La classifica dei fatturati delle squadre di calcio vede in testa il Real Madrid, che sfonda la barriera del miliardo di euro. Male le italiane, fuori dalla top 10
Il Real Madrid è la squadra più titolata e ricca al mondo, il calcio inglese è il movimento sportivo che guadagna di più e l’Italia arranca. Questi sono i principali temi del report Deloitte Football Money League 2026, che fotografa, come ogni anno, lo stato di salute economico-finanziaria dei club più importanti e ricchi del mondo, a suon di fatturati, ricavi e numeri dentro e, soprattutto, fuori dal campo.
Un calcio che macina record su record, soprattutto ai piani alti, non rappresenta solo uno sport ma un settore sempre più “industriale”, dove la differenza, stando ai dati riferiti alla stagione 2024/25, la fanno i dettagli: uno stadio sfruttato 7 giorni su 7, una macchina commerciale globale, un brand capace di vivere oltre i 90 minuti. I risultati in campo, oramai, diventano quasi marginali, perlomeno per le super potenze del calcio europeo. Per i club italiani, invece, la realtà è ben diversa.
Ecco la classifica dei fatturati delle squadre di calcio stilata grazie alla 29ª edizione del Deloitte Football Money League.
Fatturato delle squadre di calcio, qualche numero per capire
Per comprendere davvero la classifica, bisogna prima guardare il contesto: il calcio europeo (e globale) sta vivendo una fase di crescita continua, ma con un modello di business che cambia pelle. Nel 2026, i primi 20 club del mondo hanno generato ricavi record per 12,4 miliardi di euro, segnando un balzo dell’11% rispetto alla stagione precedente, quando il totale era stato di 11,2 miliardi. In pratica, per la prima volta è stata superata la soglia dei 12 miliardi, consolidando un trend che non sembra rallentare.
La crescita è distribuita su tutte le principali fonti di entrata, ma con pesi e dinamiche sempre più interessanti:
- i ricavi da matchday (stadio, biglietti, hospitality e premium) arrivano a 2,4 miliardi, con un’impennata del 16%: è il quarto anno consecutivo in cui è la voce che cresce più rapidamente in proporzione;
- i ricavi da broadcast (diritti tv e distribuzioni legate alle competizioni) toccano 4,7 miliardi, +10%;
- i ricavi commercial (sponsorizzazioni, retail, licensing, partnership, attività extra-calcio) volano a 5,3 miliardi e diventano il primo flusso della storia della Money League a superare quota 5 miliardi.
Qui c’è la chiave del calcio moderno: per il terzo anno consecutivo, i ricavi commerciali sono la fetta più grande del totale e valgono in media 265 milioni di euro a club. Non è un caso: oggi i grandi brand del pallone non si limitano a vendere maglie e firmare sponsor, ma costruiscono esperienze e business paralleli. Gli stadi diventano asset da sfruttare ogni giorno, non solo la domenica: eventi, tour, aree hospitality, concerti, ma anche strutture “permanenti” come ristoranti, hotel e spazi di intrattenimento. Un cambio di paradigma che sposta il baricentro del fatturato sempre più verso la capacità di monetizzare il marchio e l’infrastruttura.
I diritti televisivi restano centrali, ma non sono più l’unico motore. Anzi: la differenza tra “ricchi veri” e inseguitori si nota qui.
Per i club in top 10, il peso dei ricavi commerciali è arrivato quasi a metà del totale, mentre le squadre dal posto 11 al 20 dipendono molto di più dai proventi broadcast, che per loro rappresentano quasi la metà del fatturato complessivo.
A spingere il dato tv nel 2024/25 ci sono stati anche fattori straordinari: l’impatto della nuova FIFA Club World Cup (con 10 club della Money League partecipanti) ha portato un +17% dei ricavi broadcast per chi ha giocato la competizione. E anche l’espansione delle coppe UEFA ha alzato l’asticella: i fondi distribuibili sono saliti a 3,3 miliardi (da 2,7 miliardi). Il rovescio della medaglia è un calendario sempre più saturo: in media, i club della Money League hanno disputato 57 partite competitive in stagione, contro le 51 dell’anno precedente.
