55 anni di dati sullo S&P 500 smontano il mito del «sell in May»: l’estate chiude in positivo nel 66% dei casi. Ma il percorso nasconde insidie che pochi considerano.
L’estate, per chi guarda i mercati, ha sempre avuto un fascino ambiguo. Da una parte c’è l’idea di una stagione più lenta, fatta di volumi ridotti, operatori assenti e movimenti meno affidabili. Dall’altra c’è la tentazione di considerare i mesi delle vacanze come una parentesi quasi separata dal resto dell’anno, un tratto di strada nel quale conviene alleggerire, rimandare le decisioni e tornare davvero attivi solo a settembre.
La domanda, però, non può essere risolta con un proverbio. Dire semplicemente «sell in May and go away» può sembrare efficace, ma rischia di trasformare una regola di costume finanziario in una scorciatoia operativa. I mercati non seguono il calendario scolastico, non vanno in ferie nello stesso momento degli investitori e, soprattutto, non si muovono sempre nello stesso modo solo perché arriva giugno.
Per questo è utile guardare ai numeri. Lo storico settimanale dello S&P 500 dal 1970 al 2025 permette di osservare il comportamento medio dell’indice tra il 1 giugno e il 31 agosto. L’obiettivo non è prevedere cosa accadrà in una singola estate, ma capire quale sia stata, nel tempo, la struttura ricorrente di questa finestra: quando tende a formarsi il massimo, quando compaiono più spesso i minimi, quante volte il periodo chiude in positivo e quanto può essere accidentato il percorso interno. [...]
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