare, facendo cassa altrove. Ad esempio, il simil-condono sulle cartelle esattoriali, il quale con il passare dei giorni si sta rivelando un esempio di vaso comunicante fra tagli e coperture raffazzonati.
Di fatto, i 700 milioni di risparmio dal reddito di cittadinanza coincidono quasi perfettamente con il mancato introito per il Fisco calcolato dalla Corte dei Conti come conseguenza della cancellazione degli atti in essere. Insomma, il rischio pare quello di un sempre più palese scivolamento verso un forzato accanimento di classe per far quadrare i conti in un’ottica di altrettanto obbligato regime di saldi invariati.
Ma ecco che, quasi in ossequio alla legge di Murphy, nel pieno del bailamme per evitare l’esercizio provvisorio e approvare la Manovra entro il 31 dicembre nonostante vagonate di emendamenti, quasi 700 della stessa maggioranza, arriva il diretto d’incontro che non ti aspetti. E rischia di metterti ko. A tempo di record dopo la sentenza sul Recovery Fund, la Corte costituzionale tedesca ha dato via libera anche alla ratifica parlamentare del MES, respingendo tutti i ricorsi.
Detto fatto, l’alibi che stava alla base del comunicato un po’ dadaista del MEF e soprattutto del rinvio sine die del governo al passaggio parlamentare viene meno. Con il sì scontato del Bundestag, l’Italia rimarrà l’unico Paese a non essersi ancora espresso al riguardo. E giova ricordare che la ratifica del MES necessità statutariamente dell’unanimità dei Paesi membri. Insomma, qualcuno a Roma pensa pericolosamente in questo modo di tenere l’Europa in ostaggio.
E che il problema ora sia reale lo conferma la dichiarazione rilasciata dal ministro degli Esteri e vice-premier, Antonio Tajani, al termine del vertice Euromed di Alicante: Ci sono riserve da parte di forze della maggioranza. Quali?
Hic manebimus optime.#MES pic.twitter.com/0iHJnuBlX7
— Claudio Borghi A. (@borghi_claudio) December 9, 2022
Detto fra noi, La famosa corte di Karlsruhe fino ad ora non è servita assolutamente a nulla.
— Claudio Borghi A. (@borghi_claudio) December 9, 2022
Ma non solo in casa Lega si tifa per le barricate a oltranza e la non ratifica. Anche una parte non minoritaria di Fratelli d’Italia ha fatto del no al Fondo salva-Stati un elemento qualificante di politica sovranista, un caposaldo di quella fine della pacchia per l’Europa che il governo sembra però aver ridimensionato nei fatti. E a tempo di record. Di fatto, la ratifica altro non è che l’accettazione del nuovo strumento di emergenza europeo, la cui dotazione sale a 704,8 miliardi di euro in caso di crisi, a fronte dei 295 già erogati negli anni della crisi debitoria ai cosiddetti PIIGS. Insomma, un’altra bandierina.
Quantomeno nella fase attuale di mero assenso parlamentare. Ma che nasconde un rischio enorme. Se infatti ora in ampi strati della maggioranza si vorrebbe sostituire all’alibi tedesco quello croato, stante l’ingresso nell’euro e nell’area Schenghen dal 1 gennaio che obbligherà il Parlamento di Zagabria a esprimersi esso stesso sul MES (garantendo di fatto all’Italia qualche altra settimana di rimpiattino), alcuni osservatori di mercato fanno notare due dinamiche. Pressoché contemporanee.
La prima sta in questo grafico
Andamento storico e prospettico dell’outstanding di prestiti TLTRO
Fonte: Pictet/Bce
il quale mostra quale sarà il trend della liquidità in eccesso nel sistema bancario europeo a inizio 2023, stante l’annuncio da parte degli istituti di credito di 447 miliardi di early repayment dei prestiti TLTRO nella finestra del mese in corso. Dinamica che porterà il totale dei rimborsi anticipati a 744 miliardi e farà calare l’outstanding a soli 1.370 miliardi in tutta l’eurozona. Il tutto alla vigilia di una recessione ormai scontata, il famoso ancorché prosaico (ma efficace) tsunami di merda mai visto.
E di una gelata del credito già temuta e annunciata da tutti. Insomma, liquidità in calo per le banche, cordoni della borsa che si stringono precauzionalmente per prestiti, fidi e mutui a famiglie e imprese e timori per eventuali interventi su requisiti di riserva e accantonamenti da parte dell’EBA. La tempesta creditizia perfetta. In un Paese come il nostro, dove le banche (e le assicurazioni) operano storicamente come prestatore di ultima istanza del debito pubblico in ossequio al famoso e famigerato doom loop, di fatto un altro enorme drenaggio di impieghi all’economia reale.
Che fare? Ecco la seconda dinamica sotto osservazione:
Breakdown per tipologia di detentore del debito pubblico giapponese
Fonte: Goldman Sachs
le stesse fonti che paiono intenzionate a far morire il Paese sulla linea Maginot di opposizione al MES, di fatto auspicano una via giapponese all’autarchia debitoria. Ma non potendo Bankitalia operare come la Bank of Japan, le opzioni sono due. Primo, uscire dall’euro. E vedere il nostro spread a 2.000 punti base il giorno seguente, stante il backstop della Bce che rappresenta l’unico incentivo alla detenzione di Btp e Bot. Secondo, unire una terza forza all’esercito del doom loop: dopo appunto l’Eurotower e il sistema bancario-assicurativo domestico, i contribuenti.
Guarda caso, sul tavolo del Tesoro ci sarebbe una proposta di fidelizzazione dei risparmiatori italiani, un bonus Btp che nella proposta originaria presentata proprio dalla Lega si sostanzierebbe in una detrazione Irpef fino al 30% per chi detenga i titoli di Stato fino a scadenza, il tutto destinato a persone fisiche residenti in Italia e incorporato in una emissione ad hoc e limitata a 100 miliardi di euro.
Tradotto, a Roma sanno che la gelata creditizia sarà pesantissima. E scontano in maniera decisamente poco responsabile una Bce che, nonostante le bizze sul MES, continui comunque a garantire il suo backstop di deterrenza attraverso la minaccia del reinvestimento titoli. Ma sapendo che questo non basterà per contrastare le quasi certe difficoltà di collocamento a prezzi sostenibili, puntano sul parco buoi. A strascico, però, rispetto alla precedenti emissioni retail, visto che si gioca la carta della mega-detrazione Irpef.
Un profilo di disperazione operativa che l’UE certamente non faticherà a cogliere. E se già giovedì la Bce dovesse inviare una propria risposta all’oltranzismo italiano sul MES, magari attraverso uno dei proverbiali errori di comunicazione di Christine Lagarde, così facile da ridimensionare a cose fatte e risultato ottenuto? Attenzione, perché in condizioni simili si fa presto a passare dal bonus Btp all’oro alla patria. Perché sullo sfondo c’è uno tsunami di merda mai visto e il sospetto di una poco edificante teoria Ricucci che il governo voglia imporre al Paese.