Il Medio Oriente è in fiamme. Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas, Israele ha risposto con un’operazione militare che ha praticamente raso al suolo Gaza, provocando la morte di oltre 41 mila persone. Successivamente, Israele ha eliminato la leadership di Hezbollah, attaccando anche il Libano, mentre si attende la risposta di Tel Aviv nei confronti dell’Iran dopo l’attacco del 1° ottobre.
In Ucraina, a due anni e mezzo dell’invasione russa del 24 febbraio 2022, la situazione sul campo di battaglia volge a favore di Mosca, mentre Kiev fa i conti con una drammatica mancanza di uomini e nel Donbass i russi avanzano su tutti i fronti.
Manca un mese alle elezioni presidenziali americane, tra le più importanti della storia recente perché potrebbero incidere in maniera importante sulla strategia statunitense da qui ai prossimi anni, nel contesto di un ordine internazionale in grave crisi e sempre più «multipolare». È tempo, però, anche di bilanci per l’amministrazione Biden. Ed è un bilancio disastroso per l’81enne presidente americano per ciò che concerne la sua politica estera.
Inizio drammatico con il caotico ritiro dall’Afghanistan
L’amministrazione Biden, insediatasi nel gennaio 2021, non era certo iniziata nel migliori dei modi con il caotico ritiro dei soldati americani dall’Afghanistan dell’agosto di quello stesso anno. È bene intendersi, il ritiro delle truppe era doveroso e deciso mesi prima dall’amministrazione Trump: la guerra in Afghanistan, iniziata nel 2001 in risposta agli attacchi dell’11 settembre, ha coinvolto circa 800.000 militari americani nel corso di due decenni. Durante il conflitto, 2.238 soldati statunitensi hanno perso la vita e quasi 21.000 sono rimasti feriti. Le stime indicano che oltre 100.000 afgani, tra forze di sicurezza e civili, sono morti a causa della guerra. Il problema, però, è come si è gestita quell’operazione di evacuazione.
All’inizio di quest’anno, un rapporto redatto dal deputato repubblicano Michael McCaul, presidente repubblicano della Commissione Affari Esteri, ha accusato la Casa Bianca di aver gestito male l’evacuazione, con gravi ritardi e carenze nella comunicazione tra i dipartimenti governativi e i funzionari sul campo. Il rapporto sottolinea che l’amministrazione Biden avrebbe ordinato troppo tardi l’evacuazione dei civili non combattenti, solo il 16 agosto, denunciando altresì la disorganizzazione generale nella gestione della documentazione per permettere la partenza degli afgani idonei a lasciare il Paese. «La credibilità dell’America sulla scena mondiale è stata gravemente danneggiata dopo che abbiamo abbandonato i nostri alleati afgani alle rappresaglie dei talebani — le persone che avevamo promesso di proteggere», si legge nel documento. "E la ferita morale inflitta ai veterani americani e a chi ancora serve rimane una macchia sull’eredità di questa amministrazione”. Naturalmente, il ritiro delle truppe dall’Afghanistan è diventato un tema caldissimo in vista delle elezioni presidenziali del 5 novembre. L’ex presidente Donald Trump, candidato repubblicano, ha usato l’episodio per attaccare duramente Biden e la vicepresidente Kamala Harris.
La guerra in Ucraina
L’amministrazione Biden non ha fatto nulla per evitare l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022. L’amministrazione dem, nelle settimane che hanno preceduto l’operazione militare decisa da Mosca, ha infatti interrotto ogni tipo di dialogo con il Cremlino, non mettendo in campo alcuna seria iniziativa diplomatica per scongiurare quanto poi è accaduto. Il noto politologo statunitense John J. Mearsheimer, in un articolo pubblicato nel 2022 sulla rivista The National Interest, ha criticato apertamente la politica dell’amministrazione Biden riguardo alla guerra in Ucraina, sottolineando che la decisione di riaffermare l’adesione dell’Ucraina alla NATO nel 2021 ha contribuito in modo significativo all’invasione russa. Secondo Mearsheimer, «l’amministrazione Biden non era disposta a eliminare quella minaccia attraverso la diplomazia e, anzi, nel 2021 ha riaffermato l’impegno degli Stati Uniti a portare l’Ucraina nella NATO.»
Questo, afferma, ha portato Putin a reagire con l’invasione del 24 febbraio 2022. Mearsheimer prosegue affermando che la risposta dell’amministrazione Biden alla guerra è stata quella di «raddoppiare la pressione contro la Russia.» Secondo lui, Washington e i suoi alleati occidentali sono determinati a «sconfiggere decisamente la Russia in Ucraina» attraverso sanzioni mirate a indebolire il potere russo. Tuttavia, Mearsheimer osservava due anni fa che gli Stati Uniti non siano realmente interessati a «trovare una soluzione diplomatica» al conflitto, il che significa che la guerra potrebbe protrarsi «per mesi, se non anni,» causando ulteriori devastazioni per l’Ucraina, già gravemente colpita. Purtroppo la sua previsione si è realizzata e dopo due anni e mezzo dall’inizio del conflitto, l’amministrazione Biden ha continuato a sostenere Kiev senza tentare di trovare un accordo negoziale con Mosca.
Biden lascia un Medio Oriente in fiamme
Il Medio Oriente è sull’orlo di un conflitto di grande portata tra Israele e Iran, paragonabile per gravità a momenti storici come l’assassinio di Sarajevo, che innescò la Prima Guerra Mondiale. Come nota l’ex ambasciatore Usa Robert E. Hunter su Responsible Statecraft, in questo contesto drammatico, il presidente Usa Joe Biden non mette in campo la diplomazia per evitare una pericolosa escalation, ma sembra essere impegnato a spiegare a Netanyahu dove e come Israele dovrebbe rispondere ai recenti attacchi missilistici iraniani.
I tentativi di fermare l’escalation sembrano inesistenti, mentre gli Stati Uniti continuano a supportare Israele con forniture di armi e assistenza, senza imporre limitazioni significative sul loro utilizzo. Sebbene Washington promuova almeno sul piano formale la de-escalation a Gaza e in Libano, concretamente non ha fatto nulla per perseguire tale obiettivo. L’eredità dell’anziano presidente Usa è dunque quella un mondo in fiamme e un ordine internazionale in grave crisi, il che rende Biden uno dei peggiori inquilini della Casa Bianca della storia recente degli Stati Uniti d’America.