La battaglia contro l’inflazione non è ancora vinta

Redazione Money Premium

5 Novembre 2024 - 06:30

Il recente aumento del prezzo dell’oro del 30% da inizio anno potrebbe essere un segnale che l’era della disinflazione è finita.

La battaglia contro l’inflazione non è ancora vinta

Negli ultimi tre anni, l’inflazione è passata dall’essere considerata un fenomeno «transitorio» a uno «persistente» e, più di recente, a qualcosa di meno preoccupante.

Nei principali paesi sviluppati, i tassi annuali di aumento dei prezzi stanno tornando verso il livello del 2%, il valore considerato ideale da molte banche centrali.
Tuttavia, è prematuro festeggiare. La storia ci insegna che i responsabili della politica monetaria spesso hanno celebrato troppo presto la fine dell’inflazione, per poi essere sorpresi dalla sua ripresa improvvisa. Un esempio lampante si trova nei primi anni ’70.

Alla fine degli anni ’60, l’inflazione negli Stati Uniti iniziò a salire, alimentata dalle spese legate alla guerra del Vietnam e ai programmi sociali del presidente Lyndon Johnson. Per contrastare l’aumento dei prezzi, la Federal Reserve aumentò i tassi di interesse fino a quasi il 10% nel 1969. Questo portò a una breve recessione e a un crollo del mercato azionario. L’inflazione rallentò, scendendo al 2,7% nel 1971, un livello simile a quello odierno. In risposta, la Fed abbassò il tasso ufficiale al 3% e le grandi aziende iniziarono a prosperare. Ma fu una vittoria di breve durata: nel 1974, l’inflazione raggiunse il 10%, i tassi d’interesse superarono il 13%, il mercato azionario crollò nuovamente e il paese entrò in una grave recessione.

Diversi fattori contribuirono alla drammatica recrudescenza dell’inflazione. Nel 1971, il presidente Richard Nixon decise di porre fine alla convertibilità del dollaro in oro, eliminando un’importante ancora di stabilità per il sistema monetario. Inoltre, Nixon, nel tentativo di essere rieletto nel 1972, fece pressioni sul presidente della Fed, Arthur Burns, affinché stimolasse l’economia, dando priorità alla disoccupazione bassa rispetto alla stabilità dei prezzi. Nel 1973, l’embargo petrolifero imposto dall’OPEC ai paesi che avevano sostenuto Israele nella guerra dello Yom Kippur fece triplicare i prezzi del petrolio. La Fed inizialmente cercò di mitigare la crisi energetica abbassando i tassi d’interesse, ma questa decisione fu criticata da economisti come Milton Friedman. L’inflazione divenne così incontrollata.

Nel suo libro del 1983, Is Inflation Ending: Are You Ready?, A. Gary Shilling, insieme a Kiril Sokoloff, identifica ulteriori fattori che contribuirono all’aumento dei prezzi negli anni ’70: politiche di sostegno ai settori agricolo e lattiero-caseario, dazi su prodotti come lo zucchero e l’acciaio giapponese e un eccesso di regolamentazioni che aumentavano i costi operativi delle imprese. Nixon tentò di introdurre controlli su prezzi e salari, che fallirono miseramente. L’adeguamento del salario minimo e delle pensioni all’aumento del costo della vita garantì una protezione a molti cittadini, ma allo stesso tempo consolidò la spirale inflazionistica, poiché i lavoratori scioperavano per mantenere il potere d’acquisto dei loro salari. La debolezza del dollaro fece aumentare il costo delle importazioni e la crescita della produttività si dimezzò.

Questo periodo dimostrò come l’inflazione possa diventare un circolo vizioso, autoalimentato da vari fattori economici e politici. La spesa pubblica, che nel 1980 arrivò a rappresentare circa il 40% del PIL statunitense, creò ulteriori pressioni inflazionistiche. Anche la Fed, guidata da Arthur Burns, fu travolta dalle correnti politiche dell’epoca, fino a quando Paul Volcker, nuovo presidente della banca centrale, non adottò misure drastiche per combattere l’inflazione con tassi di interesse elevatissimi, provocando due recessioni e un’impennata della disoccupazione.

Sebbene oggi non ci troviamo in una situazione identica a quella del 1973, ci sono somiglianze preoccupanti. La burocrazia governativa è in espansione e la Cina, insieme ad altri paesi in via di sviluppo, sta cercando di ridurre la dipendenza dal dollaro nel sistema monetario internazionale. Gli aumenti salariali, spesso necessari per contrastare l’aumento del costo della vita, continuano a fare notizia. Il recente sciopero dei lavoratori portuali negli Stati Uniti, ad esempio, si è concluso con un aumento del 62% degli stipendi.

A livello geopolitico, nuove tensioni internazionali potrebbero aggravare la situazione. Il conflitto tra Russia e Ucraina ha già contribuito a far aumentare i costi energetici in Europa. Dal 2020, i prezzi dell’elettricità nell’Unione Europea sono cresciuti del 45%, mettendo in difficoltà il settore manifatturiero europeo. La produzione industriale tedesca, ad esempio, è scesa del 14% rispetto al suo picco del 2017. Exxon Mobil ha avvertito di possibili carenze di petrolio entro il 2030, mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia mantiene una visione meno pessimistica. Tuttavia, la transizione energetica e le sfide climatiche potrebbero spingere ulteriormente al rialzo i costi energetici, creando nuove pressioni inflazionistiche.

Un altro elemento di incertezza è il crescente debito pubblico, molto più elevato rispetto agli anni ’70. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, entro la fine dell’anno il debito pubblico globale raggiungerà i 100 trilioni di dollari.

Per molti analisti, le forze strutturali che spingono verso l’alto i prezzi sono ancora in atto. Deglobalizzazione, riarmo, de-dollarizzazione, cambiamenti demografici e la transizione energetica potrebbero mantenere elevata l’inflazione nei prossimi anni. Il famoso investitore Kiril Sokoloff, che già negli anni ’80 aveva previsto una ripresa dell’inflazione, sostiene che siamo solo all’inizio di un ciclo inflazionistico. Il recente aumento del prezzo dell’oro del 30% da inizio anno potrebbe essere un segnale che l’era della disinflazione è finita.