La classifica delle regioni che fanno crescere davvero l’Italia

Alberto De Pasquale

20/08/2026

Le prime quattro generano da sole oltre la metà del Pil: le gerarchie territoriali sono ferme, anche se ora il Sud cresce (leggermente) più della media.

La classifica delle regioni che fanno crescere davvero l’Italia

Il motore dell’economia italiana? Senza grosse sorprese continua a essere concentrato in poche regioni del Nord e del Centro.

Se è vero che le regioni del Sud scontano una cronica bassa produttività, minore attrattività per gli investimenti e, nelle aree più piccole, limiti legati alla dimensione demografica e geografica, negli ultimi dieci anni quelle settentrionali hanno consolidato la propria posizione grazie agli sviluppati distretti industriali, al forte orientamento all’export e a un ecosistema di servizi ad alta produttività (finanza, logistica, innovazione).

Tuttavia, se si guarda a quanto Pil è possibile attribuire a ciascuna regione italiana si scopre che, nell’ultimo decennio, le gerarchie territoriali sono sostanzialmente ferme. Il traino principale arriva sempre dalla Lombardia, che riesce a combinare manifattura avanzata e terziario di qualità e dal Lazio, grazie al ruolo di Roma come centro amministrativo, turistico e di servizi. Il grosso della produzione è legato a poche regioni: i «rapporti di forza», per così dire, sono però bloccati da anni, mentre ora in realtà è il Sud a mostrare qualche segnale di crescita, a livelli superiori rispetto alla media nazionale.

Il primato lombardo

Secondo i dati Istat, nel 2024 (anno più recente per il quale è possibile fare un’analisi regionale), il Pil a prezzi di mercato è stato pari a circa 2.199 miliardi di euro correnti. L’Istituto fornisce anche un dettaglio territoriale, da cui è possibile desumere le varie quote regionali, ossia calcolare in che misura ogni regione contribuisce con il valore aggregato di beni e servizi finali al Pil italiano. Di questi quasi 2.200 miliardi, oltre 500 miliardi sono riconducibili alla Lombardia, di gran lunga la prima regione italiana per contributo, pari al 23% del totale. Seguono il Lazio all’11,2% e poi il Veneto e l’Emilia-Romagna, che valgono entrambe circa il 9%. Le prime quattro regioni italiane generano da sole più della metà del Pil, cioè oltre il 52%; le prime cinque, con l’aggiunta del 7,5% di quota di Pil creato in Piemonte, arrivano a quasi il 60% e le prime sette (con Toscana e Campania) rappresentano oltre il 72%.

Le regioni più indietro

Questa concentrazione è stabile da anni (se si guarda a dieci anni fa i valori erano sostanzialmente simili a quelli più recenti) e descrive una struttura economica fortemente sbilanciata e piuttosto cristallizzata: le gerarchie territoriali restano stabili e il peso delle aree più produttive tende a consolidarsi, più che a ridursi. Le implicazioni sono rilevanti. Da un lato, spiega perché le performance delle regioni “di testa” influenzino in modo decisivo l’andamento del Pil italiano nel suo complesso. Quando Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna crescono, l’Italia cresce, mentre quando rallentano, il paese ne risente immediatamente. Dall’altro, evidenzia la difficoltà di un riequilibrio territoriale. Come indicato dal grafico, all’estremo opposto si collocano le regioni di minori dimensioni e alcune aree del Mezzogiorno. Valle d’Aosta, Molise e Basilicata contribuiscono ciascuna con meno dell’1% del Pil, mentre Umbria e Calabria restano sotto la soglia del 2%: queste regioni pesano complessivamente poco più del 4% sull’economia nazionale.

La mappa del Pil La mappa del Pil Quota con cui ciascuna regione contribuisce al Pil italiano (Fonte: Istat, 2024)

Le regioni per contributo al Pil

  1. Lombardia: 23%
  2. Lazio: 11,2%
  3. Veneto: 9,2%
  4. Emilia-Romagna: 9,0%
  5. Piemonte: 7,5%
  6. Toscana: 6,5%
  7. Campania: 6,2%
  8. Sicilia: 5,1%
  9. Puglia: 4,3%
  10. Liguria: 2,7%
  11. Trentino-Alto Adige: 2,7%
  12. Marche: 2,3%
  13. Friuli-Venezia Giulia: 2,1%
  14. Sardegna: 2,0%
  15. Abruzzo: 1,9%
  16. Calabria: 1,8%
  17. Umbria: 1,3%
  18. Basilicata: 0,7%
  19. Molise: 0,4%
  20. Valle d’Aosta: 0,3%

Mentre nei prossimi anni è molto probabile che Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna rappresenteranno ancora i principali vettori della crescita, a condizione di affrontare con successo la transizione digitale e di mantenere la competitività sui mercati internazionali, il Lazio dipenderà in buona parte dalle politiche nazionali e dalla capacità di attrarre investimenti privati, oltre alla spesa pubblica. Per le regioni che contribuiscono in misura minore al Pil, invece, senza un’accelerazione su infrastrutture, formazione e attrazione di capitali, il rischio è che il divario relativo resti invariato o addirittura si accentui. La demografia, il costo dell’energia e l’efficacia delle politiche industriali europee e nazionali saranno i fattori decisivi che determineranno se l’Italia riuscirà a ridurre o a cristallizzare le attuali disuguaglianze territoriali.

La crescita del Sud

Anche se, come detto, le quote di Pil sul totale in arrivo da ciascuna regione italiana sono sostanzialmente stabili da anni (eccetto una recente leggera crescita di Lombardia, Campania e Trentino-Alto Adige e un piccolo calo di Lazio e Liguria), allo stesso tempo c’è da sottolineare che ora il Sud cresce più della media italiana. Come segnalato di recente da Svimez, nel 2025 il Pil delle regioni meridionali è aumentato dello 0,7% rispetto allo 0,5% del Centro-Nord, un assetto che non veniva registrato dal boom economico del Dopoguerra. L’associazione per la promozione delle condizioni economiche del Mezzogiorno riconduce i buoni risultati degli ultimi anni agli investimenti, in particolare alle opere pubbliche e agli interventi collegati al Pnrr. Le distanze territoriali continuano a essere ampie, ma in lieve attenuamento considerando che mentre, per citare un caso emblematico, nel triennio 2022-2025 l’Abruzzo ha potuto crescere grazie a industria e costruzioni, varie regioni del Nord sono state rallentate proprio dai fattori che in teoria ne sarebbero i punti di forza: export e apertura ai mercati internazionali.

Fonte

Istat