Meno dazi, più rialzi sull’azionario? Non è così semplice

Tommaso Scarpellini

12 Maggio 2025 - 14:52

La tregua sui dazi tra USA e Cina riaccende i mercati, ma siamo sicuri che questo sia sufficiente per eliminare i rischi che avvolgevano i mercati a inizio anno?

Meno dazi, più rialzi sull’azionario? Non è così semplice

Meno dazi, più rialzi” potrebbe sembrare il grido di battaglia di qualche sindacato in vena di provocazioni, o magari un coro da stadio tra appassionati di mercati. In realtà, è la narrativa che ha guidato le borse mondiali nelle ultime sessioni.

L’euforia generata dal recente processo di “de-tariffing” annunciato da Donald Trump ha innescato una vera e propria ondata di acquisti sugli asset rischiosi, provocando una sorta di rotazione settoriale dopo la rotazione settoriale. Può sembrare un gioco di parole, ma è esattamente ciò che è accaduto.

In meno di un mese, il mercato è passato da una fase di risk-on a risk-off, per poi tornare rapidamente in modalità risk-on, spinto unicamente da una narrativa politica. Ma è davvero un rally sostenibile? Oppure si tratta dell’ennesimo fuoco di paglia speculativo, alimentato da aspettative distorte e da una strategia comunicativa ben congegnata?

La nuova fase del “de-tariffing”

Negli ultimi giorni, il presidente Trump ha annunciato una nuova posticipazione dei dazi imposti alla Cina, aprendo a una finestra di 90 giorni per una cooperazione commerciale più strutturata. Una notizia che i mercati hanno accolto con entusiasmo, sia in Europa che negli Stati Uniti. Ma attenzione: si parla di tagli, non di abolizioni. Ed è qui che l’attenzione tende a venire meno: la narrativa della posticipazione/taglio dei dazi è vista dal mercato come l’annullamento della guerra commerciale, quando in realtà si tratta solo di un (forse momentaneo) interruzione. E, come ogni buon analista sa, anche un taglio parziale può avere conseguenze tangibili a livello economico, che potrebbero trasmettersi sui mercati finanziari.

Quest’ultima fase, di una vera e propria, e ancora in vita, guerra commerciale, si basa quindi su un equilibrio di fatto molto precario: da un lato, i dazi non vengono eliminati; dall’altro, la sola loro posticipazione alimenta la narrativa ottimistica secondo cui il peggio sarebbe alle spalle, creando un potenziale distacco futuro fra aspettative e realtà economica. Quando in realtà, nessuno ha ancora detto che la guerra commerciale non ci sarà: si è solo spostata in avanti nel tempo.

Montagne russe e comunicazione strategica

Diventa interessante quando si nota anche il fatto che nel processo comunicativo di Trump, e dell’amministrazione governativa, uno schema ricorrente, che sembra quasi voler giocare con le aspettative del pubblico:

  • Minaccia tariffaria: Trump annuncia dazi elevatissimi su beni importati da Cina, Canada e Messico
  • Posticipazione: 30 giorni di respiro concessi.
  • Introduzione della “Tariff Table”: dazi fino al 145%.
  • Nuova proroga di 90 giorni.
  • Fase attuale: potenziale riduzione fino al 60% dei dazi verso la Cina

Appare evidente una dinamica di comunicazione strategica: si esagera, si lascia che i mercati reagiscano, e poi si presenta una soluzione «meno peggio» che appare ottima. Un gioco psicologico, simile a una trattativa: si chiede 100 per poi chiudere a 60, lasciando tutti convinti di aver fatto l’affare del secolo.

Dove stanno i flussi, e dove va il valore

Chi segue i mercati sa che le borse non sono guidate solo dai fondamentali, ma da aspettative, momentum e soprattutto liquidità. E l’attuale rally rientra in questa logica: un flusso speculativo, alimentato dal “de-tariffing”, ma senza fondamenta solide.

Gli hard data economici non mostrano ancora gli effetti delle tariffe: ma questi sono lagging indicator, non leading. Quindi, seppur il Q1 sia stato sommariamente positivo, con una contrazione economica dello 0,3% artificiale (generata dal boom delle importazioni sulla base delle aspettative tariffarie), questo non significa che le tariffe non impatteranno un domani sull’economia USA. C’è infatti chi sostiene che sarà il trimestre successivo quello decisivo, quando in realtà la posticipazione delle tariffe sposta l’attenzione ancora al semestre successivo.

Perché queste costanti posticipazioni possono essere un problema?

Politica fiscale vs politica monetaria

C’è una totale, o quanto meno apparente, disomogeneità tra politica fiscale e politica monetaria. In teoria, le due dovrebbero rimanere separate per evitare interferenze e conflitti di mandato. Ma oggi questa separazione sembra sfumare, e proprio questa frizione può generare un forte squilibrio. I soft data, cioè le aspettative, non sono stati finora sufficienti per convincere Powell ad abbassare i tassi.

È proprio su questo punto che Trump ha attaccato Powell: “La crescita c’è, quindi il taglio è dovuto”. Ma per la Fed la priorità è la stabilità dei prezzi, non l’allineamento politico.

Quindi?

Si crea un evidente divergenza rispetto alle altre banche centrali globali, in primis la BCE, dove Christine Lagarde ha lasciato intendere che a giugno potrebbero arrivare nuovi tagli. La Fed, invece, non ha dato alcun segnale concreto in tal senso.

Questo squilibrio potrebbe, paradossalmente, amplificare i flussi di capitale e rafforzare il processo di migrazione verso mercati percepiti come più stabili o accomodanti. E potrebbe contribuire all’indebolimento del dollaro, sebbene le ultime settimane abbiano mostrato una tendenza contraria, con una temporanea ripresa del biglietto verde.

Il punto è che mancano i presupposti reali per una ripresa strutturale. Perché, come sappiamo, il vero motore delle borse negli ultimi anni non è stata tanto la crescita economica, quanto la liquidità. E se questa viene a mancare, il motore non può restare acceso a lungo.