Sebbene nelle ultime settimane la narrazione internazionale sul conflitto sia cambiata, con ammissioni aperte del fallimento della controffensiva ucraina, che tutti davano per vincente, le voci autorevoli che invocano negoziati e auspicano soluzioni diplomatiche vengono soffocate da un’omertà internazionale imbarazzante.
Che la controffensiva sia un flop, aldilà dei toni propagandistici, è stato confermato dal ministro russo della Difesa, Serghey Shoigu, che durante una teleconferenza ha dichiarato che dall’inizio le forze ucraine hanno complessivamente perso 66mila soldati e 7mila e 600 armi.
Secondo Shoigu l’esercito ucraino non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi nelle diverse direzioni in cui ha attaccato. In precedenza sia Vladimir Putin che lo stesso Shoigu avevano definito «fallimentare» la controffensiva lanciata dagli ucraini.
Per quanto di parte, la sua analisi non è isolata.
L’ultimo ad aver subito le pesanti ritorsioni per aver osato menzionare la necessità di porre fine a questa guerra è Stian Jenssen, capo di gabinetto del segretario generale della NATO.
Il suo audace suggerimento di considerare la possibilità di cessioni territoriali per porre fine al conflitto è stato accolto con un contraccolpo mediatico e politico che dice molto sulla mancanza di spazio per il dibattito pubblico su questo tema.
Un articolo pubblicato sul New York Times il 1° settembre, intitolato «Mentre il conflitto ucraino prosegue, parlare di negoziati è diventato quasi un tabù,» analizza proprio tale clima ambivalente.
Questo tabù, a cui accenna il NYT, sembra essere diventato inviolabile, con analisti e politici che cercano di aprire una discussione critica che viene rapidamente soffocata. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio un dogma, di natura religiosa, che non ammette deroghe neppure davanti all’evidenza dei fatti e che arriva a sacrificare vite umane pur di essere alimentato con la fede cieca dei suoi accoliti.
Osserva il NYT che la dura reazione subita da Jenssen, “riflette una chiusura del dibattito pubblico sulle opzioni per l’Ucraina proprio nel momento in cui è più necessaria una diplomazia creativa”. Eppure, “dal momento che anche il presidente Biden ritiene che la guerra probabilmente finirà con dei negoziati, Samuel Charap, politologo della RAND Corporation, ritiene che in una democrazia dovrebbe aver luogo un dibattito serio su come arrivarci. Ma anche lui è stato criticato per aver suggerito che gli interessi di Washington e Kiev non sempre coincidono e che è importante parlare con la Russia di un esito negoziato”.
Questa chiusura del dibattito pubblico sulle opzioni per l’Ucraina è inquietante, specialmente in un momento in cui, come anticipato, è evidente il fallimento della controffensiva ucraina, che i media internazionali avevano invece dato come vincente.
Tuttavia, anche gli esperti che cercano di avanzare proposte concrete per un «Piano B» vengono criticati pesantemente.
Charles A. Kupchan, professore della Georgetown University ed ex funzionario di Stato americano, ha sottolineato che l’atmosfera politica si è inasprita notevolmente, con un tabù che impedisce un serio confronto sull’endgame del conflitto.
Le critiche sono aumentate quando Kupchan e altri esperti si sono incontrati con il ministro degli Esteri russo, Sergey V. Lavrov, per esplorare la possibilità di negoziati.
È persino più preoccupante il fatto che alcune voci – come Constanze Stelzenmüller, della Brookings Institution – abbiano definito «immorale» la ricerca di una soluzione negoziata. Questo atteggiamento rende esplicito che, come accennato, di tratta di un veto, di un atteggiamento intransigente, inaccettabile in un mondo che cerca soluzioni pacifiche ai conflitti.
La situazione attuale richiede un approccio diverso.
È giunto il momento di sfidare il tabù che circonda la discussione sui negoziati nel conflitto russo-ucraino.
La diplomazia e il dialogo sono le uniche strade per porre fine a questa tragedia umanitaria in corso.
Ignorare questa realtà è immorale e pericoloso.
È ora che la comunità internazionale metta da parte l’omertà e faccia tutto il possibile per mettere fine a questa guerra attraverso il dialogo e la diplomazia. Il futuro della pace e della stabilità in Europa e nel mondo dipende da questa scelta fondamentale.