Dalle scorte strategiche alla politica monetaria prudente: ecco perché la Cina resiste allo shock petrolifero globale trasformando la deflazione in inflazione da costi senza rilanciare la crescita
La guerra con l’Iran e la conseguente crisi dell’offerta petrolifera globale stanno ridefinendo il quadro macroeconomico internazionale, con una combinazione ormai evidente di inflazione più elevata e crescita più debole. In questo contesto, la Cina rappresenta un caso anomalo. Pur essendo il maggiore importatore mondiale di petrolio, non mostra segnali di particolare urgenza o tensione nella gestione dello shock. Questa apparente calma non deriva da una minore esposizione, ma da una combinazione di fattori strutturali e scelte politiche che attenuano l’impatto immediato.
Il primo elemento è di natura fisica e riguarda il livello delle scorte. Le stime più diffuse indicano riserve petrolifere comprese tra 1,3 e 1,4 miliardi di barili, ma analisi indirette suggeriscono che la consistenza reale possa essere significativamente più elevata, fino a circa 1,9 miliardi. Una parte rilevante di queste scorte non è visibile attraverso i tradizionali metodi di osservazione satellitare, poiché sarebbe immagazzinata in depositi sotterranei, probabilmente in caverne saline. Questo livello di riserve implica una copertura prossima a un anno di importazioni dal Golfo Persico, un margine che consente a Pechino di assorbire almeno nel breve periodo l’interruzione dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz senza dover ricorrere a misure drastiche. A differenza di altre economie asiatiche, più esposte a tensioni immediate, la Cina dispone quindi di un buffer strategico che riduce la pressione sulle decisioni di politica economica.
A questo fattore si affianca una seconda componente, più propriamente istituzionale, che riguarda la condotta della politica monetaria. La Banca Popolare Cinese si distingue nettamente dalle altre grandi banche centrali. Di fronte a uno shock petrolifero, la reazione tipica nelle economie avanzate è quella di interrogarsi sul trade-off tra inflazione e crescita, con il rischio di un irrigidimento della politica monetaria per evitare un disancoraggio delle aspettative di inflazione. In Cina questo dilemma si pone in termini diversi. La banca centrale non ha una tradizione di interventi aggressivi e, soprattutto, non ha aumentato i tassi di interesse per oltre quindici anni, salvo in presenza di chiari segnali di surriscaldamento interno. [...]
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