MPS-Monte dei Paschi di Siena da “preda ambita”, così come la definì il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti nel 2023, a predatrice di Mediobanca, con la strada, a quanto pare obbligata, dell’ennesimo aumento di capitale. L’annuncio della banca senese, ancora Monte di Stato - sebbene in misura decisamente inferiore dopo il terzo atto lanciato dal governo Meloni - ha spiazzato tutti, scioccando Piazza Affari e, immancabilmente, la stessa politica italiana. L’opposizione è già scattata sull’attenti, chiamando a rapporto il Tesoro. Tesoro maggiore azionista di Siena con una quota pari all’11,7% circa che, a sentire le parole dell’AD di MPS Luigi Lovaglio, ha dato la sua benedizione alle eventuali nozze con Mediobanca.
Altro che “M&A noiosi”, come ha commentato Lovaglio, riferendosi probabilmente alle altre operazioni di risiko bancario che stanno ulteriormente gonfiando il valore delle azioni delle banche italiane in Borsa: come l’OPA annunciata agli inizi di novembre da Banco BPM sulla controllata Anima Holding, ora diventata motivo di ansia per chi ci scommette, BAMI in primis, a causa di alcuni dubbi manifestati dalla BCE sul Danish Compromise; l’OPS presentata pochi giorni dopo sul Banco da UniCredit, con il CEO Andrea Orcel che fino a ieri, da Davos, ha continuato a perorare la sua causa. E forse anche altro che la mossa di Banca Ifis, che ha messo nel mirino la banca fondata e gestita da Corrado Passera, Illimity con una OPAS. Per non parlare di quell’altro dossier M&A tra le due banche italiane tornato alla ribalta in questi ultimi giorni.
Per MPS e il governo Meloni, a quanto pare, il vero matrimonio che s’ha da fare è quello tra il Monte dei Paschi di Siena e Piazzetta Cuccia. Va detto, tuttavia, che l’iter della strategia che il Monte ha orchestrato per finanziare l’operazione - che da Mediobanca sarebbe stata bollata già come “ostile”, a fronte tra l’altro di un premio che i recenti movimenti a Piazza Affari delle azioni avrebbero tramutato già in uno sconto -, secondo gli analisti, porta il nome di aumento di capitale. L’ennesimo dopo una carrellata di chiamate continue alle armi degli ultimi due decenni: quante, esattamente? Vale la pena di ricordare tutti gli aumenti di capitale lanciati dal Monte, banca data fino a qualche anno fa spacciata.
MPS, OPS Mediobanca finanziata dall’n-esimo aumento di capitale. La promessa di dividendi ghiotti
Nel comunicato di oggi, venerdì 24 gennaio 2025, con cui MPS ha scoperto le sue carte, annunciando l’assalto a Mediobanca, si legge che l’offerta è subordinata, tra le altre cose, all’ “approvazione della proposta di delega per l’aumento di capitale al servizio dell’offerta da parte dell’assemblea dei soci”, ovvero dell’assemblea degli azionisti che, a tal fine, sarà convocata in seduta straordinaria il prossimo 17 aprile 2025. Le azioni di MPS di nuova emissione, ha informato MPS, avranno godimento regolare e le medesime caratteristiche di quelle in circolazione alla data di emissione.
Nel presentare i vantaggi di un matrimonio con Mediobanca, MPS ha spiegato di puntare a raggiungere una significativa redditività e a mantenere una forte solidità patrimoniale, anche grazie al contributo delle sinergie industriali attese e delle DTA. I target sono per la precisione io seguenti:
- RoTE pro-forma di circa il 14%;
- CET1 ratio pro-forma a circa il 16%;
- Accelerazione dell’utilizzo delle DTA;
- Circa 700 milioni di euro di sinergie ante imposte all’anno.
Tutti gli aumenti di capitale di MPS, da crac Lehman a ultimo atto 2022
Promesse ghiotte anche per quanto riguarda i dividendi agli azionisti. La banca stima infatti una “elevata creazione di valore sia per gli azionisti di MPS che di Mediobanca grazie ad una maggiore redditività, con un dividend pay-out fino al 100% dell’utile netto ”. Tutto ok, insomma, se non fosse per l’ennesima operazione di aumento di capitale, ovvero di nuova chiamata alle armi ai contribuenti e ai soci azionisti.
