Mine antiuomo: 27 anni dopo il Trattato di Ottawa, il silenzio di Biden pesa sulle vittime

Lorenza Morello

21/11/2024

Dalla mancata firma degli USA alle nuove tragedie in Ucraina: quando la morale si piega alla geopolitica.

Mine antiuomo: 27 anni dopo il Trattato di Ottawa, il silenzio di Biden pesa sulle vittime

Nel 1997, ben 27 anni fa, veniva firmata la Convenzione sulla messa al bando delle mine antiuomo, conosciuta informalmente anche come il Trattato di Ottawa in quanto firmata nell’omonima città canadese.

Giuridicamente, è un trattato internazionale multilaterale che si proponeva di eliminare la produzione e l’utilizzo di mine anti uomo in tutti gli Stati del mondo attraverso la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione delle stesse.

Questo documento fu l’atto finale di un ampio dibattito sull’uso delle mine antiuomo, suscitato dall’allarmante crescita di vittime tra i civili, dall’uso sempre più frequente di tali armi nei conflitti interni e dall’imminente revisione della Convenzione delle Nazioni Unite del 1980 sulla limitazione dell’uso delle mine terrestri. La comunità internazionale fece una seria riflessione sulla ammissibilità etica delle mine antiuomo, che, attraverso un rigoroso confronto con le stesse tesi dei militari, concludeva a favore del bando totale di queste armi.

Si trattava anzitutto di proibire ogni produzione, uso, stoccaggio e commercio delle mine antiuomo, ma anche di creare un meccanismo di verifica da parte di personale delle Nazioni Unite e di distribuire equamente tra gli Stati gli oneri finanziari derivanti dai lavori di totale sminamento.
Il problema fondamentale rimaneva comunque quello di un radicale cambiamento nel modo di pensare le relazioni internazionali: occorre passare dal modello del « realismo politico » incentrato sulla sovranità nazionale alla concezione di un umanesimo mondiale che prevalga sugli egoismi nazionali.

Ad oggi sono 133 gli Stati firmatari e 164 gli Stati parte al trattato. Questo perché 32 Stati membri delle Nazioni Unite, tra cui Cina, Russia e Stati Uniti d’America non l’hanno né firmata né ratificata (le isole Mars e il Turkmenistan hanno firmato ma non ratificato il Trattato, di conseguenza sono 33 gli Stati membri delle Nazioni Unite che non sono parte di tale trattato).
Avete letto bene, Cina, Russia e Stati Uniti non hanno ne’ firmato ne’ ratificato la convenzione.

E allora ecco che, all’indomani dalla caduta ai seggi del regime pacifista di Biden, l’America democratica, come atto finale, pensa bene di alzare il tiro.
Di recente l’Onu ha dichiarato in un rapporto che l’Ucraina è già il Paese con più mine al mondo e dal 2022 sono morti 407 civili ucraini e 944 sono rimasti feriti a causa di mine e ordigni inesplosi. Le mine in generale sono state devastanti nella guerra e la Russia ne ha fatto ampio uso, sia in operazioni di attacco che di difesa. Le armi, infatti, possono essere piazzate a mano o lanciate con razzi e droni dietro le linee nemiche per colpire i soldati mentre si spostano.

Biden in passato è sempre stato prudente sulla fornitura di questi dispositivi letali, tuttavia dalle elezioni del 5 novembre vinte da Donald Trump il commander-in-chief sembra aver deciso che i potenziali benefici di azioni così audaci superino i rischi di un’escalation.
Nel silenzio assordante dei media (che con 133 stati firmatari al mondo avrebbero dovuto mobilitarsi solo su questo e non parlare d’altro) e di tutti coloro che asserivano che, a fare paura, fosse la vittoria di Trump.
L’attenuante mediatico che le bombe sono “non persistenti”, poi, andate a raccontarlo al primo bambino che, camminando in un territorio distrutto, se non morirà perderà una gamba, un braccio, o un occhio.

Pensate fosse il vostro.
Di bambino, di gamba, braccio o occhio.
Roba ottima per le campagne di raccolta fondi da 2 euro postume, ma non sufficienti a risarcire lo scempio avvallato dalla comunità internazionale.
Qui l’unica cosa di non persistente è la morale, che si rivela sempre doppia a seconda di chi sia il cattivo di turno.

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