Un conto è la scelta di vita, un altro è la necessità. C’è chi lavora per le tradizionali otto ore al giorno e chi invece ha turni molto più brevi, in virtù di un contratto part time. Lo fa per conciliare meglio esigenze di famiglia, studio e tempo libero, ma più probabilmente perché costretto in mancanza d’altro.
L’Italia vive una condizione molto particolare. Siamo un popolo alla ricerca soprattutto del lavoro full time e i pochi (almeno rispetto ad altri paesi europei) che hanno contratti part time vivono molto spesso la propria condizione come un ripiego. Siamo infatti il paese OCSE con la più alta quota di lavoratori part time involontari: occupati “a mezzo servizio” che aspirano al tempo pieno (che garantirebbe più stabilità e salari più alti), senza riuscire però a ottenerlo.
I motivi per l’insoddisfazione sono tanti, a cominciare dalle paghe: troppo basse per le poche ore lavorate, considerando che le retribuzioni in Italia sono spesso insufficienti perfino per chi lavora 40 ore a settimana.
È quanto emerge dai dati dell’organizzazione internazionale, che certificano il record dell’Italia. Nel 2025 il 7,8% degli occupati italiani totali ha lavorato part time senza volerlo, a fronte di una media del 2,5% nei paesi OCSE e del 3,1% a livello medio Ue. Nel caso di Germania (1,5%), Francia (3,4%) e Spagna (6,1%), l’incidenza dei dipendenti a orario ridotto che vorrebbero passare al tempo pieno è molto più bassa. Restringendo il campo ai soli lavoratori part time, in Italia oltre il 49,5% ha un orario corto senza volerlo: ossia, quasi uno su due lavora a tempo ridotto ma non per propria scelta. In nessun’altra economia OCSE emerge un’insoddisfazione così diffusa per il lavoro part time, chiaramente soprattutto al confronto con quelle in cui i contratti a orario parziale sono cercati per scelta e non come “piano b”.
I lavoratori part time involontari
Quota di lavoratori con contratto part time sul totale degli occupati
C’è da dire che in Italia, più che altrove, il contratto a tempo pieno è percepito come l’unico capace di garantire reddito dignitoso, stabilità, contributi pensionistici e accesso al credito. Spesso all’estero è invece il part time a essere visto come uno stile di vita e una scelta spesso ben retribuita, a fronte di paghe più alte in generale (in Italia i dipendenti full time guadagnano oltre 6 mila euro in meno rispetto alla media Ue). Secondo Eurostat, nel 2025 in Italia i lavoratori part time sono stati solo il 15,5% degli occupati totali: meno del 17,7% a livello medio Ue, ma soprattutto molto sotto rispetto a quanto osservato in altri paesi europei. Nei Paesi Bassi, per citare la nazione capofila dell’occupazione a orario ridotto, i part time rappresentano oltre il 42,2% del totale dei rapporti di lavoro. In questo caso l’incidenza altissima è accompagnata dalla volontarietà. Solo lo 0,9% dei lavoratori olandesi ha un rapporto part time involontario: un contesto quindi totalmente diverso rispetto a quello italiano e caratterizzato anche da retribuzioni medie più alte, che consentono di scegliere l’opzione a orario ridotto unendo ritmi di lavoro più sostenibili a una paga accettabile.
Preferenza culturale ed economica
Negli ultimi vent’anni il lavoro a tempo parziale involontario è diventato sempre più diffuso in Europa. Dopo la crisi del 2008, l’aumento del lavoro precario e della sottoccupazione è stato particolarmente forte nei paesi dell’Europa del Sud, soprattutto in Italia e Spagna. Tra turni discontinui o “a chiamata”, orari spezzati, contratti a termine e bassa retribuzione complessiva, dato che a meno ore corrispondono spesso anche paghe orarie più basse, il risultato in Italia è un sottoutilizzo della forza lavoro: persone che vorrebbero lavorare 35-40 ore, ma di fatto ne lavorano 15-25, con conseguenze su reddito, stabilità economica, benessere psicologico e contributi pensionistici.
Gli effetti sulla previdenza
Particolarmente significativi sono proprio i risvolti sulla previdenza. Essendo i contributi calcolati sui redditi effettivi, chi accumula anni di lavoro discontinuo, con orari ridotti e retribuzioni basse, matura inevitabilmente una pensione più bassa. Un lavoratore bloccato per troppo tempo nel part time versa meno contributi e vede ridursi sensibilmente l’importo della futura pensione. Le aziende, soprattutto nei settori del commercio, del turismo, della ristorazione e dei servizi, spesso utilizzano il part time per avere più flessibilità e contenere il costo del lavoro. Grazie a orari spezzati, turni a chiamata o clausole elastiche, possono modulare la manodopera secondo il bisogno senza assumere full time. Si tratta tra l’altro dei settori più in crescita a livello occupazionale: in Italia il 19,3% lavora nell’industria in senso stretto (escluse le costruzioni) e il 20,4% nel commercio, nella ristorazione e nel settore alberghiero: percentuale che sale al 69,9% se si considerano gli occupati nei servizi nel loro complesso. Sono settori che molto spesso offrono contratti part time, ma quasi sempre per esigenze aziendali, non del lavoratore. Una forma di sottoccupazione mascherata: si lavora poche ore, con redditi bassi, contributi ridotti e forte frustrazione, che colpisce soprattutto donne, giovani e lavoratori nelle regioni del Sud.
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