Lavorare meno a parità di reddito. La richiesta dei lavoratori che nessuno ascolta

Pierluigi Fagan

25/02/2026

Comprendere la condizione dei lavoratori è essenziale per tradurre ambizioni emancipative in risultati reali e condivisi.

Lavorare meno a parità di reddito. La richiesta dei lavoratori che nessuno ascolta

Molta teoria politica, soprattutto quella che ha ambizioni emancipative o ritiene di averle, si basa su un riferimento alla condizione lavorativa degli esseri umani.

Qui si viene, a creare, a volte, uno strano fenomeno per il quale persone che hanno il privilegio di lavorare con la mente parlano di ciò che sarebbe meglio per le persone che lavorano più in generale.
Il “lavorare con la mente” a volte identifica persone che traggono reddito da questo impegno (professori, studiosi, analisti, giornalisti, artisti etc.), altre volte sono invece persone che non lavorano nel senso reddituale-occupazionale. Anche quando traggono reddito e posizione sociale dal loro “lavorare con la mente”, forse non si rendono conto di quanto sono privilegiate rispetto a chi ha impegni occupazionali con contenuti molto meno interessanti. Men che meno se ne rendono conto quelli che neanche lo fanno per “occupazione”.

Infine, altre due cose. La prima è che molta teoria politica con ambizioni emancipative ha radici nel XIX secolo dove “lavoro”, lavoratore, suoi diritti e reddito, erano ritenute “condizioni fondamentali” a base di teorie emancipative basate sulla presa di coscienza dello sfruttamento intrinseco del loro “lavorare”. Questo ha generato una “mistica del lavoro” che hanno, spesso, proprio le persone che non lavorano davvero.
La seconda è che lo sterminio dei partiti, sindacati, mondo intellettuale intorno alla politica non solo teorica, ha sempre più allontanato gli intellettuali dalla realtà. Forse, appena qualche decennio fa, era più facile leggendo o discutendo statistiche (ad esempio le analisi sulle classi sociali alla Sylos Labini) o incontrandosi in sezione o sede o gruppo di lavoro, che gli intellettuali si rendessero concretamente conto di cosa fosse la condizione lavorativa.

Ecco allora che “ascoltare” la voce propria dei lavoratori, forse potrebbe aiutare i lavoratori della mente critici o con ambizioni emancipative, ad applicare l’intelletto a questioni concrete invece di continuare a scrivere pagine e pagine di analisi e critiche in vista della loro personale visione ideale del migliore dei mondi possibili.
Non che la ricerca e il lavoro puramente teorico sia da minimizzare, è solo che, come notava Kant, la conoscenza richiede l’unione di entrambe le facoltà: la sensibilità (il dato concreto) riceve, l’intelletto pensa. L’intelletto senza concretezza è vuoto, la concretezza senza intelletto è cieca.

Cosa pensano i “lavoratori”? Una voce ci viene dal IX Rapporto Censis-Eudaimon sul “ben essere lavorativo”:
- L’88% vorrebbe lavorare meno ed avere più tempo umano per sé.
- Il 71% ritiene che oggi ci siano concrete possibilità tecniche ed economiche per lavorare di meno, soprattutto i giovani (82%)
- Il 64% ha perso il “senso” del proprio lavoro al di là della necessità del reddito
- Il 55% non sente alcun richiamo al “far carriera
- Il 44% vive il lavoro come un dovere senza alcuna passione

Poiché qualora la vostra immagine di mondo pretenda di agognare un mondo di pace, giustizia, libertà, uguaglianza, fuori dall’UE, dentro una UE diversa, fuori dall’euro o dentro i BRICS, fuori dalla NATO, senza genocidi o stermini vari, fuori dal “capitalismo”, dall’Occidente imperialista, con giustizia ecologica e più “umana”, parità di condizioni sociali tra minoranze e maggioranze di vario tipo o sognate una vera società autonoma ovvero in grado di darsi il nomos da sé ovvero realmente “democratica”, magari per uscire dalla dittatura neoliberista o per evitare una distopia post-umana, da soli non combinate niente, si arriva alla necessità di costruire una “massa critica” che condivida i vostri emancipativi intenti.

E come si “crea” questa massa critica se chi la dovrebbe comporre ha il tempo sequestrato da un qualche lavoro e non ha il tempo di leggere, studiare, dibattere che avete avuto voi per giungere alle vostre determinazioni ideali che poi raccontate con fervore ai “sequestrati” cercando di convincerli che un mondo migliore è possibile?
Se volete solo vendere un libro da 20 euro (di cui 1 va all’autore) o farvi fare qualche intervista da mettere su YouTube va bene così. Se però vorreste veramente che gli intenti ideali possano diventare realtà concreta allora, forse, c’è prima da convenire su una azione politica semplice-semplice.
Una azione politica su cui convergere la suggeriscono i lavoratori stessi: lavorare meno a parità di reddito. Cosa che per altro aiuterebbe anche la ridistribuzione dello stesso lavoro e del reddito e quindi una minore ricattabilità del lavoratore. Nonché necessaria in vista del sempre maggior impiego di macchine e A.I., la cui prima ragion d’essere è proprio quella di avere minori costi del lavoro e più ore lavoro per le aziende.
Il paradosso dell’attuale condizione dell’intellettuale disorganico è che c’è una forte domanda (i dati riportati) e non c’è alcuna offerta politica relativa.

Questo non garantisce niente di per sé, tuttavia offre una “condizione di possibilità” senza la quale ogni discorso è vano per mancanza di un pubblico ricettivo e poi massa critica concretamente attiva.
Più tempo per capire le cose offre la possibilità di poi volerle cambiare.

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