In questo scenario, la classifica 2026 non è solo un elenco di numeri: è una mappa del potere economico nel calcio di oggi.
Le 30 squadre più ricche al mondo secondo il report 2026
Il dato più clamoroso è davanti a tutti: il Real Madrid non solo resta in testa, ma sale ancora e si avvicina a 1,2 miliardi di euro di ricavi complessivi. È un risultato storico, perché rende i Blancos l’unico club capace di stare stabilmente oltre quella soglia. E dentro quel miliardo c’è un dettaglio che spiega meglio di qualsiasi slogan dove sta andando il calcio: il Real ha generato 594 milioni di euro solo di ricavi commerciali. Una cifra talmente enorme che, da sola, basterebbe per entrare tra le prime 10 squadre del mondo per fatturato.
Dietro, cambia lo scenario: il Barcellona torna sul podio (2°) con 975 milioni, nonostante stia ancora gestendo la fase di transizione legata allo stadio (e altre diatribe economiche in patria), e cresce grazie anche a nuove forme di monetizzazione legate al progetto del Camp Nou. Completa la top 3 il Bayern Monaco con 861 milioni, trascinato dall’aumento dei ricavi broadcast.
La top 10 è un equilibrio tra giganti storici e superpotenze inglesi, ma con un fatto nuovo: per la prima volta nella storia della Money League, Liverpool diventa il club inglese con più ricavi (5°), superando City e United. Un segnale fortissimo del peso crescente dei risultati sportivi sulle entrate televisive, ma anche della capacità di trasformare Anfield in una macchina economica attiva ben oltre le partite.
Ecco la classifica completa delle 30 squadre più ricche al mondo secondo il report 2026 (ricavi in milioni di euro):
| Posizione in classifica | Club | Totale ricavi |
|---|---|---|
| 1 | Real Madrid | 1.161 |
| 2 | FC Barcelona | 974,8 |
| 3 | Bayern Monaco | 860,6 |
| 4 | Paris Saint-Germain | 837 |
| 5 | Liverpool | 836,1 |
| 6 | Manchester City | 829,3 |
| 7 | Arsenal | 821,7 |
| 8 | Manchester United | 793,1 |
| 9 | Tottenham Hotspur | 672,6 |
| 10 | Chelsea | 584,1 |
| 11 | Inter | 537,5 |
| 12 | Borussia Dortmund | 531,3 |
| 13 | Atlético de Madrid | 454,5 |
| 14 | Aston Villa | 450,2 |
| 15 | AC Milan | 410,4 |
| 16 | Juventus | 401,7 |
| 17 | Newcastle United | 398,4 |
| 18 | VfB Stuttgart | 296,3 |
| 19 | SL Benfica | 283,4 |
| 20 | West Ham United | 276 |
| 21 | Eintracht Frankfurt | 269,9 |
| 22 | Brighton | 238,7 |
| 23 | Everton | 234 |
| 24 | Crystal Palace | 232,5 |
| 25 | Bournemouth | 218,5 |
| 26 | Roma | 216,3 |
| 27 | Wolves | 206,3 |
| 28 | Brentford | 206 |
| 29 | Flamengo | 202,7 |
| 30 | Olympique Marsiglia | 188,7 |
Cifre espresse in milioni di euro - Fonte: Deloitte Football Money League 2026
Nella parte alta della graduatoria, la differenza la fanno i “motori” economici. Il Real è l’esempio perfetto: non vive solo di stadio o tv, ma soprattutto di brand globale, capace di monetizzare merchandising e partnership con un’intensità fuori scala. Il Barcellona dimostra invece che anche una fase di transizione può diventare occasione di crescita, se la gestione commerciale è aggressiva.
