Dopo anni in cui l’S&P 500 «tradizionale», quello ponderato per capitalizzazione, ha lasciato indietro la sua versione equal-weight, qualcosa nel mercato sembrerebbe stia cambiando direzione: ma è davvero l’inizio di una rotazione strutturale, o soltanto un rimbalzo temporaneo destinato a esaurirsi non appena i grandi titoli tech riprendono fiato?
Se la risposta fosse affermativa, le conseguenze sarebbero tutt’altro che marginali: significherebbe che il mercato azionario potrebbe stare smettendo di premiare quasi esclusivamente chi detiene le dieci mega-cap che oggi pesano per circa il 40% dell’intero indice, aprendo uno spazio di rendimento reale per chi ha puntato su settori tradizionalmente trascurati come energia, industriali e materiali di base.
Ha senso fare questo cambiamento anche nei nostri portafogli?
Due indici, una sola etichetta: cosa cambia davvero sotto il cofano
L’S&P 500 classico, nella sua costruzione più nota, assegna a ciascun titolo un peso proporzionale alla capitalizzazione di mercato flottante: in termini pratici, questo significa che Apple, Microsoft e Nvidia incidono sul risultato finale in misura incomparabilmente maggiore rispetto a qualunque azienda di medie dimensioni presente nell’indice. L’Invesco S&P 500 Equal Weight adotta invece un principio radicalmente diverso: ogni componente riceve un peso uniforme di circa lo 0,2%, indipendentemente dalle sue dimensioni. Il risultato è un’esposizione settoriale strutturalmente più distribuita, con una presenza rilevante di industriali, energia, materiali di base e sanità, mentre l’indice ponderato per capitalizzazione si è trasformato, nel corso dell’ultimo decennio, in qualcosa che assomiglia sempre più a un veicolo tematico concentrato sul comparto tecnologico e sull’intelligenza artificiale.
Questa asimmetria costruttiva ha avuto conseguenze concrete e misurabili. La progressiva ascesa delle cosiddette Magnificent 7, il gruppo composto da Nvidia, Meta, Alphabet, Amazon, Microsoft, Apple e Tesla, ha gonfiato la quota delle prime dieci posizioni dell’indice tradizionale fino a circa il 40% del totale, una concentrazione che prima del 2020 si attestava su livelli inferiori alla metà di quelli attuali. Chi negli ultimi anni ha detenuto RSP invece di SPY ha dunque subito un costo-opportunità significativo, pagando la diversificazione con un ritardo di rendimento importante rispetto al benchmark dominante.
Tre dinamiche che sembrerebbero suggerire un cambio di stagione
Eppure, alcune evidenze recenti meriterebbero di essere lette con attenzione, senza tuttavia trasformarsi in certezze premature.
La prima riguarda la composizione della crescita degli utili per azione. Fino a pochi trimestri fa, la componente tecnologica avrebbe contribuito per circa il 90% alla crescita complessiva degli EPS dell’indice; i dati più aggiornati sembrerebbero indicare che tale quota si sarebbe ridotta intorno al 55%, il che implicherebbe che quasi la metà della crescita degli utili proverrebbe ora da settori non tech. Non si tratta ancora di una redistribuzione epocale, ma la direzione del movimento potrebbe essere più rilevante del dato in sé.
La seconda dinamica attiene all’espansione dei margini operativi. Attualmente, solo circa la metà delle società dell’S&P 500 starebbe registrando un miglioramento della propria redditività operativa. Questa cifra, che a prima vista sembrerebbe segnalare una debolezza diffusa, potrebbe in realtà essere interpretata come un serbatoio di potenziale: qualora i benefici legati all’automazione e all’intelligenza artificiale iniziassero a permeare in modo più capillare le aziende di medie dimensioni, l’effetto moltiplicativo sui margini di queste società potrebbe rivelarsi superiore a quello già incorporato nelle valutazioni delle mega-cap, le cui aspettative di crescita appaiono strutturalmente più elevate e quindi più difficili da sorprendere al rialzo.
La terza dinamica è di natura macroeconomica e ciclica. L’indice ISM Manifatturiero, uno degli indicatori anticipatori più seguiti per valutare lo stato di salute dell’attività produttiva reale, avrebbe raggiunto i livelli più elevati dal 2022. Questo indicatore tende storicamente a precedere di due o tre mesi il miglioramento nei fondamentali delle aziende industriali, dei trasporti e dei produttori di materie prime: si tratta esattamente delle categorie che nell’equal-weight pesano in misura sproporzionatamente maggiore rispetto all’indice tradizionale.
Il contesto delle valutazioni: un equilibrio ancora fragile
Va tenuto presente che le valutazioni aggregate dell’S&P 500 restano storicamente elevate in termini assoluti, anche se il forward P/E sembrerebbe essersi leggermente compresso durante la fase di rialzo più recente, un segnale che la crescita degli utili avrebbe corso a un ritmo superiore a quello dei prezzi. La domanda rilevante per chi ragiona in un’ottica di gestione del rischio non riguarda tanto la direzione del mercato nel suo complesso, quanto la sostenibilità di una concentrazione così estrema nelle prime dieci posizioni: una concentrazione che, se dovesse ridursi anche solo parzialmente, potrebbe rimettere in circolazione un’ampia quota di flussi verso aree dell’indice oggi strutturalmente sottopesate e trascurate dal mercato.
Non si tratta di abbandonare i titoli tech o di ignorare la forza dell’intelligenza artificiale, ma di valutare se affidarsi quasi esclusivamente a dieci titoli per generare rendimento azionario sia una scelta consapevole o una conseguenza implicita di un indice che negli ultimi anni si è trasformato profondamente. La risposta, come spesso accade nei mercati, dipende da quanto si è disposti a tollerare che le cose vadano diversamente da come ci si aspetta.