Lavorare, lavorare, lavorare. Senza un attimo di sosta, senza respiro, senza poter programmare la propria esistenza. Anteponendo i risultati dell’azienda per la quale si presta servizio a tutto il resto. La cultura tossica del lavoro è presente in ogni continente e ad ogni latitudine. In Asia è tuttavia più pervasiva che altrove.
L’ultimo episodio che ha acceso i riflettori su questo problema socio-economico ha chiamato in causa una «manager tigre» di Baidu, il principale motore di ricerca cinese (per capirsi: il corrispettivo cinese di Google). Qu Jing, vicepresidente dell’azienda, è stata licenziata, in Cina, per aver innescato una “crisi di pubbliche relazioni”.
Nello specifico, Miss Qu è stata immortalata in vari filmati – poi diffusi sul web e divenuti virali – nei quali la si vede adottare una gestione lavorativa dittatoriale con i suoi sottoposti. In una clip la manager grida ad un collega, alle prese con un problema personale, di non essere un suo parente e di essere interessata soltanto ai risultati. In un altro filmato Qu critica i suoi subordinati perché non vogliono lavorare nei fine settimana, mentre in un altro ancora respinge una lamentela di un dipendente infastidito per i messaggi (di lavoro) ricevuti a tarda notte.
Baidu ha licenziato la signora, ammettendo che l’azienda ha i suoi problemi interni – comprese le pressioni affinché i dipendenti facciano gli straordinari – ma insistendo anche sul fatto che continuerà a migliorarsi.
La cultura del lavoro tossico
Storie come questa non sono così troppo rare in alcuni Paesi asiatici. In Cina, ad esempio, i lavoratori della Generazione Z si stanno allontanando sempre più dalla cultura del “posto di lavoro duro” radicata da anni nella nazione.
Nel 2019, ad esempio, il co-fondatore di Alibaba, Jack Ma,dichiarava che era una “benedizione” per chiunque far parte della cosiddetta “cultura del lavoro 996”, dove le persone lavorano dalle 9:00 alle 21:00, sei giorni alla settimana. Nel 2021 la massima corte cinese e il ministero del Lavoro avevano tuttavia pubblicato una nota per accendere i riflettori sulle numerose zone d’ombra presenti in molteplici realtà aziendali del Paese: “Legalmente, i lavoratori hanno diritto a un adeguato compenso e a periodi di riposo o ferie. Il rispetto dell’orario di lavoro nazionale è un obbligo dei datori di lavoro.”
Secondo le leggi cinesi sul lavoro, una giornata lavorativa standard dura otto ore, con un massimo di 44 ore settimanali. Qualsiasi lavoro oltre questo richiede una retribuzione extra per gli straordinari.
Una scossa, se così può essere definita, è arrivata nel 2021. All’inizio di quell’anno, due dipendenti della piattaforma di e-commerce Pinduoduo sono morti a settimane di distanza: un giovane lavoratore è crollato mentre tornava a casa dopo aver lavorato per lunghe ore, mentre un altro si è suicidato. Un autista di consegne di cibo si è invece dato fuoco dopo che gli erano stati presumibilmente negati 770 dollari di stipendio arretrato (il tutto appena un mese dopo che un altro avoratore era morto mentre consegnava pasti per la piattaforma online Ele.me). Da questo momento in poi le autorità hanno iniziato ad intervenire sempre con maggiore vigore per arginare una tendenza tossica (e spesso illegale).
Ore extra, ritmi frenetici
Altri due casi emblematici chiamano in causa Corea del Sud e Giappone. Per quanto riguarda il contesto nipponico, il Paese sta da tempo affrontando una sorta di epidemia di ferie annuali non utilizzate tra i suoi dipendenti. Nel 2018, ad esempio, i lavoratori hanno usufruito appena del 52,4% delle ferie retribuite a cui avevano diritto. Il motivo principale, ha evidenziato la Bbc, è il senso di colpa, unito alle aspettative che gravano pesantemente su una società maniaca del lavoro.
Ogni anno, a Tokyo e dintorni, il lavoratore medio ha ancora decine di giorni di ferie non goduti. Il Giappone, poi, è anche il luogo di nascita del karoshi – “morte per superlavoro” – una parola inventata negli anni ’70 per descrivere le morti causate da stress e pressioni legate al lavoro. Sfortunatamente, questo termine è ancora oggi presente nel lessico giapponese.
E la Corea del Sud? Qui, lo scorso marzo, il presidente conservatore del Paese, Yoon Suk-yeol, ha fatto marcia indietro sulla sua proposta volta ad aumentare l’orario di lavoro settimanale. Yoon ha ordinato al ministero del Lavoro di riformulare un disegno di legge che, se approvato, avrebbe aumentato il numero massimo di ore lavorative settimanali dalle attuali 52 a 69, quasi il doppio rispetto alla settimana lavorativa francese di 35 ore.
I sudcoreani lavorano 1.900 ore per dipendente all’anno, 300 in più rispetto alla media OCSE. Sebbene abbiano legalmente diritto a 15 giorni di ferie annuali, la maggior parte di loro riesce a consumarne solo 10. Secondo la Confederazione coreana dei sindacati, ogni anno in Corea del Sud muoiono circa 500 lavoratori a causa del superlavoro.