Giorgia Meloni ha appena terminato una delicata missione in Cina. La premier italiana ha visitato Pechino (e poi Shanghai), dove ha avuto modo di incontrare il leader cinese Xi Jinping e firmare un piano triennale per rilanciare la cooperazione economica tra i due Paesi.
E questo nonostante il suo governo, pochi mesi fa, abbia deciso di non rinnovare l’adesione di Roma alla Nuova Via della Seta (BRI), il mastodontico progetto infrastrutturale ed economico avallato proprio da Xi. In ogni caso, Meloni ha dichiarato che “la Cina è un interlocutore importante”, mentre il padrone di casa ha replicato elogiando i “legami amichevoli di lunga data”, nonché “la tolleranza, il rispetto e la fiducia reciproca” tra Cina e Italia.
Il presidente cinese ha quindi esortato l’Italia “a sostenere lo spirito della Via della Seta”, affinché le relazioni Est-Ovest possano “riprendere una nuova era”. “Entrambe le parti si trovano di fronte a importanti opportunità di sviluppo reciproco”, ha affermato, aggiungendo che “Pechino accoglie con favore le aziende italiane che investono in Cina ed è disposta a importare più prodotti italiani di alta qualità”.
Le manovre economiche di Meloni
Da quando è salita al potere nel 2022, Meloni ha imbastito una politica estera filo occidentale e filo Nato. Prima di ritirarsi dalla BRI, la premier aveva inoltre definito la decisione dell’allora governo guidato da Giuseppe Conte di aderirvi come “un grave errore”. Non solo: sotto la guida Meloni, l’Italia ha più volte impedito che società cinesi potessero assumere il controllo di aziende strategiche locali (è il caso di Pirelli) e, ancor più di recente, sostenuto l’iniziativa della Commissione europea di imporre tariffe fino al 37,6% sui veicoli elettrici importati da oltre la Muraglia.
Da una parte c’è la geopolitica, dall’altra l’economia reale. Quest’ultima dice che Roma, al netto di ripensamenti vari, non può fare tanto facilmente a meno di Pechino. Nel 2023, gli scambi commerciali bilaterali tra i due Paesi hanno raggiunto i 66,8 miliardi di euro, rendendo il Dragone il principale partner commerciale extra-UE dell’Italia, dopo gli Stati Uniti.
Secondo una dichiarazione rilasciata dall’ufficio del primo ministro cinese Li Qiang, Pechino e Roma mirano ad aumentare “la cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra piccole e medie imprese nei settori della cantieristica navale, aerospaziale, delle nuove energie e dell’intelligenza artificiale”. Li e Meloni hanno poi partecipato a un forum commerciale Italia-Cina, dove hanno annunciato sei nuovi accordi che riguardano diversi settori, tra cui i veicoli elettrici e le energie rinnovabili.
“Il Memorandum di cooperazione industriale che abbiamo firmato è un passo significativo”, ha detto Meloni al forum. “Include settori industriali strategici come la mobilità elettrica e le energie rinnovabili, settori in cui la Cina opera già da tempo sulla frontiera tecnologica”, ha aggiunto.
Gli obiettivi dell’Italia
Le relazioni tra Italia e Cina partiranno dai citati 66,8 miliardi di euro di interscambio. L’obiettivo è migliorare la cifra del 2023, ma anche migliorare lo stock di investimenti diretti esteri di Roma oltre la Muraglia, al momento pari a 15 miliardi, e tutelare le 1600 aziende italiane attive nel Paese asiatico nei settori tessile, meccanica, farmaceutica, energia e industria pesante. Nei primi cinque mesi del 2024, tra l’altro, le esportazioni italiane verso Pechino sono ammontate a 6,574 miliardi a fronte di 19,699 miliardi di importazioni.
Il secondo obiettivo chiama in causa un riequilibrio dei rapporti, o almeno un bilanciamento (quanto più possibile). Il Centro studi Confindustria ha fatto sapere che il potenziale export che l’Italia potrebbe colmare nel mercato cinese è di “2,4 miliardi di euro per i beni di consumo e 2 miliardi per quelli strumentali”.
Ma è davvero possibile sperare in qualcosa del genere? In teoria sì, il margine per operare c’è ed è evidente. C’è tuttavia da capire come si potrà concretizzare nella realtà l’intesa tra Pechino e Roma. Ricordiamo, infatti, che il governo Meloni è lo stesso che ha stracciato la Nuova Via della Seta. E che i cinesi potrebbero sì tendere la mano all’Italia, ma fino ad un certo punto.