La Germania si riarma dopo aver costretto l’Europa al sottosviluppo

Guido Salerno Aletta

02/09/2025

La Germania torna ciclicamente ad essere il malato d’Europa: per superare lo stallo economico e geopolitico, punta sul riarmo massiccio. È il terzo, dopo quelli del Kaiser Guglielmo e di Adolf Hitler.

La Germania si riarma dopo aver costretto l’Europa al sottosviluppo

Dei Paesi dell’Unione europea, sono ormai oltre dieci anni la Germania non sa che farsene: eppure, dal 2000 al 2007, alla vigilia della Grande Crisi Americana, aveva accumulato attivi commerciali favolosi nei loro confronti, facendosi forte dell’euro che finalmente aveva impedito quegli aggiustamenti valutari che nel passato erano stati utilizzati per riequilibrare i conti commerciali, e come aveva fatto di continuo soprattutto Italia che agiva in modo prepotente, anche dopo aver subito il violentissimo attacco alla Lira nel 1992.

I conti di Destatis, l’Istituto ufficiale di Statistica della Germania, parlano chiaro: calcolato in euro per comodità di raffronto, nel 1991, l’anno della Riunificazione, il saldo commerciale della Germania nei confronti dell’Italia era stato in attivo per appena 807 milioni, una inezia. Quello nei confronti della Francia era già più consistente, pari a 4 miliardi e 409 milioni di euro. Dello stesso ordine erano i saldi attivi nei confronti di Spagna, per 4,9 miliardi di euro e del Regno Unito per 4 miliardi netti.

Nei confronti degli Usa, invece, che nel 1985 avevano bastonato ben bene la Germania e gli altri partner del G5 imponendo loro la rivalutazione delle rispettive valute nazionali con gli Accordi del Plaza, la Germania marcava addirittura un saldo commerciale negativo, anche se per soli 252 milioni di euro: la violenta rivalutazione del Marco sul Dollaro aveva sortito esattamente l’effetto voluto da Washington.

Ma la Germania non demordeva: esaurito lo shock della Riunificazione, già nel 2000, l’anno che precede l’entrata in circolazione dell’euro, l’attivo commerciale nei confronti della Francia era salito a 16,6 miliardi di euro, quello nei confronti dell’Italia a 9,2 miliardi di euro e quello verso gli Usa era già esploso, arrivando a ben 14,6 miliardi di euro. Una somma già superiore all’attivo nei confronti del Regno Unito che era balzato a ben 12,4 miliardi di euro: nonostante le lamentele per i contrasti interni, la locomotiva tedesca aveva ripreso la sua marcia.

Forte dell’euro, nei confronti dei Paesi dell’Unione europea, l’attivo commerciale della Germania crebbe in continuazione: secondo Eurostat, il saldo attivo crebbe nel complesso dai 53,1 miliardi di euro del 2002 agli 80 miliardi del 2005, per toccare il record di 101 miliardi di euro nel 2007 alla vigilia della Grande Crisi Americana.

Da allora, il saldo commerciale attivo della Germania nei confronti degli altri Paesi dell’Unione europea è crollato, anno dopo anno: Berlino non poteva permettersi di accumulare saldi commerciali attivi nei confronti di Paesi come Grecia, Spagna, Portogallo e Italia che erano perennemente indebitati. S’altro canto, la crisi dei Paesi PIIGS era stata affrontata con la violenta riduzione dei deficit pubblici e quindi con la domanda aggregata di tutto il Continente europeo, imponendo il pareggio strutturale di bilancio con il Fiscal Compact: il saldo commerciale attivo della Germania si era già dimezzato nel 2009 arrivando a 51,4 miliardi di euro, e poi ancora ridotto ad un decimo rispetto al picco superiore del 2007, visto che nel 2013 fu di appena 12,7 miliardi di euro.

Anno dopo anno, l’Unione europea è sparita dall’orizzonte commerciale della Germania, visto che il suo saldo ora è addirittura diventato negativo, con un rosso di 24,2 miliardi di euro nel 2023 e di 14,4 miliardi nel 2024.

Ma, nel frattempo, la Germania aveva sfruttato la debolezza dell’euro rispetto al dollaro, derivante dai tassi a zero decisi dalla Bce e dalle politiche monetarie espansive attraverso misure non convenzionali come il QE, che già dal loro annuncio avevano fatto crollare il rapporto di cambio sul dollaro da 1,38 del marzo 2014 all’1,12 dell’aprile 2015: per il mercantilismo tedesco fu una occasione imperdibile.

