Monotoni, quasi tutti ripetono sempre lo stesso slogan: “I Fondi di investimento europei sono troppo piccoli per competere con quelli americani, che dimensionalmente li surclassano di più e più volte”.
La questione viene ribadita anche in relazione alla frammentazione del mercato azionario europeo, di cui si vorrebbe arrivare ad una concentrazione in modo da arrivare ad una capitalizzazione di dimensioni non certo paragonabili rispetto a quelle di Wall Street, ma certo non lillipuziane come sono quelle di oggi.
E serve anche un Mercato europeo dei capitali, con procedure e regole uniformi per gli emittenti: sarebbe una vera rivoluzione, visto che è il trattamento fiscale societario e la stessa disciplina legale che fa la differenza. Avere la sede in Olanda significa avere imposte più basse e trattamenti privilegiati come azionisti stabili e di antica data. Anche l’Irlanda non scherza, quanto a vantaggi. Insomma, dopo aver celebrato per anni ed a tutti i costi la competizione tra gli Stati, in modo tale che fossero liberi di attrarre capitali e imprese offrendo le condizioni migliori possibili, ora si afferma che bisogna imitare il modello americano che si muove su scala continentale e globale.
Naturalmente, si dimenticano le polemiche degli anni scorsi sugli spill-over dei rischi sistemici e sul gigantismo che funziona come arma di ricatto nei confronti dei Regolatori.
Bisogna rassegnarsi, si tratta di mode passeggere.
Piuttosto che rimanere impigliati in questa polemica, in fondo sterile perché ognuno rimane sempre della stessa idea, bisogna andare a vedere che cosa succede nel caso che si prospetta con l’aggregazione tra Natixis e Generali Investment Holding: come sempre, quando ci si mette insieme, si cerca subito di capire chi comanda.
In questo caso, la governance sarebbe paritaria, col 50% della proprietà spettante ad entrambi i partner, ed una rappresentanza in Consiglio numericamente uguale. Vero è, però, che per quanto riguarda gli organi di vertice, ai soci italiani spetterebbe solo la Vicepresidenza della società in comune, mentre ai francesi spetterebbe sia la Presidenza che le cariche di Direttore generale e di Direttore generale aggiunto.
La motivazione dell’Accordo è semplicemente quella di avere dimensioni maggiori, ragguagliabili a quella di Amundi, filiale di Credit Agricole e principale concorrente della BPCE, che è nata come aggregazione di Banche popolari e di Casse di risparmio: Amundi, leader europeo del settore, da sola gestisce masse per 2.192 miliardi di euro, secondo i dati del terzo trimestre 2024. Mettendo insieme le due gestioni, con i 1.300 miliardi amministrati da Natixis ed i 630 miliardi di Generali Investment, si arriverebbe all’incirca ad un colosso da 1.900 miliardi. Considerando infatti i mercati di riferimento, la nuova entità si classificherebbe in Europa come la prima per proventi generati e la seconda per dimensione degli attivi gestiti. A livello mondiale, sarebbe inoltre la nona per dimensione degli attivi gestiti e addirittura la prima sul piano della gestione assicurativa.
I mercati di riferimento del soggetto che nasce dall’aggregazione, oltre naturalmente all’Europa ed al Nord America che sono già ampiamente sondati, sono quelli asiatici in rapida crescita: la ripartizione geografica attuale contempla il 61% degli attivi investiti in Europa, con le posizioni più forti naturalmente in Francia ed in Italia, il 34% nel Nord America ed il 5% in Asia-Pacifico. Dal punto di vista qualitativo, si tratta di obbligazioni per il 65% degli attivi in gestione, di azioni per il 21%, e di altri impieghi privati per il restante 14%.
I risparmi, viste le sinergie, sono stimati in circa 200 milioni di euro annui: si tratta, molto probabilmente, soprattutto delle sovrapposizioni da eliminare nei due principali mercati di riferimento, quello francese per Natixis e quello italiano per Generali.
Se si tratta di entrare in mercati nuovi, è assolutamente necessario avere una struttura organizzativa estremamente forte alle spalle. In pratica, bisogna evitare il minimalismo, il dilettantismo e l’avventurismo, perché sono questi i rischi maggiori quando ci si muove così lontani da casa.
E’ tutto chiaro fin qui, ma c’è ancora molto da chiarire sul punto cruciale: si tratta di entrare in mercati nuovi, quelli asiatici in particolare, per raccogliere fondi da investire in quelle stesse aree, o di individuare occasione redditizie per investire in quelle aree somme raccolte in Francia ed in Italia, sottoscrivendo a tal fine obbligazioni o comprando azioni di imprese locali? Oppure ancora: si raccolgono fondi asiatici per investirli in Francia ed in Italia?
La differenza è cruciale: è la direzione in cui si muovono la raccolta dei capitali ed il loro impiego che va chiarita, perché in fondo il profitto finanziario potrebbe essere identico ma le diverse alternative generano effetti geograficamente assai diversi sotto il profilo economico.
Fare i soldi, è il mestiere: dove farli, è una scelta.