La Cina vuole imporre l’uso della sua moneta in Bolivia

Gabriele Iuvinale - Nicola Iuvinale

3 Ottobre 2023 - 07:44

Il governo di Luis Arce cerca di supplire alla mancanza di dollari americani, ma gli imprenditori sanno che con la moneta del Paese asiatico sarà difficile fare affari all’estero.

La Cina vuole imporre l’uso della sua moneta in Bolivia

Il governo di Luis Arce ha ordinato alle banche private boliviane di partecipare ad un incontro con gli inviati della Banca di Cina e della Banca Industriale di Cina, per sostituire con yuan cinesi i dollari che mancano in Bolivia dall’inizio dell’anno. All’incontro dovevano partecipare tutti i dirigenti delle banche boliviane e alcuni di loro hanno chiesto incontri individuali per scoprire come la moneta cinese potrebbe sostituire quella degli Stati Uniti.

L’economista Jaime Dunn ha già segnalato che una delle due banche cinesi che hanno annunciato il loro arrivo in Bolivia, la Banca di Cina, opera in Argentina da quindici anni ma non ha risolto la carenza di dollari in quel paese.
L’economista ricorda inoltre che l’89% delle operazioni commerciali mondiali vengono effettuate in dollari mentre solo il 2% di esse in yuan, come confermano i dati diffusi da Bloomberg.

Dunn ha precisato che in questo momento ci sono cinque diversi prezzi del dollaro in Bolivia:
1) quello ufficiale;
2) quello offerto dalle banche private;
3) quello presso le case di cambio;
4) quello alle frontiere
5 ) quello delle criptovalute.

Tra queste cinque quotazioni ci sono differenze abissali, perché si va da 6,96 Bs per dollaro per il prezzo ufficiale a 8,30 Bs per altri e 7,10 Bs per le criptovalute.
Il problema è che in questo momento i dollari scarseggiano nell’economia boliviana, ma anche la moneta nazionale sta diminuendo. Per la prima volta, dopo molto tempo, le banche hanno più soldi nei depositi che nel portafoglio prestiti.
Il governo di Luis Arce manterrà il criterio secondo cui, in mancanza di dollari, lo yuan va bene, ma gli imprenditori sanno che con la moneta cinese sarà difficile fare affari all’estero. E questi uomini d’affari sanno che i cinesi pagavano il petrolio russo in yuan, ma quando i russi volevano usare quegli yuan per pagare il cibo cinese, i cinesi non li accettavano indietro.

Attività mineraria illegale

È probabile che le banche cinesi chiamate dal presidente Arce vorranno operare con le società cinesi che sfruttano l’oro nei fiumi amazzonici della Bolivia, così come fanno nei fiumi dello stesso bacino in Perù, Ecuador, Colombia e Venezuela, senza dimenticare il Brasile.
Al momento, i minatori cinesi fanno parte dell’attività mineraria illegale della Bolivia e di altri paesi della regione, il che li costringerebbe a legalizzare e a pagare tasse simili a quelle del resto dell’attività mineraria.
In questo caso, secondo l’economista Dunn, il problema è che l’estrazione mineraria illegale, che gode di un trattamento fiscale speciale, fa parte del piano ideato affinché il governo boliviano possa sopravvivere.
La prima voce che genera dollari per lo Stato boliviano è l’estrazione mineraria illegale, seguita dal traffico di droga, dalle rimesse dei cittadini che vivono all’estero e dalle esportazioni agricole.

Contrabbando e traffico di droga

Qui le cifre sono contrastanti, perché capita che il contrabbando nasconda alcuni numeri. Secondo Dunn, non c’è da stupirsi se a dicembre il dipartimento meridionale di Tarija si è rivelato il primo esportatore di soia della Bolivia, anche se non produce un solo chicco di semi oleosi.
Attualmente in Bolivia sono entrati circa 1,8 miliardi di dollari dall’esportazione di soia di Tarija, anche se si tratta di soia argentina che è arrivata in Bolivia come contrabbando.
Come Peter Andreas, nel suo libro “Smuggler Nation” (paese del contrabbando, riferito agli Stati Uniti), Jaime Dunn ritiene che il contrabbando sia un’attività commerciale in grado di creare poteri economici.
E’ vero che anche in Bolivia c’è traffico di droga, che Dunn stima in circa 1,2 miliardi di dollari all’anno, anche se ammette che potrebbe essere di più, molto di più.
Dopotutto un chilo di cocaina costa 1.000 dollari nel Chapare e 130.000 a Mosca. E non è perché il rublo sia debole, com’è, ma a causa di tutti i pagamenti, legali e illegali, che quel chilo deve subire in un viaggio del genere.