Autonomi, ribelli e controversi. Ecco chi sono davvero i lefebvriani, perché hanno sfidato Papa Leone XVI e cosa succede ora con il nuovo scisma
Sono bastate poche ore, la mattina di oggi (1 luglio), per riportare la Chiesa cattolica davanti a uno scisma che sembrava ormai relegato ai libri di storia. Nel seminario di Écône, in Svizzera, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha consacrato quattro nuovi vescovi senza il mandato del Pontefice, ignorando l’appello personale che Papa Leone XIV gli aveva rivolto appena due giorni prima. Un gesto che, secondo il Codice di Diritto Canonico, comporta la scomunica automatica - la cosiddetta latae sententiae - per chi consacra e per chi riceve la consacrazione, e che la Santa Sede aveva già definito “scismatico” nelle settimane precedenti.
Non è la prima volta: esattamente 38 anni fa, il 30 giugno 1988, il fondatore della Fraternità, monsignor Marcel Lefebvre, compì lo stesso passo, venendo scomunicato da Giovanni Paolo II. Da allora si sono susseguiti tentativi di riconciliazione, aperture e nuove rotture. Ecco chi sono davvero i lefebvriani, come si è arrivati al nuovo strappo e cosa cambia ora.
Chi sono i lefebvriani?
I lefebvriani sono i sacerdoti e i fedeli legati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (in latino Fraternitas Sacerdotalis Sancti Pii X, sigla Fsspx o, in inglese, Sspx), fondata nel 1970 a Friburgo, in Svizzera, da monsignor Marcel Lefebvre. Nato a Tourcoing, in Francia, nel 1905, Lefebvre era un sacerdote della Congregazione dello Spirito Santo, missionario in Gabon e poi vescovo in Senegal, prima di diventare uno dei più duri oppositori delle riforme scaturite dal Concilio Vaticano II: l’abbandono della messa in latino, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e il principio della libertà religiosa dello Stato.
La Fraternità nacque come società di vita comune senza voti, con l’obiettivo dichiarato - come ebbe a spiegare lo stesso Lefebvre - di “vigilare sulla buona formazione del sacerdote”, ispirandosi al pensiero anti-modernista di papa Pio X. Nel 1975 la Santa Sede ne dispose formalmente lo scioglimento canonico, ma la Fraternità continuò comunque la propria attività in totale autonomia, celebrando la messa secondo il rito preconciliare di san Pio V nei suoi seminari, tra cui proprio quello di Écône.
Oggi, secondo le stime più diffuse, conterebbe nel mondo 733 sacerdoti e 2 vescovi - destinati a diventare sei con le consacrazioni odierne - oltre a 145 fratelli professi, 250 suore oblate, 268 seminaristi e circa mezzo milione di fedeli distribuiti in cinque continenti, anche se alcune fonti più caute parlano di numeri sensibilmente inferiori. Dal 2018 alla guida della Fraternità come Superiore generale c’è il sacerdote italiano don Davide Pagliarani, che ha preso proprio la decisione delle consacrazioni di oggi.
Perché si è arrivati allo scontro con Papa Leone XIV
Tutto è iniziato lo scorso 2 febbraio 2026, quando don Pagliarani, durante l’omelia per la vestizione di 22 seminaristi nel seminario di Flavigny-sur-Ozerain, in Francia, ha annunciato pubblicamente l’intenzione di procedere a nuove consacrazioni episcopali. Una scelta maturata dopo la morte, nell’ottobre 2024, di monsignor Tissier de Mallerais, uno dei quattro vescovi ordinati da Lefebvre nel 1988: dei quattro, oggi restano in vita solo Bernard Fellay (67 anni) e Alfonso de Galarreta (69), chiamati a garantire, secondo la Fraternità, la «cura pastorale» delle anime anche nel lungo periodo.
Nelle settimane successive si è aperto un breve dialogo con Roma: il 12 febbraio il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha incontrato Pagliarani proponendo un confronto teologico. Ma il 18 febbraio il Consiglio generale della Fraternità ha risposto respingendo la proposta, perché - si legge nella lettera - “i testi del Concilio non possono essere corretti, né la legittimità della Riforma liturgica messa in discussione”, confermando la data del 1° luglio. La Santa Sede ha allora ribadito che l’ordinazione di vescovi senza mandato pontificio comporta comunque la scomunica automatica.
Il 29 giugno, a due giorni dalla cerimonia, Papa Leone XIV ha scritto personalmente a Pagliarani, pregandolo di fermarsi.
«Con questo spirito, e colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi.»
Un avvertimento per cui l’atto avrebbe privato i fedeli della Fraternità della ricezione lecita, e in alcuni casi persino valida, dei sacramenti. Pagliarani ha risposto il giorno dopo ringraziando il Papa per la sua “sollecitudine paterna” e chiedendo più tempo, ma senza fare un passo indietro. La cerimonia di Écône si è dunque svolta come previsto.
Cosa significa essere scomunicati nel 2026?