Aumenti di capitale che in passato hanno bruciato diversi miliardi di euro, e che sono stati, incluso l’ultimo della fine del 2022 - che ha segnato un punto di svolta indiscutibile per la banca senese, facendo parlare a Piazza Affari addirittura di Rinascimento del Monte dei Paschi di Siena -, ben sette nel corso dei 14 anni, fino alla fine del 2022.
Il primo aumento di capitale è stato varato prima della grande crisi finanziaria iniziata con il crac di Lehman Brothers.
In generale, le ricapitalizzazioni hanno segnato non poco la storia di MPS e anche delle casse dello Stato italiano: dal 2008 alla fine del 2022 MPS ha bruciato infatti ben 30 miliardi di euro tra nuove iniezioni di capitali e aiuti arrivati dal Tesoro, pagando in primis il grave scotto dell’acquisizione di Banca Antonveneta, fonte di tutti i suoi disastri, in quanto acquistata per un ammontare doppio rispetto al suo valore, con tanto di semaforo verde arrivato da Bankitalia.
Fu quello il peccato originale del Monte dei Paschi di Siena che, per quella operazione, oltre a indebitarsi bussò alla porta dei soci, varando un primo aumento di capitale del valore di 5 miliardi di euro.
Peccato che dopo qualche mese, con il fallimento del gigante finanziario americano Lehman Brothers, sui mercati mondiali esplose un panico tale da far saltare in aria diverse banche.
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Dal Tesoro l’aiuto a MPS con i Tremonti bond
Nel 2009 il Tesoro italiano decise così di iniziare a rimboccarsi le maniche, erogando a favore di MPS un prestito con i cosiddetti Tremonti Bond.
Era il 16 dicembre 2009 quando l’istituto senese diramava il seguente comunicato: “Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, ha approvato il 14 dicembre scorso l’operazione di sottoscrizione da parte del Ministero degli strumenti finanziari convertibili in azioni ordinarie emessi da Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A., per un importo di 1,9 miliardi di euro”.
Un prestito che il Monte avrebbe dovuto tuttavia rimborsare. Ecco che così, nel luglio del 2011, MPS cercò di togliersi dal groppo quel debito di quasi 2 miliardi di euro, varando un secondo aumento di capitale, del valore di 2,1 miliardi di euro.
Timing pessimo, visto che proprio nell’estate del 2011 esplose la crisi dei debiti sovrani dell’area euro, come ricorda la stessa Bankitalia, a fronte di una MPS che continuava ad annaspare.
“Dall’estate del 2011 il brusco peggioramento delle condizioni di mercato (la crisi del debito sovrano si estende all’Italia) determina un nuovo, forte indebolimento della posizione di liquidità di MPS (..). La Vigilanza tramite interventi sia formali sia informali richiama i vertici della banca sull’assoluta necessità e urgenza di assumere tutte le iniziative idonee a ripristinare congrui margini di liquidità”.
A settembre del 2011 la Vigilanza fu costretta ad avviare con urgenza anche una seconda ispezione presso la banca, sfornando un verdetto disastroso: “il gruppo MPS rimane connotato da carenze organizzative significative e da un assetto manageriale inadeguato”.
Non solo. “La posizione di liquidità della banca si fa più fragile”, tanto che alla fine dello stesso anno Bankitalia in primis fu costretta ad avviare “operazioni di prestito titoli al fine di consentire alla banca di ampliare il ricorso al rifinanziamento della Banca Centrale Europea ”.
Non si risolse certo lì l’Odissea del Monte. Nel giugno del 2013, in condizioni costantemente precarie, un nuovo prestito arrivò dal Tesoro. Dai Tremonti bond si passò così ai Monti bond, ma la zavorra dei debiti continuava ad affossare i conti di MPS, che tornò così a chiedere di nuovo aiuto ai soci.
Un quarto aumento di capitale venne annunciato nel 2014, per un nuovo ammontare di 5 miliardi di euro, con la decisione del CDA di proporre agli azionisti un aumento di capitale fino ad un massimo di Euro 5 miliardi, in sostituzione dei 3 miliardi di euro già autorizzati alla fine del 2013.
