Durante le riunioni aziendali, alla manager veniva chiesto di servire i caffè ai colleghi «in quanto donna». Il giudice ha disposto un risarcimento da 50mila euro.
Il Tribunale di Treviso ha condannato un’azienda di Conegliano per discriminazione nei confronti di una dipendente che non solo è stata umiliata dal proprio capo di fronte ai colleghi, ma anche sminuita nelle sue competenze di manager. Una situazione che ha costretto i giudici a intervenire tutelando i diritti delle donne in un ambiente lavorativo.
La storica azienda trevigiana a conduzione familiare è attiva nella progettazione e produzione di chiavi e macchine duplicatrici: all’interno lavorano padre, madre adottiva e fratellastro della donna. Ma nonostante il legame di sangue, non ci sarebbe stata alcuna giustificazione al comportamento discriminatorio nei confronti della manager.
La dipendente, durante le riunioni aziendali, veniva costretta a servire il caffè ai colleghi perché, secondo il capo, «è compito di una donna». Nel periodo di gravidanza, inoltre, ha ricevuto una lettera di licenziamento e ha dovuto lasciare l’azienda.
Manager costretta a servire caffè “in quanto donna”
Fortunatamente si è conclusa la triste vicenda di una manager che lavorava in un’azienda familiare nel trevigiano: dopo anni di discriminazioni e umiliazioni, grazie all’aiuto dei legali e dei giudici, è arrivata la sua rivincita.
Anziché partecipare alle decisioni aziendali o almeno alle riunioni, la donna doveva limitarsi a servire i caffè ai colleghi, tra i quali anche padre, madre adottiva e fratellastro. Nella sentenza del Tribunale di Treviso sono state riportate alcune frasi riferite dal capo nei confronti della dipendente lesa: ad esempio «non meriti la dirigenza e la posizione, avrei bisogno di un uomo con esperienza». Secondo i giudici, questi comportamenti non solo avrebbero umiliato la manager davanti ai colleghi ma sarebbero stati anche dequalificanti nei confronti della lavoratrice.
Se tutto ciò non bastasse, oltre alle umiliazioni e costrizioni durante le riunioni, la donna avrebbe poi subito un ulteriore danno: mentre si trovava in gravidanza, nel 2024, avrebbe ricevuto una lettera di licenziamento che la costringeva a lasciare il posto di lavoro.
Pochi mesi prima del licenziamento aveva dovuto fare i conti con delle contestazioni disciplinari: la società le imputava l’uso della carta di credito aziendale per spese personali per un importo di 5.600 euro e una presunta responsabilità operativa nel sovraccarico del magazzino nell’ambito di attività svolte negli Stati Uniti.
La stessa situazione si era verificata nei confronti della sorella, anche lei umiliata e licenziata nello stesso periodo, a un mese di distanza dalla nascita della figlia.
La sentenza del giudice: reintegro e maxi risarcimento
I legali della donna (Francesco Furlan, Luigi Fadalti e Gabriele Mirabile), che era impiegata da anni in azienda e aveva assunto il ruolo di manager nel 2024 (poco prima del licenziamento), sono riusciti a smontare tutte le accuse punto per punto. Durante il dibattimento, infatti, è emerso che l’utilizzo della carta aziendale per spese personali sarebbe stata una prassi tollerata e condivisa all’interno della famiglia che controllava la società. La contestazione relativa al magazzino, invece, sarebbe stata troppo generica o non sufficientemente dimostrata.
In merito al licenziamento, il giudice non ha ritenuto valide le giustificazioni del datore di lavoro: le donne in gravidanza sono tutelate dalla legge e pertanto non vi erano motivi validi per interrompere il rapporto di lavoro.
Il giudice ha quindi ribaltato la situazione: l’azienda dovrà corrispondere alla donna un risarcimento di 50mila euro per il danno e le umiliazioni subite. Non solo: è stato disposto il reintegro della manager in azienda con il riconoscimento degli stipendi arretrati per oltre 110.000 euro e un danno da stress di 1725 euro.
Oltre al risarcimento economico (che è costato più di 160.000 euro all’azienda), resta la portata simbolica di questa decisione. Il caso della manager di Conegliano ci ricorda che il rispetto della professionalità e della maternità non è un optional aziendale, ma il pilastro su cui costruire un ambiente di lavoro moderno e realmente inclusivo.
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