Sicurezza contro economia: è questo il dilemma che attanaglia tutti i Paesi dell’Asia, chiamati a districarsi nella pericolosa contesa tra Stati Uniti e Cina.
Se, da un lato, le nazioni della regione devono fare i conti con molteplici rivendicazioni marittime – quasi sempre con Pechino protagonista - dall’altro sanno quanto sia per loro importante continuare a fare affari con il Dragone. Sanno anche, però, di non poter fare a meno di un legame con Washington, soprattutto nel caso in cui i rapporti con il gigante asiatico dovessero deragliare oltre ogni limite possibile e immaginabile.
La soluzione ideale per i governi locali coincide con il mantenimento di un complicato equilibrio geopolitico, evitando di schierarsi apertamente da una parte o dall’altra. Un equilibrio, tuttavia, sempre più precario a causa delle crescenti tensioni internazionali. Basta dare un’occhiata a cosa sta accadendo nelle Filippine, Paese alleato degli Usa e finito al centro della rivalità sino-statunitense.
Le Filippine al centro della disputa Usa-Cina
Da quando, nel 2022, Ferdinand Marcos Jr è diventato il nuovo presidente delle Filippine, Manila è tornata stabilmente a gravitare attorno a Washington. Ha persino implementato l’Accordo di cooperazione rafforzata per la difesa, un’intesa stipulata tracon gli Usa nel 2014, consentendo agli Stati Uniti di utilizzare quattro nuove basi militari filippine, in aggiunta alle cinque già in uso.
Due dei siti scelti si trovano a Cagayan: la base navale di Camilo Osias, a Santa Ana, e il vicino aeroporto internazionale di Lallo, distano meno di 500 chilometri dalla punta meridionale di Taiwan. Entrambi – così come gli altri siti - rappresentano importanti hub strategici per le forze armate statunitensi nel caso in cui dovesse scoppiare un conflitto nello Stretto di Taiwan.
La visione geopolitica di Marcos si scontra però con le esigenze della politica locale delle Filippine. Lo ha spiegato alla perfezione Nikkei Asia raccontando le preoccupazioni di Manuel Mamba, governatore della provincia filippina di Cagayan, che ha duramente criticato il piano del suo governo centrale. Non solo perché questo esporrebbe la zona a rischi e pericoli, ma anche perché lo stesso Mamba avrebbe voluto trasformare la provincia da lui amministrata in una sorta di gateway per il nord-est asiatico.
Come se non bastasse, la decisione di Marcos ha incontrato anche la vana opposizione dell’Autorità per le zone economiche di Cagayan, desiderosa di fare leva sugli investimenti cinesi – sottoforma di casinò e resort per la ristorazione – per sviluppare l’intera area.
Uno sviluppo economico da ripensare
Mentre una parte delle Filippine intende proseguire lungo la strada del rafforzamento militare con gli Stati Uniti in chiave anti cinese, le varie anime locali del Paese temono di vedere evaporare i loro modelli di sviluppo economico a causa di un eccessivo allontanamento da Pechino.
Il predecessore di Marcos, Rodrigo Duterte, si era speso per aprire le porte agli investimenti del Dragone nel Paese. Cagayan, tra l’altro, era in primo piano nella visione di Duterte di creare ottimi legami commerciali con la Cina. Durante la sua amministrazione, erano stati pianificati ben 3 miliardi di dollari di investimenti cinesi attraverso la Belt and Road Initiative, tra cui una «città intelligente» sull’isola di Fuga. Tutto naufragato in nome della sicurezza nazionale. Che riguarda, eccome, Manila, ma che rischia di strozzare le economie di varie province.
Il nuovo accordo di Difesa tra Filippine e Usa, non a caso, ha dato il colpo di grazia all’entusiasmo del gigante asiatico, che ha dirottato altrove i propri investimenti. I politici locali, come Mamba a Cagayan, adesso non hanno un modello alternativo. E si interrogano sul futuro delle loro comunità.