Dopo l’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, la creazione di Truth da parte di Donald Trump, ora Mark Zuckerberg ha lanciato «Threads», dopo Facebook, Instagram e WhatsApp.
Threads da record
L’anti-Twitter targato Meta ha raccolto non solo un vivace entusiasmo, raggiungendo 100 milioni di utenti in meno di cinque giorni, battendo così il record di ChatGPT.
Ma il successo di Threads ha suscitato le ire di Musk che ha dovuto constatare come, contemporaneamente, il traffico su Twitter si èsia notevolmente ridotto.
Musk minaccia un’azione legale
Alex Spiro, rappresentante legale di Twitter, ha inviato una lettera al fondatore di Facebook – con Musk in copia conoscenza – tacciando Meta di «appropriazione indebita sistematica, intenzionale e illegale dei segreti commerciali di Twitter e di altra proprietà intellettuale». Ne è seguita una minaccia di azione legale contro la società, responsabile, secondo il patron di Tesla, di “bracconaggio di ex dipendenti” per la realizzazione dell’app.
In attesa di assistere ai risvolti legali e non solo (pensiamo all’incontro di MMA tra i due magnati), la guerra dei social media sta però assumendo anche un aspetto sempre più preoccupante, poiché le figure di spicco del mondo degli affari e della politica si stanno adoperando per ottenere il controllo dei social, moderni agorà in cui si forma l’opinione pubblica e si impone la narrazione dominante.
La guerra dei social media
La corsa ad accaparrarsi i social, infatti, come osserva Giuliana Radice su Byoblu, non sembra legata esclusivamente a ragioni di profitto, quanto semmai al controllo della società stessa. Perché accontentarsi di qualche milione in più di guadagno quando si può competere per influenzare il destino del pianeta?
Indipendentemente dalle intenzioni e dall’appartenenza politica, è iniziata una vera e propria guerra tra i social media.
I social media sono diventati i mezzi di comunicazione con il maggior potenziale volto a plasmare e orientare l’opinione pubblica. Nel frattempo, i mezzi di comunicazione tradizionali, come la televisione e i giornali, stanno subendo una grave frammentazione dell’attenzione, alimentata proprio dalle aziende tecnologiche che detengono i social media.
Anche i governi hanno capito le potenzialità dei social media e stanno cercando di intervenire per ridurne l’impatto logistico e sovversivo attraverso una legislazione di emergenza, ma spesso di natura autoritaria.
Dal controllo alla censura
Un esempio è la recente proposta del governo francese di limitare sui social media tutti i contenuti ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico, come abbiamo spiegato in questo articolo.
Ma ancora prima, il controllo eccessivo esercitato sui social durante la pandemia, ha portato all’adozione di un atteggiamento paternalistico da parte dei governi e allo sdoganamento del concetto di «censura costruttiva» per salvaguardare la collettività, innescando una serie di interrogativi fondamentali: chi sorveglia i sorveglianti? Chi impedisce che i diritti dei cittadini vengano calpestati in nome del presunto bene comune?
Dopo la censura divenuta conclamata durante la pandemia, ora i magnati e i governi stanno cercando di monopolizzare i social in modo da limitare sempre di più le voci a loro divergenti e orientare il consenso.
La guerra dei social media non riguarda solo le dinamiche di potere tra le aziende tecnologiche e i governi, ma coinvolge anche il controllo sociale e la manipolazione delle informazioni.