Una vita lunga e in buona salute, un alto livello di istruzione e una retribuzione dignitosa. Assicurando ai propri cittadini questi tre parametri essenziali, non sempre garantiti ovunque, un Paese può definirsi sviluppato, o quantomeno è ciò che prende in esame l’Onu per il suo Human Development Index (HDI), l’indice che stima appunto il grado di sviluppo di una nazione.
Considera, in modo semplificato, solo una parte dello sviluppo umano e tralascia aspetti importanti come diseguaglianze e povertà: tuttavia, può essere utile per riflettere su come Paesi con livelli simili di reddito pro capite possono arrivare a risultati di sviluppo molto diversi e potenzialmente suggerire misure correttive.
Come va l’Italia
Secondo l’ultimo report Onu del 2025 (su dati 2023), l’Italia si trova al 29° posto nella classifica dell’indice di sviluppo umano, con un valore di 0,915 punti. Siamo nella fascia di sviluppo “molto elevato”, ossia quello massimo. Tuttavia, pur essendo ai vertici come categoria, non siamo certo tra le posizioni più alte. Al top c’è l’Islanda, considerata quindi il Paese con il più avanzato sviluppo umano al mondo, a 0,972 punti, seguita da Norvegia e Svizzera, entrambe seconde a 0,970. La Germania si trova al quinto posto a 0,959, mentre la Francia è al 26esimo a 0,920 e la Spagna al 28esimo a quota 0,918. Il 29esimo posto dell’Italia è a pari merito con Repubblica Ceca e San Marino. È una buona posizione, che il nostro Paese occupa abbastanza stabilimente. Eppure, potrebbe risalire nella graduatoria, se solo migliorasse le valutazioni in alcuni parametri.
I parametri dello sviluppo
L’indice misura sinteticamente il livello medio di raggiungimento di alcuni aspetti chiave dello sviluppo umano: una vita lunga e sana, l’accesso alla conoscenza e un tenore di vita dignitoso. La salute è valutata in base all’aspettativa di vita alla nascita, l’istruzione è misurata dalla media degli anni di scolarizzazione per gli adulti di età pari o superiore a 25 anni e dagli anni di istruzione previsti per i bambini in età scolare, mentre il tenore di vita è calcolato considerando il reddito nazionale lordo pro capite. I punteggi dei tre indici dell’HDI vengono poi aggregati in un indice composito, che esprime un valore da 0 a 1.
I punti forti dell’Italia
L’alto posizionamento dell’Italia deriva principalmente dall’elevata aspettativa di vita, che alla nascita è di 83,7 anni, uno dei valori più alti in assoluto, dato che supera nettamente quelli di Stati Uniti (79,3), Germania (81,4) e Regno Unito (81,3), ed è vicino a quello di Giappone (84,7), Svizzera (84,0), Hong Kong (85,5). Oltre a essere tra i più longevi al mondo, abbiamo anche un buon livello di scolarizzazione attesa, ossia di anni previsti per la durata della formazione di un bambino appena entrato nel sistema educativo: con 16,7 anni superiamo la Francia (16,1) e numerosi altri Paesi altamente sviluppati, ma siamo comunque sotto tanti altri (nell’Europa nel Nord si superano ampiamente i 18 anni). Anche in fatto di reddito nazionale lordo pro capite siamo in linea. Nel 2023 in Italia è stato di 52.389 dollari (a parità di potere d’acquisto con base 2021), lontano dai livelli di Norvegia (112 mila) e Singapore (111 mila), ma comunque al di sopra della media (49.621 dollari) dei Paesi più sviluppati del mondo.
Il punto debole
Il vero punto debole dell’Italia, che come abbiamo visto esprime un’ottima longevità e redditi “normali”, è un altro e riguarda l’istruzione. Se è vero che il livello di scolarizzazione atteso è abbastanza alto per i bambini, c’è un aspetto negativo che riguarda gli adulti: il livello di istruzione nella popolazione over 25. Nonostante appartenga ai Paesi più sviluppati del mondo, infatti, l’Italia si distingue nettamente per avere un basso livello di anni medi di istruzione tra la popolazione adulta: appena 10,8 anni di studio, contro una media di 12,9 anni nel caso dei Paesi che ci precedono nella classifica Onu dello sviluppo.
Anni di istruzione medi nella popolazione adulta
Quanti anni ha studiato in media la popolazione over 25
Calano i Neet
Bisogna ricordare che l’Italia ha una delle più basse quote di popolazione laureata in Europa. Inoltre, anche se può ormai definirsi un fenomeno in calo, il nostro Paese resta ai primi posti in Ue per percentuale di Neet (Not in Education, Employment or Training), ossia di ragazzi che non studiano, non lavorano e non seguono un corso di formazione. Nel 2025, nella fascia 15-29 anni, l’Italia ha avuto una quota del 13,3%, in calo di ben 1,9 punti percentuali rispetto al 2024, restando comunque dietro solamente a Romania (19,2%), Bulgaria (13,8%) e Grecia (13,5%).
Il grande limite dell’Italia è proprio il basso livello di istruzione tra la popolazione adulta, complice l’alta incidenza dell’abbandono scolastico, storicamente diffuso, e la bassa percentuale di laureati (ai minimi in Europa). Se effettivamente il fenomeno Neet dovesse diminuire, come sembra dall’aggiornamento Eurostat del 2025, riuscendo a innalzare significativamente gli anni medi di istruzione (attraverso formazione continua degli adulti e riduzione dell’abbandono scolastico), l’Italia potrebbe guadagnare diverse posizioni in classifica e avvicinarsi al gruppo di testa dello sviluppo secondo i parametri Onu.