Londra sfida Bruxelles: usare i fondi russi per l’Ucraina o rispettare le regole del mercato?

Andrea Muratore

29/10/2025

Il Regno Unito rilancia l’idea di confiscare i 140 miliardi di euro di beni russi per armare l’Ucraina. Bruxelles divisa tra pressioni politiche, rischi economici e timori di rottura con Mosca.

Londra sfida Bruxelles: usare i fondi russi per l’Ucraina o rispettare le regole del mercato?

Usare i fondi russi congelati in Occidente per armare l’Ucraina?

La partita sta dividendo il campo euroatlantico.
Dopo le diatribe interne all’Unione Europea, dall’esterno il Regno Unito ha ripreso, pochi giorni fa, una posizione netta: Yvette Cooper, ministro degli Esteri britannico, ha scritto sul «Times» nella giornata del 27 ottobre che «per ottenere una pace giusta e duratura in Ucraina, dobbiamo puntare sui soldi della Russia», aggiungendo che «il Regno Unito ha promosso con i suoi alleati la causa per un’azione economica contro la Russia» e che «ora è il momento di esercitare nuove pressioni economiche per privare il Cremlino dei proventi di guerra e spingere Putin al tavolo delle trattative».

Il governo laburista di Keir Starmer consolida l’approccio dei precedenti esecutivi conservatori al potere dal 2022 al 2024 nel guidare il fronte dei falchi antirussi nel novero delle potenze di testa del G7 e della NATO e così facendo mira a influenzare la posizione comunitaria e, in prospettiva, solleticare gli Stati Uniti.

Dopo che in particolare il Belgio, Paese dove ha sede la clearing house Euroclear attiva nel trasferimento tra mercati diversi degli asset europei, ha frenato sulla possibilità di confiscare definitivamente i 140 miliardi di euro di beni russi congelati nell’Unione Europea, la pressione di Londra mira a far cambiare approccio ai partner. Chiaramente, un’azione di questo tipo potrà essere fatta solo se a livello congiunto si deciderà di strappare con le regole del mercato e aprire alla rottura definitiva dei rapporti economici tra Russia e Occidente. Un salto nel buio che nessuno vuole ancora accollarsi.

Ma da Londra sono già riusciti, di recente, a portare l’Occidente intero sul loro terreno: due settimane fa è stato il Regno Unito il primo sponsor e primo attuatore delle sanzioni a Lukoil e Rosneft, colossi russi del petrolio, che sono stati poi colpiti anche da Ue e Stati Uniti nel quadro, rispettivamente, del diciannovesimo pacchetto di sanzioni europee a Mosca dal 2022 a oggi e del primo del secondo mandato di Donald Trump. A Bruxelles la Commissione Europea di Ursula von der Leyen, che condivide con Starmer l’impostazione duramente anti-russa, intende rilanciare il dossier.

“La Commissione europea è pienamente consapevole che il suo piano Bprestiti congiunti dell’UE noti come eurobond – è ancora più sgradita agli occhi degli Stati membri per finanziare un prestito di riparazione da 140 miliardi di euro per Kiev rispetto all’idea di utilizzare i beni statali russi congelati, che ha incontrato un ostacolo la scorsa settimana”, dato che gli austeri come Germania e Olanda potrebbero frenare a riguardo, nota Politico.eu. Ma paventare l’ipotesi lascia pensare che gli Stati meno inclini a aprire i portafogli, tra cui il Belgio che detiene buona parte dei 140 miliardi di euro confiscati alla Banca centrale e alle altre istituzioni pubbliche russe, saranno convinti dalla presenza di un’alternativa più scomoda a approvare la confisca.

Del resto, l’Europa non ha saputo rinnovare gli accordi per il debito comune di Next Generation EU a grandi sfide collettive come transizione green e difesa e sarebbe difficile vederla compattarsi per il sostegno all’Ucraina tramite un salto di qualità politico di questo rango.

Nei prossimi mesi la partita sarà dunque su più livelli. Londra e la Bruxelles comunitaria sembrano allineate. Il fine: utilizzare le risorse sovrane russe contro la Russia stessa. Armare Kiev e la sua resistenza con i beni espropriati, così da ridurre il fardello debitorio per il riarmo e l’appoggio all’Ucraina sui bilanci europei e, dunque, facilitare le politiche di Readiness 2030 e gli investimenti strategici in campo militare. Tutto questo per dare il là a un rilancio della resistenza ucraina e della capacità di poter trattare una pace solida, mandando un segnale agli Usa di Trump. Il rischio, però, può ricadere sugli Stati, che sono minacciati dalla prospettiva che una rottura del principio del pacta sunt servanda in ambito geoeconomico crei effetti dirompenti e a cascata sugli accordi economici e commerciali con il resto del mondo. In gioco non c’è solo la Russia, ma la credibilità dell’Europa come partner economico: come reagiranno le economie extra-Ue di fronte alla prospettiva che i loro asset potrebbero essere, un giorno, sequestrati in caso di crisi geopolitica? Una domanda che presuppone il rischio di un vero e proprio salto nel buio.