I conti bocciati dagli stress test BCE. Nuovi aumenti fino alla nascita del Monte di Stato
Un quinto aumento di capitale, del valore di 3 miliardi di euro, venne lanciato nel 2015, resosi necessario dopo il buco di 2,1 miliardi individuato dalla vigilanza della BCE alla fine del 2014.
Fine degli aumenti di capitale? Niente affatto. Bocciata dagli stress test della BCE per colpa della mole massiccia di NPL-crediti deteriorati, travolta dalle perdite, MPS lanciò nel 2016 un nuovo (sesto) aumento di capitale di 5 miliardi di euro, a cui tuttavia non rispose nessuno.
A luglio del 2017 il Tesoro italiano entrò così a gamba tesa nel capitale di MPS, trasformandola ufficialmente in Monte di Stato, con Siena costretta a rimarcare quanto emerso da quegli stress test della Banca centrale europea:
“I risultati dello stress test del 2016 hanno registrato uno shortfall, solo nello scenario avverso, nel parametro del CET 1 fully loaded a fine 2018 pari a -2,44%, da mettersi in relazione con una soglia dell’8%; tale shortfall si traduce, secondo ECB, in un fabbisogno di capitale di Euro 8,8 miliardi ”.
Furono poi di nuovo gli stress test della BCE a decretare che i conti del Monte dei Paschi di Siena non solo non erano stati risanati in modo adeguato, ma erano messi ancora male, presentando un nuovo buco di 2,5 miliardi.
Il governo di turno le tentò tutte pur di convincere qualche banca a indossare le vesti di cavaliere bianco: per diversi mesi, a Piazza Affari, sembrò concretizzarsi anche la speranza di una operazione di M&A con UniCredit, la banca sul cui scranno più alto si era appena seduto, nell’aprile del 2021 il neo amministratore delegato Andrea Orcel. Ma dopo quasi un anno, le trattative saltarono in aria.
E così, alla fine del 2022, con la regia del governo Meloni, tra tanti dubbi e tanti avvertimenti, si arrivò al settimo aumento di capitale.
Fine della storia? Forse no, visto che MPS si prepara ora a scalare Mediobanca ricorrendo di nuovo allo strumento dell’aumento di capitale, tornando dunque a chiedere soldi agli azionisti, e dunque, visto che il Tesoro è ancora il maggiore azionista, allo Stato: dunque, anche ai contribuenti.
L’OPS annunciata oggi su Mediobanca si sta tra l’altro già scontrando non solo con i giudizi negativi che si levano dai banchi del Parlamento dove siede l’opposizione, ma anche con quelli di diversi analisti. Quelli di Equita hanno per esempio scritto che l’OPS, “a nostro avviso, solleva diversi dubbi”.
Intanto, “il premio riconosciuto (a Mediobanca) risulta modesto, considerando anche la probabile riduzione dell’appeal speculativo sul titolo Mps ”. Gli esperti della SIM scrivono inoltre di ritenere “difficile identificare sinergie, mentre emerge il rischio di potenziali dissinergie”. Non solo: “intravediamo difficoltà nel mantenimento e nell’apporto di nuove professionalità all’interno del gruppo risultante, con il rischio di una diluizione delle specificità distintive di Mediobanca”.
Scettici sull’operazione anche gli analisti di KBW, che scrivono che “il potenziale di sinergie è limitato, anche includendo l’accelerazione dell’uso delle DTA da parte di MPS”, facendo notare tra l’altro che le azioni di MPS tratterebbero “a un rapporto prezzi/utili inferiore a Mediobanca”. Di conseguenza, “la nostra prima impressione è che l’offerta abbia limitate possibilità di successo ”.
Il premio offerto da MPS su Mediobanca si sarebbe tramutato tra l’altro già in uno sconto, come hanno fatto notare in generale gli analisti, indicando che, se poco prima dell’apertura del mercato l’OPS offriva un premio del 5% circa rispetto ai valori di chiusura di ieri, ora l’offerta è a sconto, e neanche di poco.
Il Sole 24 Ore fa notare di fatto che “agli attuali corsi di mercato, la valutazione implicita della banca target è così scesa a 15,157 euro, con uno sconto del 6,8% rispetto ai valori di mercato ”. Il che significa, secondo Piazza Affari, che necessariamente MPS dovrà tornare ad alzare la posta su Piazzetta Cuccia. Che finora, secondo alcune fonti di mercato, ha già definito ostile la proposta.