E poi c’è un altro elemento che spicca: il ritorno (o l’ingresso) di club inattesi. Benfica ricompare nella Money League per la prima volta da quasi vent’anni, mentre lo Stoccarda rientra dopo oltre un decennio grazie alla spinta europea e a un matchday quasi raddoppiato. Segnali che, con le giuste condizioni sportive e strutturali, anche chi è fuori dal “cerchio magico” può infilarsi nella corsa.
Solo 4 italiane in classifica e il dominio assoluto del calcio inglese
Se la classifica mondiale racconta un calcio che corre, l’Italia descrive un calcio che resiste. Nel 2026 i club italiani presenti sono quattro, e nessuno è in top 10. Un dato che pesa, perché fotografa un problema strutturale: mentre le big europee diversificano e scalano, la Serie A resta più esposta alle oscillazioni sportive e soprattutto alla fragilità del mercato interno, con problemi legati alla vendita dei diritti TV, all’insostenibilità degli stadi attuali e all’incartamento sull’annosa questione “pezzotto”.
Le italiane in graduatoria sono:
- Inter: 11ª (miglior club italiano)
- AC Milan: 15º
- Juventus: 16ª
- Roma: 26ª
È un cambio di gerarchie rispetto a poco tempo fa: l’Inter è oggi la prima italiana nella Money League, davanti al Milan. Nella stagione 2023/24, invece, era stato proprio il Milan a guidare il gruppo con 397,6 milioni di euro (13°), seguito dall’Inter a 391 milioni (14°), mentre la Juventus era scivolata a 355,7 milioni (16°) anche per l’assenza dalle coppe europee. Quel dato resta comunque importante perché spiega una cosa semplice: per i club italiani, la partecipazione alle competizioni UEFA pesa ancora tantissimo sulla capacità di stare agganciati alle big.
Il punto è che nel frattempo gli altri hanno accelerato. E, soprattutto, lo ha fatto la Premier League, che nella Money League 2026 è un vero e proprio “campionato nel campionato”: le inglesi occupano la parte più larga della classifica e dominano anche nella fascia 21-30 con club come Brighton, Everton, Crystal Palace, Bournemouth, Wolves e Brentford. Squadre non proprio di prima fascia. Una profondità che nessun’altra nazione ha: in Inghilterra, anche squadre fuori dalle coppe possono generare ricavi da élite internazionale grazie all’impatto monstre dei diritti tv e a un sistema commerciale ormai maturo (partito dagli anni ’90).
Per l’Italia, invece, il report segnala una criticità chiara: i nuovi accordi domestici sui diritti televisivi (partiti nel 2024/25) hanno portato un calo medio di circa 3% nel valore dei diritti a stagione (escludendo eventuali componenti variabili). Tradotto: meno ossigeno immediato per i club, proprio mentre altrove la macchina corre.
E non è solo una questione di “quanto vale la TV”. È una questione di modello. I top club europei stanno costruendo ricavi sempre più indipendenti dai risultati in campo: retail globale, sponsorizzazioni ad alto valore, contenuti diretti al consumatore, uso degli stadi come poli di intrattenimento. Per molte italiane, invece, lo stadio resta spesso un limite (capienza, proprietà, servizi premium) e il commerciale cresce più lentamente, con meno possibilità di “scalare” a livello internazionale.
Il quadro generale, quindi, è netto: nel 2026 il calcio inglese è un ecosistema dominante (15 club nei primi 30), la Spagna continua a vivere su due superpotenze, la Germania mantiene solidità grazie a un equilibrio interno invidiabile e l’Italia resta aggrappata ai suoi club storici ma senza essere una vera protagonista.
Il messaggio tra le righe del report è molto lampante: nel calcio di oggi, chi non investe su infrastrutture, brand e diversificazione rischia di scivolare indietro anche quando vince sul campo.
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