Nel diritto canonico la scomunica latae sententiae è una pena automatica: si applica nell’istante stesso in cui viene commesso l’atto proibito, senza che sia necessario un processo, anche se la Santa Sede può comunque emettere una comunicazione ufficiale per renderla pubblica, come già accaduto nel 1988 e come potrebbe accadere anche nelle prossime ore per il caso odierno.
Chi viene scomunicato non può più ricevere lecitamente i sacramenti, non può esercitare uffici ecclesiastici e viene escluso dalla piena comunione con la Chiesa cattolica, pur restando - secondo la dottrina - battezzato cattolico.
Sul piano pratico, per i fedeli della Fraternità questo significa che messe, confessioni e altri sacramenti amministrati dai nuovi vescovi non sono considerati leciti da Roma, anche se sulla loro validità in senso stretto il dibattito teologico resta aperto.
Un precedente conforta parzialmente la Fraternità: nel gennaio 2009 Benedetto XVI revocò la scomunica ai quattro vescovi consacrati da Lefebvre nel 1988, senza però risolvere lo scisma nella sua sostanza dottrinale. Sul piano materiale, invece, la scomunica non comporta conseguenze economiche dirette: la Fraternità, a differenza delle diocesi italiane che contano anche sui fondi dell’otto per mille, non ha mai ricevuto sovvenzioni dallo Stato o dalla Santa Sede - che gestisce un patrimonio stimato in oltre 4 miliardi di euro - vivendo unicamente delle offerte dei propri fedeli e benefattori.
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I lefebvriani nel nostro Paese: quanti sono e dove si trovano
In Italia la Fraternità San Pio X è presente fin dagli anni Settanta e fa capo a un Distretto italiano autonomo, con tre priorati storici che fungono da poli organizzativi:
- quello di Albano Laziale, nei Castelli Romani a pochi chilometri da Roma;
- quello di Spadarolo di Rimini, sede del bollettino ufficiale «La Tradizione Cattolica» e del Pellegrinaggio della Tradizione Bevagna-Assisi, 43 chilometri percorsi ogni anno a piedi;
- e quello di Montalenghe, in provincia di Torino.
Attorno a questi tre centri, negli anni la Fraternità ha attivato la celebrazione regolare della messa in numerose altre città, tra cui Agrigento, Ancona, Bergamo, Bologna, Bolzano, Ferrara, Firenze, Lucca, Milano, Napoli, Parma, Pavia, Pescara, Roma, Trento, Treviso, Trieste e Verona, oltre a due istituti religiosi femminili collegati, le Suore Consolatrici del Sacro Cuore a Vigne di Narni (Terni) e le Discepole del Cenacolo a Velletri.
Le scuole gestite direttamente dalla Fraternità, storicamente attive soprattutto a Rimini e ad Albano Laziale, restano un altro pilastro dell’attività sul territorio nazionale. Sul piano dei rapporti con la Chiesa italiana, lo scisma consumato oggi non produce effetti diretti sulle diocesi - che da decenni non hanno alcun legame canonico con la Fraternità - ma consolida una distanza già di fatto assoluta: i sacerdoti lefebvriani operano fuori da ogni struttura diocesana ufficiale, senza il riconoscimento della Cei né accesso a fondi ecclesiastici pubblici come l’otto per mille.
Lefebvriani tra rotture con Roma, attività e controversie
L’episodio che più ha impresso il nome dei lefebvriani nella cronaca italiana resta quello dei funerali di Erich Priebke, l’ex capitano delle SS condannato per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, morto a Roma nel 2013 a 100 anni. L’avvocato di Priebke chiese ospitalità alla Fraternità e i sacerdoti dell’Istituto Pio X di Albano Laziale accettarono di celebrare un rito privato: la notizia scatenò una rivolta cittadina, con scontri tra manifestanti antifascisti e simpatizzanti di estrema destra, il feretro preso a calci davanti alla chiesa e il sindaco Nicola Marini che tentò fino all’ultimo di bloccare il passaggio della salma. La cerimonia fu sospesa dallo stesso celebrante dopo il divieto del prefetto di Roma di far entrare alcuni estremisti in cappella, e il corpo lasciò Albano nella notte a bordo di un furgone diretto verso l’aeroporto militare di Pratica di Mare.
Il presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, definì allora la Fraternità «una setta ostile» legata a una teologia preconciliare ancora segnata dall’accusa di deicidio verso gli ebrei - anche perché uno dei quattro vescovi consacrati da Lefebvre nel 1988, Richard Williamson, era un negazionista dichiarato della Shoah.
Al di là del caso Priebke, i lefebvriani italiani sono tornati periodicamente alla ribalta per le tensioni dottrinali con i vescovi locali sulla liturgia e per il convegno antimassonico che la Fraternità organizza ogni anno a Rimini: un ulteriore segnale di una distanza culturale e teologica da Roma che lo scisma di oggi rende, semplicemente, ancora più formale.