Procedono gli scavi sotto il monte Nussir, uno dei più grandi giacimenti di rame d’Europa, nonostante le proteste ambientaliste.
L’Europa corre per l’estrazione del rame, puntando su uno dei giacimenti più importanti del territorio. Si tratta del monte Nussir, dove l’esplorazione procede a ritmi serrati, mentre i permessi per lo sfruttamento sono appena arrivati, scatenando il malcontento delle comunità indigene locali e degli attivisti. L’estrazione del rame a Nussir si scontra infatti con la vita dei Sámi (che impropriamente chiamiamo Lapponi) e degli ecosistemi norvegesi, eppure è stato classificato come progetto strategico per le materie prime critiche dalla Commissione europea. Non perché le contestazioni siano prive di fondamento, né tantomeno perché sia stata raggiunta una soluzione, quanto piuttosto per una semplice questione di priorità.
Il rame di Nussir, conteso tra ambizioni europee e diritti socioambientali
La domanda globale di rame è esplosa nell’ultimo anno. Questo metallo, cruciale per la transizione energetica, infatti è anche alla base delle strutture per l’intelligenza artificiale. Circostanze che, insieme ai progetti di riarmo, hanno messo sull’Europa una pressione altissima. Bisogna emanciparsi dalle forniture straniere e bisogna farlo il prima possibile, ma qual è il prezzo da pagare? Il problema del rame non ha mai riguardato (solo) il sottosuolo europeo, bensì l’elevato fabbisogno continentale, la lunga burocrazia, dovuta anche all’impatto ambientale delle estrazioni, e le opposizioni sociali che in altri Paesi si muovono in contesti molto differenti.
Dopo aver quasi terminato i giacimenti superficiali, che hanno costi e ripercussioni limitate, Bruxelles si è affidata soprattutto all’approvvigionamento dall’estero, allontanando i problemi e soprattutto contando su riserve assai superiori alle proprie. Ma ora che l’attenzione va sull’autonomia servono risposte interne. Il riciclo non basta, per quanto l’Europa sia virtuosa in questo senso, si deve passare anche dalla produzione. In quest’ottica un giacimento come quello di Nussir, che può contenere 800.000 tonnellate di rame secondo le prime stime, non può certo essere ignorato. Peccato che i lavori possono distruggere interi habitat, insieme alle tradizioni, alla cultura e perfino alle fonti di sostentamento dei Sámi.
Il grande giacimento di rame di Nussir
Nussir, nel comune di Hammerfest (per via dell’assorbimento dell’ex comune di Kvalsund), si trova a Finmark, la contea più settentrionale della Norvegia. Come anticipato, le profondità rocciose nascondono giacimenti ricchissimi di rame, insieme a più modeste quantità di oro e argento. Di fatto, è tempo che lo sfruttamento di Nussir, insieme a giacimenti circostanti come quello di Ulveryggen, è nelle mire delle società minerarie. Le proteste sono riuscite a rallentare i lavori ma non a fermarli, tuttavia, così la galleria esplorativa di 2 km sarà ultimata entro l’estate 2026.
La compagnia canadese Blue moon metals, che ha preso in mano le redini del progetto l’anno scorso, confida di poter iniziare le operazioni commerciali nel 2027. Una fretta comprensibile, visto che lo studio di fattibilità di aprile 2026 indica una produzione annuale di 19.000 tonnellate di rame equivalente insieme a 3.600 once d’oro e 546.000 once d’argento, sottoprodotti che abbatteranno gli elevati costi di gestione della miniera, almeno in un primo momento. Poi, l’elevata richiesta di rame e i prezzi elevati potranno compensare tutti gli sforzi.
Tra poco più di un anno, secondo i piani, l’Europa potrà così contare su un considerevole contributo all’approvvigionamento interno del rame. Il metallo, sempre più richiesto per le energie rinnovabili (soltanto un’auto elettrica richiede il quadruplo del rame rispetto alla versione a benzina) e l’IA, rappresenta infatti una materia prima cruciale nell’equilibro economico e politico internazionale. Se si abbandona la visione d’insieme per approfondire i dettagli, però, si scopre un effetto altrettanto importante sulle piccole aree, in chiave ben più deleteria.
Il lato oscuro del giacimento di Nussir
Il progetto di estrazione di Nussir non ignora le tematiche ambientali, ma vi risponde con soluzioni di compromesso, com’è inevitabile che sia. Nel dettaglio, sono state pianificate le seguenti misure di contenimento dell’impatto ambientale:
- utilizzo di infrastrutture già esistenti per l’approvvigionamento di acqua e corrente elettrica;
- riciclo dell’acqua accumulata nel sottosuolo per limitare il prelievo di acqua dolce;
- trattamento dell’acqua per essere scaricata all’esterno in modo sicuro in caso di emergenze;
- rispetto delle norme Ue sulla gestione dei rifiuti.
Nulla che però possa evitare lo stravolgimento dell’habitat, dovuto al passaggio di mezzi pesanti, ai tunnel di ventilazione e ai nastri trasportatori, proprio in un territorio di pascolo e soprattutto di parto delle renne. C’è poi la questione degli scarti rocciosi da gettare in mare, rispettando le normative, ma comunque rischiosa per un territorio delicato che ospita la deposizione delle uova dei salmoni (tanto che il fiordo è tutelato a livello nazionale per la riproduzione dei pesci). Insomma, i Sámi, che sono tutelati istituzionalmente da poco, rischiano di dover rinunciare a pesca e allevamento, motori principali della loro economia e forti componenti culturali e identitarie. Da qui, le accuse di colonialismo verde alla Norvegia, che in parte paga lo scotto della repressione attuata fino alla Seconda guerra mondiale.