Ed infatti, mentre crollava il saldo commerciale attivo nei confronti della Unione europea, l’euro debole consentiva alla Germania di conquistare i mercati internazionali e soprattutto il mercato statunitense: già nel 2015, l’attivo tedesco era arrivato nei suoi confronti alla sbalorditiva somma di 53,5 miliardi di euro, per approdare nel 2024 alla fantastica somma di 69,9 miliardi di euro. Un po’ tutti i Paesi europei, tra cui Italia, hanno approfittato del dollaro debole per vendere negli Usa, ma la Germania ha battuto tutti.

La Germania ora si trova di fronte a tre problemi:

1) In primo luogo, la mancanza degli approvvigionamenti di gas dalla Russia a condizioni di estremo favore, con la necessità di importare prodotti energetici da altri Paesi come la Norvegia, con cui nel 2024 ha registrato un saldo negativo di 17,2 miliardi di euro e Kazakhistan per 3,6 miliardi, rispetto ad un passivo con la Federazione russa che nel 2015 era stato di soli 8,4 miliardi di euro.

2) In secondo luogo, c’è il deficit crescente con la Cina, che nel 2024 è arrivato a 66,7 miliardi di euro rispetto ai soli 20,6 miliardi del 2015, compensando quasi completamente quindi l’attivo di 69,9 miliardi registrato sempre nel 2024 nei confronti degli Usa. Vanno poi aggiunti i saldi negativi verso il Bangladesh per 7,8 miliardi, Indonesia per 1,6 miliardi, Cambogia per 2 miliardi, Pakistan per 1,7 miliardi, Filippine per 2,8 miliardi, Taiwan per 4,3 miliardi, Tailandia per 3,6 miliardi, e Vietnam per ben 11,4 miliardi. Il Kombinat asiatico guidato dalla Cina, il sistema di relazioni interconnesse tra imprese, autorità politiche locali, sistema finanziario ed infrastrutture logistiche, si dimostra estremamente efficiente, ancora più imbattibile ed impenetrabile di quello esistente in Germania: le autovetture elettriche cinesi, per paradosso, competono alla pari per qualità ma battono di gran lunga sul prezzo quelle di marca tedesca anche se vengono prodotte in Cina. Lo stesso vale per tutta la manifattura di marche tedesche prodotta in Cina: per questo l’industria tedesca abbandona progressivamente la Germania, con conseguenze catastrofiche sul piano sociale.

3) Insomma, tra il passivo commerciale strutturale verso l’Europa, l’attivo verso gli Usa che dovrà ridimensionarsi per via dei dazi, ed i passivi crescenti sia nei confronti di tutti i Paesi produttori di energia e di quelli asiatici per la importazione di prodotti di largo consumo, la Germania è in una morsa, anche perché stavolta è il dollaro che si è svalutato sull’euro ed i prodotti tedeschi di alta gamma sono ormai invendibili.

Le scommesse dell’auto elettrica e della transizione ambientale su cui tanto puntava la Germania per avviare un nuovo ciclo di consumi forzosi sono sostanzialmente fallite. La politica di immigrazione fatta di grandi numeri e di integrazione a tutti i livelli sociali, presenta i suoi conti: con le fabbriche che chiudono, di tanti operai non c’è più alcun bisogno, mentre i costi del welfare per queste categorie di lavoratori, che in passato hanno rappresentato una intoccabile aristocrazia operaia, rischiano di affondare i conti pubblici.

Non basta la destrutturazione del mercato del lavoro che è stata realizzata con i mini-job nel settore dei servizi con le riforme Hartz, varate a partire dai primi anni 2000 per evitare l’effetto di trascinamento verso l’alto dei salari in un ambito non esposto alla competizione internazionale, e che ha determinato la costituzione di una vera e propria classe sociale distinta da quella dei lavoratori contrattualizzati a tempo pieno, facendone dei veri e propri paria che vivono a livelli di sussistenza.

Dopo aver spolpato il mercato europeo utilizzando l’euro a partire dal 2001, dopo la crisi dell’Eurozona del 2010 la Germania lo ha reso asfittico e senza prospettive di sviluppo con la violenta politica di repressione fiscale imposta con il Fiscal Compact, ed ha quindi utilizzato la debolezza dell’euro sul dollaro che era stata indotta dalla Bce per evitarne l’implosione per conquistare il mercato americano, usando la Cina come polmone di crescita.

Ora, gli Usa dicono basta al dumping dell’euro debole cavalcato dalla Germania, imponendo dazi a tutta l’Unione, e chiedono agli Europei di pagarsi il loro costo della Nato, mentre la Cina è sempre più lontana.

La Germania torna ciclicamente ad essere il malato d’Europa: per superare lo stallo economico e geopolitico, punta sul riarmo massiccio, con carri armati, cannoni e munizionamento tradizionale, realizzando una sorta di Linea Maginot, mobile e corazzata, per difendersi dalle lamentate minacce della Russia. È il terzo, dopo quelli del Kaiser Guglielmo e di Adolf Hitler, che innescarono conflitti mondiali: nulla di buono all’orizzonte.