Il grande errore del mercato? Guardare dove luccica. L’attenzione del mercato è ormai catturata da un solo riflettore: la tecnologia. Frasi come “le valutazioni delle aziende AI sono ai massimi pre-bolla dot.com” si ripetono ovunque, e ogni minimo rintracciamento di Nvidia diventa argomento da prime pagine.
Piccolo spoiler: come spesso accade, l’attenzione è tutta sul posto sbagliato. La verità è che, se si guardano i numeri, la narrativa della “bolla AI” regge solo in superficie. Mentre gli investitori dibattono sui multipli forward di NVDA, esistono altri settori che mostrano sintomi molto più pericolosi. Ma prima di capire quali, bisogna chiarire che una bolla nasce quando i prezzi si staccano in modo sistematico dai fondamentali, quando le aspettative future diventano iperboliche rispetto alla realtà economica misurabile. Siamo sicuri quindi che l’AI sia in bolla? Oppure sono altri i settori da tenere sotto controllo?
Ecco 3 situazioni da tenere a mente.
1) AI: sopravvalutata o semplicemente in anticipo?
Sì, i P/E del comparto AI sono ai massimi da vent’anni. Il CAPE Shiller ratio supera ampiamente la media storica, e il Nasdaq si muove come se il futuro fosse già scritto. Ma a differenza della bolla dot-com, questa volta le aziende producono profitti veri, e soprattutto in crescita a doppia cifra.
I margini sono larghi, e il compounded earnings effect, cioè la capacità di reinvestire utili per generare nuovi utili, amplifica il potenziale a lungo termine.
Detto in altri termini: sì, forse nel breve c’è una sopravvalutazione, ma si può davvero parlare di bolla quando i flussi di cassa crescono in modo organico e sostenuto?
Quando si estende l’orizzonte temporale a 5-10 anni, i multipli forward diventano sorprendentemente ragionevoli.
Il mercato, in fondo, sta solo prezzando la leadership futura in un settore che definisce l’intera catena del valore dell’economia digitale. E allora, se l’AI non è (ancora) una bolla, dove sono le vere?
2) Quantum computing: la rivoluzione che corre troppo
Il primo candidato è il quantum computing.
Un settore affascinante, rivoluzionario, e in larga parte ancora sperimentale. Ma proprio per questo, è anche un laboratorio perfetto di analisi di sentiment. I prezzi delle aziende legate al quantum computing, da D-Wave a IonQ, si sono mossi in modo quasi parabolico, spesso senza che i ricavi giustificassero tale entusiasmo.
Il problema è evidente: revenue ancora basse, profitti inesistenti, e P/S ratio fuori scala. Le valutazioni si reggono unicamente su aspettative di crescita teorica, non su dati consolidati. In termini più tecnici, non esiste ancora un “compounding effect” sostenibile: non ci sono utili da reinvestire, né economie di scala realmente attive. Questo è ciò che definisce una bolla nascente: quando la promessa precede troppo la realtà.
È come se il mercato volesse anticipare di dieci anni l’impatto del quantum computing sulla produttività globale. Ma la storia insegna che anche le rivoluzioni tecnologiche richiedono tempo, investimenti e soprattutto profitti reali per diventare sostenibili.
In breve: il settore è promettente, ma i multipli lo valutano come se il futuro fosse già qui. E quando i multipli anticipano troppo il tempo, la delusione diventa inevitabile.
3) I mining: la ciclicità che il mercato dimentica
Il secondo settore a rischio riguarda le società di mining: oro, argento e persino Bitcoin. Negli ultimi mesi, il rally delle materie prime ha spinto il mercato a prezzare queste aziende come se fossero titoli growth con Free Cash Flow costanti e multipli in espansione. Ma qui sta l’errore strutturale: il mining è, per definizione, un settore ciclico.
Quando il sottostante, che sia oro, argento o Bitcoin, si raffredda, i margini collassano. Eppure, i multipli forward oggi implicano una stabilità dei flussi di cassa che storicamente non è mai esistita. Un esempio? Alcune società aurifere vengono trattate con P/E superiori a 25, livelli da tech stock, non da produttori di metalli preziosi.
Questa distorsione nasce da un eccesso di ottimismo sull’andamento delle commodity e da una visione troppo lineare del ciclo economico. Gli investitori dimenticano che l’inversione dei tassi o un raffreddamento dell’inflazione possono ridurre drasticamente la domanda per gli asset rifugio. E quando accade, il ritorno alla media è brutale.
Il rischio, dunque, non è un crollo immediato, ma una riclassificazione del rischio: quando il mercato si accorge che non sta comprando crescita, ma volatilità ciclica, i multipli si comprimono in fretta.
La vera bolla è la percezione stessa del rischio
Tre settori, tre realtà diverse: ma un filo conduttore comune. Uno, l’AI, appare sopravvalutato, ma con fondamentali solidi. Gli altri due, quantum computing e mining, mostrano invece le caratteristiche tipiche di mercati prezzati male: aspettative troppo alte, fondamentali fragili e narrativa dominante.
Questo non significa che siano destinati a crollare domani, né che l’AI sia immune da correzioni. Significa solo che il mercato, ancora una volta, potrebbe guardare nella direzione sbagliata. Perché le bolle non scoppiano quando tutti le vedono. Scoppiano quando tutti credono di averle già individuate altrove.