L’era del denaro gratis sta per finire: l’11 giugno la BCE alza i tassi

Dimitri Stagnitto

7 Giugno 2026 - 07:34

Dopo otto tagli consecutivi, mercoledì Christine Lagarde dovrebbe firmare il primo rialzo dal settembre 2023. Potrebbe essere l’inizio di un cambio di paradigma e di una nuova crisi.

L’era del denaro gratis sta per finire: l’11 giugno la BCE alza i tassi

Siamo ormai abituati a una dinamica anormale, quella dei continui tagli dei tassi, da finire per considerarla normale. Sono stati otto i tagli consecutivi della Banca centrale europea, a partire da settembre 2023 in cui il costo del denaro aveva toccato il suo picco. Un tempo sufficiente a farli sembrare la prova di una legge di natura, una nuova normalità. Mercoledì 11 giugno quella favola potrebbe finire: i mercati danno all’86% la probabilità di un rialzo di 25 punti base [2], il primo dopo otto allentamenti di fila.

La tesi, allora, va detta subito e senza anestesia: l’errore non è il rialzo, è aver creduto che il denaro a buon mercato fosse lo stato naturale delle cose. Il decennio dei tassi a zero — e in certi tratti perfino negativi, una di quelle anomalie monetarie su cui ho già scritto 10 anni fa — non è stata la regola da cui ci siamo temporaneamente allontanati. È stata l’eccezione storica, l’esperimento. E ogni esperimento, prima o poi, presenta il conto.

Perché allora questo improvviso voltafaccia di Francoforte?

La risposta è incastonata in tre numeri. L’inflazione dell’eurozona è risalita al 3% annuo ad aprile, e la stessa Lagarde ha lasciato intendere che la proiezione del 2,6% per il 2026 andrà rivista al rialzo. Lo spread tra il nostro decennale e il Bund tedesco si muove intorno ai 76 punti base, con il BTP a dieci anni ormai vicino al 3,8%.

Il falò che riaccende i prezzi, d’altra parte, lo conosciamo: è l’energia importata, il greggio sopra i cento dollari, una bolletta geopolitica che paghiamo in fondo allo Stretto di Hormuz e che dalla materia prima risale fino allo scaffale del supermercato. La BCE non combatte un’inflazione da domanda surriscaldata: rincorre un’inflazione che le arriva da fuori, e ha pochi strumenti per fermarla davvero.

Chi ha costruito un mutuo a tasso variabile, un piano industriale, un portafoglio obbligazionario sull’assunto che il denaro restasse eternamente gratis, ha ragionato esattamente come quel tacchino. Ha confuso una serie di dati passati con una promessa sul futuro.

Ed è qui che il rialzo dell’11 giugno diventa qualcosa di più di una riga su un calendario di politica monetaria — quel calendario che, se si vogliono conoscere le date dei prossimi interventi, è facile recuperare.
Diventa il momento in cui un’intera abitudine mentale viene smentita. L’Italia, con il suo debito che va rifinanziato di continuo, è il convitato più esposto: ogni decimo di punto in più sul costo del denaro è una zavorra che si scarica sui conti pubblici e, a cascata, sul credito che le piccole imprese faticano già a ottenere.

C’è chi dice che Lagarde stia sbagliando

E va dato spazio a questa controvoce, perché è seria. Diversi economisti avvertono che stringere ora, con una crescita europea anemica, rischia di spingere l’eurozona dalla stagflazione alla recessione vera e propria: alzare i tassi contro un’inflazione che nasce dal costo dell’energia, e non dai consumi, significherebbe curare la febbre spegnendo il riscaldamento. È un’obiezione legittima, e chi scrive non ha la presunzione di sciogliere il dilemma al posto del Consiglio direttivo. Ma il punto, per il lettore e per l’investitore, è un altro e prescinde da chi abbia ragione mercoledì.

Il punto è che l’era del denaro gratis era un’eccezione, e l’avevamo scambiata per il nuovo normale. Che la BCE alzi una volta sola o tre, che lo faccia adesso o a settembre, la lezione non cambia: il rischio è tornato ad avere un prezzo.

E un mercato in cui il rischio costa è un mercato più onesto — più scomodo, certo, ma più onesto — di quello in cui per dieci anni ci siamo illusi che il denaro non costasse nulla. Il tacchino, almeno, non aveva modo di sapere. Noi sì.