La recessione (tanto attesa nel 2022) arriva ora?

Tommaso Scarpellini

8 Aprile 2025 - 18:13

La recessione prevista nel 2022 non si è mai verificata, ma i segnali attuali indicano che potrebbe essere solo stata rinviata. Tassi, debito e politica spingono verso un nuovo scenario critico.

La recessione (tanto attesa nel 2022) arriva ora?

Ricordate quando nel 2022 si parlava della “recessione più chiamata di sempre”? Analisti, investitori e media sembravano quasi in coro nell’annunciare una recessione imminente, come se fosse inevitabile. Ma proprio perché così attesa, quella recessione non è mai arrivata.

Nel 2022 i timori erano concreti: l’aumento dei tassi della Fed sembrava destinato a schiacciare le aziende più fragili, in particolare le small cap, con un’inevitabile crescita dei default. Da lì, la narrazione era semplice: utili in contrazione, recessione in arrivo, e contesto globale contagiato dal rallentamento USA. E invece no: l’S&P 500 ha registrato un rialzo di oltre il 150% da allora.

Ma se invece quella recessione fosse semplicemente stata semplicemente rimandata?

Il paradosso degli spread e il “trucco” del tasso fisso

Uno degli elementi più interessanti è lo spread tra obbligazioni High Yield (HY) e Investment Grade (IG), sceso su minimi storici nel triennio post-2022. Un’anomalia? Forse. In un contesto in cui i tassi sono ai massimi degli ultimi vent’anni, vedere i tassi di default aziendali ai minimi dovrebbe far riflettere.

Una prima ipotesi è che il tasso neutrale dell’economia sia aumentato, e che l’enorme iniezione di liquidità post-Covid abbia generato un boom economico. Ma la vera chiave potrebbe essere un’altra: la differenza tra chi si finanzia a tasso fisso e chi a tasso variabile.

Le aziende dell’S&P 500 sono finanziate a tasso fisso. Al contrario, le small cap, come quelle del Russell 2000, hanno maggiore esposizione al variabile. E infatti, mentre l’S&P volava, il Russell è rimasto stagnante. Il mercato azionario ha premiato chi era protetto dai tassi.

Il problema? Il tempo.

Molte grandi aziende dovranno rifinanziare il proprio debito tra il 2025 e il 2026. Se i tassi restassero sopra il 4%, il costo del debito potrebbe essere quattro volte superiore rispetto al passato. E questo potrebbe essere il vero detonatore della recessione mancata.

E di mercati iniziano a sentire l’odore di una recessione già da adesso. Non a caso, lo spread fra i rendimenti adesso è salito, tornando ai massimi del 2024, ma non ancora a quelli del 2022.

La politica monetaria guidata… dalla politica

Ed è qui che entra in scena Donald Trump. Paradossalmente, è proprio la sua linea protezionistica ad aver messo pressione alla Fed. L’introduzione dei dazi ha alimentato aspettative di rallentamento globale. Il CME FedWatch Tool ora stima tagli che porterebbe i tassi 300-325 punti base entro fine 2025.

Certo, il prezzo da pagare è alto. Il FMI stima che l’effetto netto dei dazi potrebbe causare una contrazione dell’8% sull’economia globale. E secondo il GDPNow della Fed di Atlanta, già dal Q1 2025 potremmo vedere i primi segnali di contrazione.

Tuttavia, questa sarebbe una recessione indotta politicamente, non monetariamente. Una “recessione artificiale”, legata a dinamiche politiche e quindi più manipolabile e gestibile di una crisi legata a variabili economiche incontrollabili. Lo stesso vale per l’inflazione.

Cosa aspettarsi?

In questo contesto, aspettarsi una recessione non solo ha senso, ma forse è l’unico scenario coerente. Sarebbe la conclusione logica di un ciclo iniziato nel 2020, interrotto dalla liquidità straordinaria, e ora pronto a chiudersi con il conto salato del debito.

I ribassi? Potrebbero arrivare, ma non saranno necessariamente caotici. Se la recessione sarà effettivamente indotta e gestita, i mercati potrebbero già scontarla. La «recessione più chiamata di sempre», quella del 2022, non è mai arrivata. Ma potrebbe essere dietro l’angolo.

S&P 500, 1W S&P 500, 1W Grafico a candele settimanali dell'indice S&P 500. Fonte: baha.com