Se il potere di una nazione o di un’area del mondo si misura nella capacità di estrarre e vedere materie prime, allora la superpotenza del secolo potrebbe non essere la Cina (almeno non solo lei).
Con i minerali e i metalli critici diventati protagonisti assoluti del futuro economico mondiale, chi ne avrà di più e riuscirà a ottenere un profitto dalla loro esportazione al mondo affamato di queste risorse preziosissime potrà davvero esercitare un’influenza sul mondo.
La Cina è in vantaggio da anni in questa corsa alle commodities più richieste per l’energia rinnovabile. Mentre Usa ed Europa inseguono a fatica, potrebbe farsi strada un’altra regione del mondo, potenzialmente in grado di assumere un ruolo sempre più importante nel settore materie prime: è l’America Latina, da non sottovalutare come superpotenza del prossimo futuro.
Perché l’America Latina può diventare una superpotenza
L’America Latina è già un territorio rilevante per le materie prime, ma potrebbe vivere presto un vero e proprio boom.
Tre forze stanno spingendo la regione a diventare la superpotenza delle materie prime di questo secolo, secondo un’analisi diffusa e ripresa in un articolo di The Economist.
Innanzitutto, c’è la transizione verde che sta aumentando la domanda di metalli e minerali che l’America Latina ha in grande offerta, così come l’energia rinnovabile per elaborarli. La regione fornisce al momento più di un terzo del rame mondiale, utilizzato nei cablaggi e nelle turbine eoliche, e metà del suo argento, un componente dei pannelli solari.
Poi, grano, bestiame, caffè e zucchero proveniente dalle proprie terre e dai propri allevamenti serve a nutrire la popolazione globale in crescita.
Infine, le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina stanno inoltre inducendo i Paesi a guardare con maggiore interesse agli investimenti in una regione relativamente neutrale. L’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti, per esempio, impone che dal 2027 l’80% del valore di mercato dei minerali critici utilizzati per produrre le batterie dei veicoli elettrici debba essere estratto o lavorato negli Stati Uniti o in uno dei paesi con cui ha un accordo di libero scambio, come fanno Cile, Perù e Messico.
Un tris perfetto per stimolare lo sviluppo del Sud America e farlo prosperare. Certo, la sfida non è semplice considerando che le economie della regione rimangono poco sofisticate, il Pil pro capite vale un quarto di quello degli Stati Uniti e la disuguaglianza è molto diffusa, oltre a dilagare corruzione e criminalità.
La base per far nascere nuove opportunità, però, c’è: basta ricordare che 21 dei 33 Paesi dell’America Latina ottengono più della metà dei loro proventi dalle esportazioni di materie prime; salendo a oltre il 60% per tutti i 12 Paesi del Sud America. Esportano principalmente minerali e cibo piuttosto che energia, che domina solo in Venezuela e Colombia.
Da sottolineare, però, che anche nel comparto del petrolio il Brasile sta diventando molto promettente.
L’analisi ricorda che, probabilmente, la domanda alimentata dalla transizione verde sarà più durevole del boom del petrolio, del carbone e dell’acciaio degli anni 2000. La rivoluzione green è in corso e richiederà investimenti per decenni.
Le tecnologie a basse emissioni di carbonio sono molto più “affamate” di minerali rispetto a quelle inquinanti. Un’auto elettrica contiene da tre a quattro volte più rame di un’auto a benzina. L’installazione di un megawatt di capacità in un parco eolico offshore richiede una quantità di metallo sei volte superiore a quella di un impianto a gas.
Nella corsa per colmare alle risorse per la sostenibilità industriale, spicca l’America Latina. La regione detiene vasti depositi di minerali e metalli critici.
Nonostante lo estraggano da decenni, Cile e Perù conservano il 30% delle riserve mondiali sfruttabili di rame. L’America Latina ospita quasi il 60% del litio conosciuto. La Bolivia ha lo stagno, usato come saldatura nei componenti elettrici. Il Brasile ha la grafite, un altro metallo per batterie. Sono probabili ulteriori scoperte poiché solo il 30% del sottosuolo del Paese è stato studiato, secondo Alexandre Silveira, ministro delle miniere del Brasile.
Inoltre, spesso i metalli si estraggono più facilmente in America Latina che altrove. È più economico ottenere il litio per evaporazione che perforarlo dalle rocce, come si fa in Australia e in Cina. Le terre rare magnetiche del Brasile si trovano vicino alla superficie. L’America Latina ha bisogno di strade e porti di gran lunga migliori, ma le infrastrutture non sono così obsolete come in molte regioni minerarie in Africa e parti dell’Asia.
Cosa può andare storto? Gli ostacoli del Sud America
La storia consiglia prudenza. L’America Latina dovrà agire con accortezza se vorrà sia sfruttare le risorse che gestire le entrate, osservano gli esperti di The Economist.
Diversi sono i punti di incertezza sullo sviluppo del settore materie prime in Sud America. Per dominare la scena mondiale e affermarsi come superpotenze, infatti, le sfide da vincere non mancano.
Il comparto è ricco di insidie, dall’oscillazione dei prezzi dei minerali ai pericoli per l’ambiente nell’estrazione, fino ai cambiamenti climatici che comportano degli arresti nell’estrazione.
Le raffinerie sono vulnerabili agli aumenti dei costi dei materiali e dell’energia: a dicembre il più grande trasformatore di rame del Brasile ha presentato istanza di fallimento.
Le industrie di alto valore richiedono poi competenze e innovazione, ma l’America Latina istruisce troppo pochi ingegneri. La regione investe appena lo 0,6% del suo Pil in ricerca e sviluppo, meno di un quarto della media dell’Ocse. Gli analisti ritengono che la maggior parte delle batterie sarà costruita negli o vicino a Stati Uniti, Cina ed Europa, dove i mercati dei veicoli elettrici sono più sviluppati.
Gli investitori inoltre hanno bisogno di certezza del diritto perché il capitale investito in nuove miniere o pozzi viene recuperato solo anni dopo l’inizio del progetto. In questo senso l’ondata di Governi di sinistra ha sfiduciato un po’.
I Governi latinoamericani stanno cercando di ottenere più valore dai loro materiali imponendo più regole. A maggio il Cile ha votato per aumentare l’aliquota fiscale massima sui minatori di rame dal 41-44% a quasi il 47%, tra le più alte al mondo. Il presidente Gabriel Boric ha suggerito di volere la partecipazione maggioritaria dello Stato nelle concessioni di estrazione del litio, una volta scaduti gli attuali contratti. Il presidente del Messico Andrés Manuel López Obrador ha nazionalizzato i depositi di litio del suo Paese.
Le caratteristiche del mercato latino americano, quindi, sono peculiari e questo può ostacolare il boom nelle materie prime che si attende. A vantaggio, probabilmente e ancora, della Cina.