L’ondata record di IPO del 2026 è davvero il segnale di una bolla di fine ciclo?

Redazione Money Premium

24 Luglio 2026 - 16:41

L’impennata delle IPO è un allarme di fine ciclo o un fenomeno ancora sostenibile? L’analisi di Goldman Sachs.

L’ondata record di IPO del 2026 è davvero il segnale di una bolla di fine ciclo?

Goldman Sachs ha interpellato tre esperti, Ben Snider, chief U.S. equity strategist di Goldman Sachs stesso, Jay Ritter, direttore dell’IPO initiative presso la Warrington College of Business dell’University of Florida, e Owen Lamont, senior vice president e portfolio manager di Acadian Asset Management, chiedendo loro se l’ondata di offerte pubbliche iniziali in corso rappresentasse un segnale di allarme da tardo ciclo e se il mercato fosse in grado di digerire con tranquillità un volume così elevato di nuova emissione.

La questione nasce dal fatto che l’attività di IPO negli Stati Uniti ha raggiunto, a metà anno, un ritmo da record storico, con Goldman Sachs che stima proventi lordi complessivi per l’intero 2026 pari a 225 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato.

Il rischio bolla è davvero concreto?

Secondo le ipotesi elaborate all’interno di questo confronto, l’impennata delle quotazioni non costituisce ancora la prova definitiva di una bolla conclamata, ma si inserisce in un quadro di segnali che meritano un’analisi attenta e articolata. Owen Lamont colloca l’eccesso di emissione azionaria tra quelli che definisce i “quattro cavalieri della bolla di mercato”: afflussi di capitali in forte crescita, sovravalutazione, convinzione di bolla (ovvero la consapevolezza degli investitori che i titoli siano cari ma la speranza che salgano ancora) ed emissione eccessiva.

Egli ricorda che le bolle del passato sono state spesso alimentate da nuove tecnologie e hanno seguito ondate di emissione e di investimenti in conto capitale, poiché le imprese tendono a vendere azioni proprio quando ritengono che i prezzi siano eccessivi. Tuttavia, Owen Lamont sottolinea che le ondate di IPO possono protrarsi per anni e quindi segnalare l’inizio piuttosto che la fine di una fase speculativa. La scarsità di rialzi estremi nel primo giorno di quotazione, tipici delle fasi di euforia più acuta, lo induce a ritenere che l’euforia speculativa pura non sia ancora pienamente presente.

La sua metafora, ripresa anche nel titolo dell’analisi di mercato, è che le IPO siano come le banane: hanno bisogno di tempo per maturare prima di essere pronte al consumo, un’osservazione che richiama studi consolidati sulla sottoperformance di lungo periodo dei titoli appena quotati rispetto al mercato più ampio

Bolla delle IPO? Il mercato resta solido

Ben Snider offre una prospettiva più rassicurante sul fronte della capacità di assorbimento del mercato. Confrontando la capitalizzazione complessiva del mercato azionario statunitense, stimata intorno ai 75 trilioni di dollari, con i 700 miliardi di dollari di emissione corporate che si aspetta per l’anno in corso, definisce quest’ultima una goccia nell’oceano.

Aggiunge che esiste una dinamica auto-limitante: se la domanda non c’è, le operazioni semplicemente non vengono realizzate. Inoltre, molti dei titoli che oggi si quotano presentano profili di redditività superiori a quelli delle coorti di IPO del passato, un elemento che differenzia l’attuale ciclo da fasi precedenti caratterizzate da società scarsamente profittevoli o addirittura in perdita. Questa solidità relativa dei fondamentali delle nuove emittenti riduce, secondo Ben Snider, il rischio che l’ondata di emissione generi una pressione di vendita sistemica o una saturazione del mercato.

Jay Ritter, da parte sua, riconosce che storicamente un volume elevato di nuove emissioni ha costituito un predittore di rendimenti di mercato inferiori nei periodi successivi. Tuttavia, trae conforto dal fatto che le imprese americane abbiano restituito agli investitori, negli anni recenti, circa 1,6 trilioni di dollari attraverso riacquisti di azioni proprie e dividendi.

Il mercato sta dunque assorbendo soltanto una frazione di quel capitale disponibile, un elemento che mitiga il potenziale impatto negativo dell’offerta aggiuntiva. In questo senso, le ipotesi di Goldman Sachs non negano la presenza di segnali di esuberanza, tra cui la stessa accelerazione delle IPO, ma li collocano all’interno di un equilibrio ancora sostenibile, almeno nel breve termine, grazie alla liquidità complessiva e alla qualità relativa delle società che si affacciano al pubblico.

La posizione di Torsten Slok (Apollo)

Queste considerazioni si inseriscono in un dibattito più ampio che coinvolge anche osservatori esterni. L’economista capo di Apollo Global Management, Torsten Slok, ha evidenziato come le IPO realizzate dal 2019 in poi abbiano sottoperformato il mercato più ampio nei tre anni successivi, un fenomeno attribuibile a valutazioni iniziali elevate, a un regime di tassi d’interesse divenuto più ostile e alla qualità mediamente inferiore delle società quotate in certe finestre.

L’esempio recente di SpaceX, il cui titolo dopo un forte rialzo iniziale nel giugno 2026 ha poi ritracciato significativamente sotto il prezzo di collocamento, illustra i rischi concreti cui possono andare incontro gli investitori che entrano nelle fasi più calde. Allo stesso tempo, l’ETF Renaissance IPO, che replica l’andamento dei titoli recentemente quotati, sta registrando nel 2026 una performance superiore a quella dell’S&P 500, segnalando che, almeno per ora, il mercato sta digerendo la nuova offerta senza tensioni evidenti.