Mediobanca, verso la conta: ecco cosa può succedere

Andrea Muratore

24 Ottobre 2023 - 06:39

Nel voto del 28 ottobre andranno in scena sfide e cordate che guardano sia al Paese che a attivi riferimenti internazionali: il ruolo di Delfin e della finanza francese su Piazzetta Cuccia.

Mediobanca, verso la conta: ecco cosa può succedere

Alberto Nagel e Renato Pagliaro vogliono un nuovo mandato pieno in Mediobanca e il prossimo sabato sarà una data verità per Piazzetta Cuccia. Nella giornata del 28 ottobre nella sede milanese di Mediobanca sarà convocata l’assemblea dei soci del fu salotto buono della finanza milanese per il rinnovo del consiglio di amministrazione.

Delfin sfida (ancora) il cda

La lista presentata dal consiglio di amministrazione uscente prevede la conferma di Nagel come amministratore delegato (è in carica dal 2008) e di Pagliaro, in sella dal 2010, alla presidenza. Nella lista per il cda sono presenti 8 figure già elette nel board precedente e 7 new entry.

Contro Nagel e Pagliaro è in corsa, una volta di più, il fondo Delfin alla prima prova di forza dopo la morte del patriarca Leonardo Del Vecchio, primo azionista in termini relativi col 19,8% del capitale ma fuori dalle logiche gestionali del duplex di testa di Mediobanca e sconfitto nella battaglia di mercato per il rinnovo del cda di Generali del 2022. Guidato da Francesco Milleri, ad dopo la morte di Del Vecchio, Delfin vuole dimostrare di poter contare e sfidare il favorito Nagel. Intervistato da Il Sole 24 Ore Milleri si è schernito: “Non ci sono avversari ma solo alleati, tutti uniti dal desiderio di creare valore. Lo stimolo e il sostegno al management sono stati sempre alla base della nostra proposta”, ha detto. Ma la partita c’è e si nota dal fatto che per settimane Delfin e Nagel hanno trattato per l’ipotesi di una lista comune poi naufragata.

Il nodo centrale è quello del presidente. Milleri ritiene necessario un cambio della guardia nel sistema presieduto da Pagliaro e vuole discontinuità su una carica apicale per rendere più collegiale la leadership. C’entra una precisa dinamica gestionale ma - al contempo - anche un’eredità delle battaglie del defunto Del Vecchio.

Pagliaro nel mirino

A cosa puntava Del Vecchio nella sua corsa a Mediobanca? A questa domanda è sempre stato difficile dar risposta. La partita del patron di Luxottica e Covivio sul principale istituto d’affari nazionale nasce dall’antica volontà di conquistare l’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) supervisionato da Mediobanca a cui proprio Pagliaro ha sbarrato la strada.

Secondo Paolo Madron, direttore di Lettera43, da questo affronto nascono tutte le manovre personalistiche con cui Del Vecchio ha poi provato, in vita, a conquistare spazio in Mediobanca: scalando Piazzetta Cuccia e sfidandone il management in Generali, creando l’asse con Caltagirone e gli ex alleati Benetton Del Vecchio ha costruito l’ultimo asse del capitalismo famigliare italiano. Milleri eredita l’antica battaglia del suo storico datore di lavoro, che lo ha nominato erede manageriale e gli ha affidato ben 360 milioni di euro di patrimonio, per scalzare Pagliaro. E al contempo provare a proporsi come nuovo attore centrale nel gioco finanziario italiano.

Imporre il nome del presidente di Mediobanca con un risultato tale da spingere la lista del cda ad aprire alle sue prospettive è la sfida di Milleri. Il quale, nota Madron, ha gettato nella mischia nomi pesanti per la successione a Pagliaro: “l’ex ministro Vittorio Grilli, ora banchiere di vaglia con JPMorgan e idolo di tutti i mariti italiani per una sentenza sul suo divorzio che ha fatto cassazione, il no è automatico. Altri papabili sono durati meno dello spazio di un mattino: Vittorio Pignatti, già in consiglio ed ex protagonista della Lehman Brothers italiana nei suoi anni ruggenti; Flavio Valeri, che fu capo di Deutsche Bank in Italia e dava del tu a Merkel; infine Patrizia Grieco”, già presidente di Enel e Mps.

Sussulti di capitalismo privato

La battaglia, con tutte le sue componenti (contemporaneamente presenti) di obiettivi strategici, personali e rivalse ha un senso nel considerare Mediobanca, una volta di più, come il più prelibato boccone della galassia finanziaria italiana. Un attore cruciale su diversi scenari: dall’advisory alle grandi operazioni di sistema all’asse sulla ricerca e l’export con attori come Sace, passando soprattutto per i profondi legami internazionali.

Se una volta Mediobanca era salotto buono, ora è garante del residuo scampolo di capitalismo privato che esiste in Italia, garantendo l’alleanza del capitale italiano con i fondi esteri interessati al Paese tramite l’operazione-Generali e fornendo consulenza e sostegno a ogni operazione d’investimento che un attore estero voglia promuovere in Italia. A tal proposito, decisivo sarà in quest’ottica il peso del capitale straniero in Mediobanca.

Ad oggi 16% dell’istituto fondato da Enrico Cuccia è in mano a attori Usa, l’8% a investitori britannici. Mediobanca è perno di sistema per il capitale privato italiano e straniero e porta d’accesso della finanza anglosassone al Paese. In una stagione in cui tali fondi scommettono attivamente sull’Italia, perno atlantico in Europa, la prospettiva di un sostegno alla continuità incarnata da Nagel è possibile. La corsa di Delfin, in quest’ottica, può aprire le porte a un altro tipo di finanza, quella francese, che Luxottica conosce bene essendo con la consociata Essilor quotata a Parigi. In Mediobanca tutto è nazionale e globale al tempo stesso. E nel voto del 28 ottobre andranno in scena sfide e cordate che guardano sia al Paese che a attivi riferimenti internazionali. In un sussulto di competizione e capitalismo privato slegato da dirette pressioni politiche o esterne che è difficile ad oggi vedere nel nostro Paese. E questa, perlomeno, è una sana dinamica in controtendenza.