È arrivata l’ora di chiudere la Nazioni Unite?
Gli Stati Uniti, con una quota di finanziamento del 22% del bilancio e del 27% delle missioni di pace, sono di gran lunga il massimo sostenitore finanziario dell’ONU dalla fondazione, ma il suo attuale presidente è la voce più stentorea che ne critica l’operato. Non lo fa solo a parole, ma con i fatti, ritirando progressivamente l’America dalle agenzie e organizzazioni internazionali legate all’ONU.
Secondo Trump, “operano in contrasto con gli interessi nazionali.” La sua, non è peraltro una posizione spuntata con il MAGA. Da sempre gli Usa sono critici, anzi ostili, agli enti creati da consorzi di governi che millantano una rappresentatività assoluta che non c’è, ma dalla quale fanno derivare una autorità giuridica che non hanno. Con lo scopo, sostiene Trump, di imporre ciò che vogliono a danno dell’America.
Il caso più clamoroso è la Corte Penale Internazionale, con sede all’Aja in Olanda, che si occupa dei crimini internazionali commessi dagli individui e non dagli Stati. Ha una base giuridica nello Statuto di Roma, di cui però fanno parte solo 123 Paesi, sui 193 che siedono all’ONU. E non sono presenti nel gruppo, tra altri, tre delle cinque superpotenze che siedono nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e che godono del diritto di veto: Russia, Cina e Stati Uniti. Questa situazione, di per sé, è il riconoscimento esplicito che le diatribe internazionali non possono essere sistemate dall’ONU, neppure con mozioni senza forza risolutiva, se a essere sotto accusa per comportamenti aggressivi è uno dei Paesi con il potere di veto. Che sia Putin che occupa Crimea e Donbas, o Trump che attua il sequestro militarmente perfetto del dittatore venezuelano Maduro dalla sua camera da letto a Caracas.
La differenza tra i due casi è eclatante nella loro opposta sostanza “morale”. Da una parte l’America che impone la sua Dottrina Don-roe, come è stata ribattezzata nel filone di quella del presidente Monroe, che per primo chiarì, alle potenze europee a caccia di aree da colonizzare, che l’America, al nord e al sud, è territorio vitale per gli interessi di Washington. Tra essi, la difesa della libertà dei canali commerciali aperti per tutti.
Intervistato dal New York Times, è stato lo stesso presidente USA a definire il potere che lui crede di avere nella posizione di comandante in capo dell’esercito più potente del mondo. Al giornalista che gli ha chiesto se ci sono, e quali sono, i limiti entro cui si muove, Trump ha detto: “Sì, c’è una cosa. La mia morale personale. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi”. E, a proposito della legalità formale internazionale, è stato non meno netto : “Non ho bisogno del diritto internazionale. Non cerco di fare del male alle persone, io”. Comunque, ha chiarito, il diritto internazionale “io lo rispetto”, ma “dipende da qual è la definizione di diritto internazionale”.
Dall’altra parte, c’è la nostalgia putiniana dell’impero sovietico del secolo scorso, costruito nel segno del comunismo dei 20 milioni di morti nelle purghe. E ancora, allargando la prospettiva, c’è la Cina rossa. La stessa che ha calpestato in anticipo il trattato con gli inglesi che garantiva la libertà e la democrazia a Hong Kong, ed oggi imposta pomposamente i discorsi del suo leader Xi “sulla difesa del diritto e della legalità internazionali”. Intanto, riduce gli uiguri e le altre minoranze etniche in popoli schiavizzati senza libertà e rispetto della dignità umana, e fa marcire in galera l’imprenditore Jimmy Lai, dopo averlo espropriato del suo impero mediatico.
In questo mondo, un organismo globale con un reale potere di comporre le controversie tra governi e nazioni è un’utopia, o meglio ancora una assurdità che poggia su presupposti di una uguaglianza e di una pari legittimità tra gli stati, che non esistono. Capiscono anche i bambini che il “diritto internazionale” è un concetto risibile se rivendicato, per esempio, dalla Russia che ha invaso l’Ucraina democratica, libera e indipendente. E da tutti quelli che credono di poter fare un parallelo tra i bombardamenti dei civili di Kiev e la cattura di un dittatore che ha affamato il proprio popolo per anni, è stato incriminato per traffico di droga, ed era protetto da miliziani cubani al momento dell’arresto.
La opinione, diffusa tra i politici della sinistra internazionale e sostenuta non a caso dai regimi più oppressivi e illiberali, che l’ONU rappresenti la sintesi della “democrazia internazionale”, solo perché 193 stati hanno le loro burocrazie diplomatiche nel Palazzo di Vetro, si basa su un concetto palesemente fallace. Intanto, nella Assemblea generale hanno lo stesso voto, per dire, la Cina con un miliardo di persone, e San Marino con 33 mila. Ma non è lo squilibrio numerico di abitanti tra le nazioni a pesare. Piuttosto, che conta davvero è il tasso di democrazia interna reale nei singoli stati, quella condizione civile che promuove la maturazione di istituzioni libere e consolidate nella gestione del governo. E la democrazia USA, da 250 anni, si basa sul principio della responsabilità politica caricata sulle spalle degli eletti, dai sindaci al presidente, che esercitano un potere sempre sotto verifica dell’elettorato.
