Gli echi della crisi israeliana si sono diffusi in tutto il Medio Oriente, inquietano Europa e Stati Uniti, ma hanno raggiunto anche il sud-est asiatico. Quest’ultima regione, nonostante l’enorme distanza geografica dall’epicentro delle tensioni, deve essere monitorata con la massima attenzione. Qui, infatti, troviamo diversi Paesi a maggioranza musulmana, le cui opinioni pubbliche sono per lo più vicine alle cause palestinesi.
L’aspetto preoccupante riguarda tuttavia la presa di posizione delle frange islamiche più estremiste, che potrebbero rimarcare la loro ostilità contro Israele organizzando attentati nelle megalopoli asiatiche o inviando “lupi solitari” in Occidente.
Prendiamo la Malesia, che ha deciso di sfidare in maniera esplicita le pressioni degli Stati Uniti rifiutando di etichettare Hamas come gruppo terrorista. Lo scorso 16 ottobre, in mezzo all’indignazione occidentale per l’attacco condotto pochi giorni prima dal gruppo filo palestinese nel sud di Israele, il primo ministro malesiano Anwar Ibrahim è stato chiarissimo.
Ai Paesi occidentali che hanno chiesto a Kuala Lumpur di condannare il suddetto gruppo, “ho detto che noi, come politica, abbiamo un rapporto con Hamas da prima e che questo continuerà”, ha dichiarato Anwar al parlamento. “Ho fatto presente che non siamo d’accordo con il loro atteggiamento pressante, perché Hamas ha vinto liberamente a Gaza attraverso le elezioni. Sono stati scelti dagli abitanti di Gaza”, ha aggiunto.
La posizione della Malesia
La Malesia si trova in un contesto particolare. Il Paese, a maggioranza musulmana, è da tempo un forte sostenitore della causa palestinese e sostenitrice di una soluzione a due Stati per risolvere lo storico conflitto tra Israele – con il quale non ha relazioni diplomatiche - e palestinesi.
Il primo ministro Anwar Ibrahim ha espresso la solidarietà della nazione alla Palestina e ha accusato “la comunità internazionale di azioni sbilanciate rispetto a tutti i tipi di brutalità e oppressione contro i palestinesi”.
All’indomani del blitz del gruppo filo palestinese contro Tel Aviv, il Partito Islamico Panmalese (PAS), il più grande partito del parlamento della Malesia, ha invece ordinato ai suoi militanti di tenere incontri di solidarietà nelle moschee del Paese per “mostrare la posizione e la solidarietà del PAS con i palestinesi, specialmente nella difesa della Moschea Al-Aqsa”. Per la cronaca, il sito si trova nel cuore della Città Vecchia di Gerusalemme, ed è considerato il terzo luogo più sacro dell’Islam, dopo La Mecca e Medina.
La condanna ad Israele
Insomma, la guerra tra Israele e Hamas ha scosso la Malesia, dove decine di migliaia di persone hanno protestato contro il bombardamento di Gaza e Anwar ha definito le azioni israeliane “il massimo della barbarie”. Il motivo è, in gran parte, senza ombra di dubbio di natura religiosa.
I massimi leader di Hamas, in passato, hanno più volte visitato la Malesia e incontrato i suoi premier. L’ex primo ministro malese, Najib Razak, nel 2013 ha persino sfidato il blocco israeliano entrando a Gaza su invito del gruppo filo palestinese. Nell’enclave palestinese, inoltre, non mancano tracce concrete del sostegno di Kuala Lumpur. La Muslim Care Malaysia Society ha ad esempio fatto sapere che una moschea costruita dieci anni fa grazie agli sforzi e ai contributi dei malesi sarebbe stata distrutta dopo essere stata bombardata dalle forze israeliane.
Notizie e voci che hanno contribuito a polarizzare la Malesia, dove – e questa è la seconda ragione del sostegno di Anwar alla causa palestinese – l’attuale leadership democraticamente eletta intende fare leva sulla vicenda geopolitica per ottenere il consenso degli elettori musulmani.
Il nodo geopolitico
L’affare politico si annoda, inoltre, con la geopolitica. Già, perché la Malesia sta seguendo le orme dei Paesi BRICS nell’intento di sradicare l’egemonia del dollaro dall’economia globale. Anwar ha confermato che Kuala Lumpur intende eliminare la dipendenza dal biglietto verde perseguendo decisi sforzi di de-dollarizzazione, in una chiara posizione anti occidentale.
Certo, con la Cina , sempre più emblema dei BRICS, restano diversi dossier spinosi che non mettono d’accordo i rispettivi governi – come il tema delle rivendicazioni marittime – ma sul fronte economico ci sono pochi dubbi sulla traiettoria scelta dalla Malesia.
La crisi israeliana è dunque soltanto la punta dell’iceberg specchio di una posizione, quella della nazione del sud-est asiatico, ormai sempre più chiara e in fase di consolidamento.