La Russia alle prese con il «made in China». Una convergenza che non può funzionare

Federico Giuliani

02/11/2023

All’apparenza la convergenza tra Russia e Cina sembra avvantaggiare entrambi i Paesi. Dietro le quinte si iniziano però ad intravedere dinamiche ben diverse.

La Russia alle prese con il «made in China». Una convergenza che non può funzionare

L’obiettivo è ambizioso ma a portata di mano. Entro la fine del 2023, Russia e Cina vogliono raggiungere i 200 miliardi di dollari annui di scambi commerciali. Manca pochissimo al traguardo auspicato dai due partner senza limiti, che hanno già chiuso il 2022 a quota 185 miliardi e visto crescere il loro interscambio del +37% nei primi sei mesi del 2023. Attenzione però, perché se all’apparenza la convergenza tra l’Orso e il Dragone sembra avvantaggiare entrambi gli attori protagonisti, dietro le quinte si iniziano ad intravedere dinamiche differenti.

Verso una Russia “made in China”?

In particolare, l’abbraccio di Pechino sta iniziando, lentamente e in silenzio, a soffocare il mercato di Mosca. Certo, complice l’impossibilità di attingere ai mercati occidentali - conseguenza della guerra in Ucraina - il Cremlino ha bisogno di un salvagente per non affondare, e la Cina è subito apparsa ben disposta a svolgere questo ruolo.

Nell’immediato, Vladimir Putin ha evitato il collasso della Russia sostituendo il vuoto lasciato dai prodotti occidentali con i brand cinesi. Nel medio e lungo periodo, il salvifico made in China potrebbe tuttavia conquistare la prateria economica russa senza incontrare ostacoli. Costringendo Mosca a diventare una sorta di succursale di Pechino.

Il settore delle auto

Uno dei settori nel quale si nota maggiormente la longa manus della Cina negli affari economici di Mosca coincide con quello delle automobili. Le case automobilistiche del Dragone stanno letteralmente conquistando intere quote di mercato russe, una volta appannaggio di brand occidentali. Secondo i dati di Autostat, a giugno le vetture made in China importate rappresentavano il 49% del mercato russo (per l’esattezza 400mila unità) rispetto ad un misero 7% del giugno 2021.

Le statistiche doganali cinesi hanno invece sottolineato l’aumento delle esportazioni di auto di 6,4 volte su base annua, fino a raggiungere un valore di quasi 4,6 miliardi di dollari, nel periodo compreso tra gennaio e giugno 2023 (oltre 1 miliardo di dollari registrato solo a giugno).

Un esempio concreto? Mosca ha rilanciato un’auto d’epoca nell’era sovietica, la Moskvich, ma per farlo è dovuta attingere al know-how cinese. Tanto è vero che il modello Moskvich 3, stando a quanto evidenziato da Reuters, avrebbe visto la luce solo grazie ai kit acquistati dai russi dall’azienda cinese JAC Motors.

Altri due dati curiosi. Primo: la Russia è stata la destinazione principale dell’export di auto cinesi nei primi sette mesi del 2023. Secondo: i marchi automobilistici di Pechino, tra cui Havel, Geely e Chery, hanno visto la loro quota di mercato russa passare dal 10 al 38%.

L’abbraccio tecnologico

Un’altra cartina al tornasole della graduale sottomissione russa all’offerta economica cinese chiama in causa il mondo della tecnologia. Nell’elettronica di consumo, alla fine del 2021 i marchi cinesi rappresentavano circa il 40% del mercato degli smartphone; un anno dopo, sono riusciti praticamente a conquistare il settore con una quota di mercato del 95%.

Mentre in passato iPhone e Samsung dominavano la scena, oggi i riflettori sono puntati sui modelli di Xiaomi e Realme, ormai saldamente in vetta alle classifiche di vendita della Russia. Scendendo nei dettagli, nel terzo trimestre del 2022 Xiaomi, Realme e Honor (il marchio economico in passato proprietà di Huawei) hanno aumentato le spedizioni verso la Russia del 39%, 190% e 24% rispetto al trimestre precedente.

Xiaomi ha raddoppiato la propria quota di mercato e l’azienda con sede a Pechino può vantare lo smartphone più venduto nella Federazione Russa, in gran parte grazie alla sua popolare linea Redmi.

Il piano di Pechino

La Cina, al momento, non ha alcun interesse nello stritolare la Russia con pratiche commerciali illegali. Al contrario, Pechino è interessata a far sì che l’economia russa non imploda – così da poter contare su un partner nel confronto geopolitico globale con l’Occidente – e, al contempo, a ottenere quanti più vantaggi possibili dal rapporto con il Cremlino, sempre più sbilanciato a favore del Dragone.

Il governo cinese, del resto, importa dalle aziende russe risorse energetiche, come petrolio e gas, in “cambio” di un’ancora di salvataggio commerciale generica e a buon mercato. Nel frattempo, ha avvisato Bloomberg, i container provenienti dalla Cina si stanno “accumulando” in Russia, a conferma dell’ondata di merci cinesi che continua ad affluire nel Paese.

I consumatori russi non hanno fin qui battuto ciglio. È probabile che possano iniziare a mostrare segnali di insofferenza in un secondo momento, quando e se dovessero toccare con mano un’evidente abisso di qualità tra i prodotti made in China e quelli occidentali usciti dal loro Paese.