Una rete strategica come quella delle telecomunicazioni italiana finita nelle mani di un fondo straniero, l’americano KKR, di cui è partner l’ex capo della CIA, David Petraeus. Un’operazione che sta facendo molto discutere in queste ore, avvallata dal MEF e dal ministro Giancarlo Giorgetti, esponente - almeno sulla carta - di un governo «sovranista» che dovrebbe tutelare l’interesse nazionale su ogni cosa. "Per quanto riguarda la rete Telecom noi abbiamo comprato e non venduto.
Ha venduto Tim che è una società privata in virtù di privatizzazioni fatte dalla sinistra tanto tempo fa della cui bontà non entro nel merito" ha replicato il ministro Giorgetti rispondendo ad una domanda sulla rete del gruppo Tlc a margine della conferenza stampa Ita-Lufthansa.
Verissimo: la sinistra italiana al governo, infatti, fu protagonista di una stagione di selvagge privatizzazioni e «liberalizzazioni» che, dopo il 1992, hanno drasticamente ridimensionato quella poca sovranità e autonomia che la classe politica della Prima Repubblica aveva tentato in tutti i modi tentato di tutelare. Ciò non toglie, tuttavia, che il governo Meloni ha avvallato l’operazione di svendita, senza opporre alcuna resistenza.
La cessione di NetCO a KKR
Nei giorni scorsi Tim ha infatti annunciato di aver perfezionato la cessione di NetCo a Kohlberg Kravis Roberts & Co. L.P. (“KKR”) mediante il conferimento in FiberCop (società controllata al 58% da Tim) del ramo d’azienda di Tim che comprende l’infrastruttura di rete fissa e le attività wholesale, e la successiva acquisizione dell’intero capitale di FiberCop da parte di Optics BidCo, società controllata da KKR.
L’operazione di cessione di NetCo, si legge nel comunicato di Tim, valorizzata fino a un massimo di 22,0 miliardi di euro comprensivi di earn-out legati al verificarsi di determinate condizioni, permette a Tim una «riduzione dell’indebitamento finanziario in linea con quanto già comunicato al mercato». “Il perfezionamento dell’operazione con KKR e MEF è frutto di due anni e mezzo di lavoro, che sono serviti a riallineare la gestione ordinaria di Tim e a individuare quelle soluzioni, industriali e finanziarie, che ci permetteranno di affrontare le prossime sfide che abbiamo davanti”, ha dichiarato Pietro Labriola, Amministratore Delegato di Tim. Tuttavia, la questione politica di fondo rimane.
Il sovranismo atlantista di Meloni
Innanzitutto, c’è un problema di coerenza. La Giorgia Meloni dell’opposizione avrebbe duramente criticato un’operazione di questo tipo, mentre quella di governo, che tenta in tutti i modi di accreditarsi come partner affidabile presso Washington, agisce in maniera diametralmente opposta. I vecchi tweet di Meloni non mentono. Il 24/09/2013, la leader di Fdi scrisse: «Apri il Corriere.it e ti accorgi che l’Italia sta perdendo #Alitalia e #Telecom nel vergognoso silenzio del governo». Il 10 aprile 2018, un altro tweet pro-nazionalizzazione: «Caso Tim, l’unica cosa che conta è che la rete dati torni sotto controllo pubblico perché è una struttura strategica e di vitale importanza per la sicurezza nazionale. Ben venga l’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti nel capitale di Tim, se mira a facilitare lo scorporo della rete dal servizio telefonico in vista di un suo passaggio sotto controllo pubblico. Se poi ci dovessero essere difficoltà a perseguire questa strada, Fratelli d’Italia chiederà semplicemente la nazionalizzazione della rete. I francesi si mettano l’anima in pace, è finita la pacchia dei governi asserviti agli interessi stranieri».
Se la coerenza non è di casa, la svendita dei nostri asset all’estero potrebbe non finire qui visto che tra qualche mese anche Sparkle (oggi esclusa dall’operazione), società del gruppo Tim che gestisce centinaia di migliaia di cavi sottomarini e terrestri, potrebbe fare la stessa fine ed essere ceduta a un fondo estero.