La battaglia del sud tra assistenzialismo e sviluppo

Vincenzo Caccioppoli

23 Settembre 2022 - 16:24

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La battaglia elettorale per le politiche del 25 settembre si gioca ancora una volta al sud. Ecco cosa succede.

La battaglia del sud tra assistenzialismo e sviluppo

Ormai sembra assodato che anche l’esito di questa tornata elettorale si possa decidere al sud. Lo si denota dalla sempre più assidua presenza dei principali leader al sud, con l’eccezione di Giuseppe Conte, che praticamente è rimasto nel mezzogiorno del paese dall’inizio alla fine della sua campagna elettorale, che aveva come unico scopo quello di rafforzarsi proprio lì dove il suo consenso è maggiore, grazie a una misura che fa discutere da tempo tutti i partiti: il reddito di cittadinanza.

Secondo esperti e politologi, un successo della formazione di Conte nel meridione potrebbe mettere in difficoltà il centrodestra in almeno dieci collegi contendibili, rendendo la maggioranza al Senato in bilico, grazie a una legge che rischia di far arrivare a una sorta di ingovernabilità.

Ora questa condizione sembra incredibilmente riproporsi, grazie alla possibilità che il Movimento Cinque Stelle può raggiungere un ottimo risultato al sud, grazie soprattutto a una delle sue misure di bandiera, che nei fatti è stata in parte un fallimento, almeno per come era stata concepita dai suoi ideatori. Se si analizza bene la questione, ci si accorge che ci si trova di fronte a una nuova misura di assistenzialismo, che spesso ha contraddistinto in negativo la storia del sud dal dopoguerra ad oggi.

Il reddito di cittadinanza così come è stato concepito può essere considerato una misura data a pioggia, alla stregua dei vari fondi erogati dalla Cassa per decenni e finiti in progetti dimenticati o peggio in mano alla malavita organizzata, senza risolvere un solo problema dei tanti che affliggono il meridione d’Italia. Ma tant’è a scopo elettorale può far comodo eccome, ed è per questo che non solo Conte, ma anche lo stesso Enrico Letta sembra averla scelta come l’unica vera questione rilevante per un sud Italia, che da troppo tempo deve fare i conti con l’assenza di una vera programmazione e di politiche volte allo sviluppo del suo territorio. Le proposte del centrosinistra sono volte soprattutto verso un aumento del salario minimo, che ad avviso anche dei grillini sarebbe la vera causa del fallimento del reddito sul piano delle politiche attive del lavoro.

D’altra parte il Pd in questi anni di governo non ha mai operato quelle scelte forti e coraggiose che potessero dare un vero slancio all’economia del mezzogiorno. Il programma del sud del Pd appare per ora piuttosto nebuloso e parte da quell’annuncio fatto dal segretario sulla carta di Taranto, e che stabilisce in maniera un po’ generica la difesa dei fondi del sud del piano del Pnnr (che in realtà mai sono stati in pericolo) e deve fare i conti anche con il fatto che negli ultimi dieci anni di governo, il partito ha fatto poco o nulla per un rilancio vero del mezzogiorno.

Diversa pare invece la proposta del centrodestra, che sembra propendere per una profonda modifica del reddito di cittadinanza, che deve diventare una misura di sostegno solo per chi veramente non può lavorare. “Risollevare l’Italia partendo dal Sud come volano di sviluppo e rilancio di tutta la Nazione è la priorità su cui si baseranno i provvedimenti volti a eliminare le disparità, creare occupazione, sviluppare infrastrutture moderne, garantire la sicurezza sociale e la qualità della vita nel Mezzogiorno” si legge nel programma del centrodestra.

L’obiettivo è quello di cercare la via dello sviluppo e non quella dell’assistenzialismo, come invece sembra prevedere certamente il Movimento cinque stelle, ma anche lo stesso Pd. Politiche del lavoro attivo, aiuti e defiscalizzazione per le imprese che assumono e che investono al sud. Fare del sud il motore della crescita della transizione energetica. Stabilire una defiscalizzazione e rendere il provvedimento del 2020 sulla decontribuzione sud strutturale.

Anche il terzo polo di Calenda e Renzi sembra voler partire dai fondi del Pnrr per far ripartire la crescita del Mezzogiorno, rilanciando sulle politiche delle infrastrutture strategiche, che attendono da decenni la loro realizzazione ma il timore è che se non si agisce sul sistema economico e sulla burocrazia, i fondi rischiano di disperdersi in mille rivoli, senza risolvere i problemi alla radice. E rischiando di ritornare come negli ultimi cinquant’anni alla politica dell’assistenzialismo. Insomma il pericolo che ancora una volta il sud Italia venga utilizzato a meri fini elettorali per poi dimenticarsene, una volta finita la campagna elettorale.

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