Manager incinta costretta a servire caffè ai colleghi. Licenziata e risarcita con 50mila euro

Laura Pellegrini

21 Marzo 2026 - 12:54

Durante le riunioni aziendali, alla manager veniva chiesto di servire i caffè ai colleghi «in quanto donna». Il giudice ha disposto un risarcimento da 50mila euro.

Manager incinta costretta a servire caffè ai colleghi. Licenziata e risarcita con 50mila euro

Il Tribunale di Treviso ha condannato un’azienda di Conegliano per discriminazione nei confronti di una dipendente che non solo è stata umiliata dal proprio capo di fronte ai colleghi, ma anche sminuita nelle sue competenze di manager. Una situazione che ha costretto i giudici a intervenire tutelando i diritti delle donne in un ambiente lavorativo.

La storica azienda trevigiana a conduzione familiare è attiva nella progettazione e produzione di chiavi e macchine duplicatrici: all’interno lavorano padre, madre adottiva e fratellastro della donna. Ma nonostante il legame di sangue, non ci sarebbe stata alcuna giustificazione al comportamento discriminatorio nei confronti della manager.

La dipendente, durante le riunioni aziendali, veniva costretta a servire il caffè ai colleghi perché, secondo il capo, «è compito di una donna». Nel periodo di gravidanza, inoltre, ha ricevuto una lettera di licenziamento e ha dovuto lasciare l’azienda.

Manager costretta a servire caffè “in quanto donna”

Fortunatamente si è conclusa la triste vicenda di una manager che lavorava in un’azienda familiare nel trevigiano: dopo anni di discriminazioni e umiliazioni, grazie all’aiuto dei legali e dei giudici, è arrivata la sua rivincita.

Anziché partecipare alle decisioni aziendali o almeno alle riunioni, la donna doveva limitarsi a servire i caffè ai colleghi, tra i quali anche padre, madre adottiva e fratellastro. Nella sentenza del Tribunale di Treviso sono state riportate alcune frasi riferite dal capo nei confronti della dipendente lesa: ad esempio «non meriti la dirigenza e la posizione, avrei bisogno di un uomo con esperienza». Secondo i giudici, questi comportamenti non solo avrebbero umiliato la manager davanti ai colleghi ma sarebbero stati anche dequalificanti nei confronti della lavoratrice.

Se tutto ciò non bastasse, oltre alle umiliazioni e costrizioni durante le riunioni, la donna avrebbe poi subito un ulteriore danno: mentre si trovava in gravidanza, nel 2024, avrebbe ricevuto una lettera di licenziamento che la costringeva a lasciare il posto di lavoro.

Pochi mesi prima del licenziamento aveva dovuto fare i conti con delle contestazioni disciplinari: la società le imputava l’uso della carta di credito aziendale per spese personali per un importo di 5.600 euro e una presunta responsabilità operativa nel sovraccarico del magazzino nell’ambito di attività svolte negli Stati Uniti.

La stessa situazione si era verificata nei confronti della sorella, anche lei umiliata e licenziata nello stesso periodo, a un mese di distanza dalla nascita della figlia.

La sentenza del giudice: reintegro e maxi risarcimento

I legali della donna (Francesco Furlan, Luigi Fadalti e Gabriele Mirabile), che era impiegata da anni in azienda e aveva assunto il ruolo di manager nel 2024 (poco prima del licenziamento), sono riusciti a smontare tutte le accuse punto per punto. Durante il dibattimento, infatti, è emerso che l’utilizzo della carta aziendale per spese personali sarebbe stata una prassi tollerata e condivisa all’interno della famiglia che controllava la società. La contestazione relativa al magazzino, invece, sarebbe stata troppo generica o non sufficientemente dimostrata.

In merito al licenziamento, il giudice non ha ritenuto valide le giustificazioni del datore di lavoro: le donne in gravidanza sono tutelate dalla legge e pertanto non vi erano motivi validi per interrompere il rapporto di lavoro.

Il giudice ha quindi ribaltato la situazione: l’azienda dovrà corrispondere alla donna un risarcimento di 50mila euro per il danno e le umiliazioni subite. Non solo: è stato disposto il reintegro della manager in azienda con il riconoscimento degli stipendi arretrati per oltre 110.000 euro e un danno da stress di 1725 euro.

Oltre al risarcimento economico (che è costato più di 160.000 euro all’azienda), resta la portata simbolica di questa decisione. Il caso della manager di Conegliano ci ricorda che il rispetto della professionalità e della maternità non è un optional aziendale, ma il pilastro su cui costruire un ambiente di lavoro moderno e realmente inclusivo.

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