Non da ora con Trump, quindi, ma da sempre, è il senato USA a custodire il ruolo, datogli dalla legge, di ratificare i trattati internazionali in rappresentanza degli elettori americani. E in questa veste si oppone a cedere poteri vincolanti a organismi esterni, avulsi dalla dinamica democratica USA. Infatti, non fu mai ratificato dal Congresso il primo Protocollo sull’ambiente di Kyoto. E così è stato per l’Accordo di Parigi. Obama lo firmò come adesione della “sua” Casa Bianca, bypassando il Senato non avendone i voti. Tanto che l’impegno fu subito stracciato dal presidente repubblicano appena eletto. Ripristinata da Biden sulla scia del conformismo dell’approccio multilaterale formale e inefficace, antitetico alla politica America First, la firma USA sotto il patto di Parigi è stata poi cancellata ancora da Trump. Dopo che perfino Bill Gates ha abbandonato la retorica allarmista sul global warming, sposando la strategia dei passi concreti per alleviare le sofferenze reali delle zone povere del mondo, e lasciando alle Ocasio Cortez e alle Grete Thurnberg le guerre radicali ed estremiste anti petrolio ed anti sviluppo, il presidente, giorni fa, ha dato l’addio pure alla Framework Convention on Climate Change, un organismo senza potere vero “impegnato” dal 1992 ad affrontare la questione dei cambi climatici.
Trump preferisce usare “in proprio” le risorse economiche, tecnologiche, militari degli USA. Il PIL USA, che è cresciuto del 2,5% nel quarto e ultimo trimestre di Biden un anno fa, è salito al 4,3% nel terzo trimestre del 2025.
Trump non crede agli enti internazionali quale guida per la screditata battaglia verde, ma punta alla crescita e allo sviluppo tradizionali. Ossia alla produzione di ricchezza attraverso l’innovazione, l’energia e la tecnologia, come strumenti per curare i mali dell’umanità. Vedi l’idea del resort a Gaza, emblematica e serissima, anche se irrisa, a torto, dai soliti benpensanti liberal. Se si pensa infatti che sotto l’egida dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite creata decenni fa per dare “sollievo ai palestinesi”, ha prosperato Hamas fino alla strage in Israele del 7 ottobre 2023, ci si deve chiedere, onestamente: chi ha una posizione più umana, concreta, e progressista sul futuro dei palestinesi? Trump con il genero ebreo Jared Kushner o i funzionari ONU che hanno foraggiato e protetto Hamas?
Il modo dominante nel guardare e giudicare la situazione politica internazionale è di concentrarsi sulle azioni del presidente americano con occhio scandalistico. Il suo protagonismo è ovvio, e la maggioranza dei commentatori del mainstream vedono gli eventi evolversi attraverso questa lente “personalistica”. Ed è vero che gli eventi, già nel primo mandato ma soprattutto nei primi 12 mesi del secondo, spaziano dall’Europa al Medio Oriente all’intero continente americano, e alle “otto paci” nel mondo di cui va fiero. E portano tutti, ben visibili, il marchio Trump.
È importante richiamarli qui brevemente, perché la cronaca della agenda di Trump è già diventata storia, via via espellendo le Nazioni Unite dal cono della rilevanza globale. Partiamo dalla distruzione dell’ISIS, i terroristi islamo-fascisti peggiori di Al Qaeda che si erano espansi durante il governo Obama, e dalla eliminazione del capo dei killer della Guardia Nazionale iraniana, Qasem Soleimani, l’uomo più potente dopo il leader supremo Ali Khamenei. E veniamo al 2025: Trump ha bombardato l’arsenale nucleare di Teheran; ha sostenuto Israele e ha messo in ginocchio Hamas, con un piano che avvia la ricostruzione di Gaza; in Africa ha convinto Ruanda e Repubblica del Congo a deporre le armi mettendo le basi per una prima unione economica regionale in Africa. In Asia, la pace (ancorché turbolenta) tra Thailandia e Cambogia. E, ça va sans dire, l’operazione di Caracas di inizio 2026 con la cattura di Maduro e la trasformazione della ricchissima miniera di petrolio che è il Venezuela in una sorta di protettorato USA.
Si può essere d’accordo o meno, e i commenti di stampa sono disparati, con il metodo di procedere di Trump, con gli obiettivi che persegue, con la classifica dei valori che informano le sue politiche. Ma credo sia innegabile che il suo ruolo di regolatore globale stia spodestando l’ONU, e abbia messo in riga l’asse delle autocrazie - Iran, Russia, Cina.