L’inverno del venture italiano: i pre-seed crollano del 79% nel 2026. Colpa del Governo?

Dimitri Stagnitto

11 Maggio 2026 - 10:28

Nel primo trimestre 2026 il capitale destinato alle startup nascenti italiane è passato da 99 a 21 milioni di euro. La causa? Il disinteresse della politica.

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C’è un dato che andrebbe letto come una notizia di prima pagina, e che invece passa in sordina perché parla di un mondo, quello delle startup nei loro primissimi anni di vita, che in Italia non ha mai trovato la dignità che meriterebbe nel sistema economico moderno. Eppure è economia vera, anzi: è esattamente il punto in cui un’economia decide se permettersi un futuro o no.

Nel primo trimestre del 2026, secondo i dati diffusi da Italian Tech Alliance e analizzati da InnovUp insieme a un coordinamento di business angel che include Angels4Impact, Angels4Women, BAN, Doorway e IAB, in Italia il capitale investito nei round pre-seed e seed — cioè le primissime iniezioni di soldi che permettono a una nuova impresa di esistere — è passato da 99 milioni di euro a 21 milioni.

Meno settantotto virgola otto per cento in dodici mesi. Il numero di operazioni si è quasi dimezzato, da sessanta a trentuno. Il taglio medio del singolo round è sceso da 1,65 milioni a 0,68 milioni: meno cinquantotto virgola otto per cento. Tradotto: non solo si fanno meno scommesse sul futuro, ma quelle che si fanno sono più piccole, più timide, più impaurite.

InnovUp lo chiama già, senza eufemismi, «l’inverno del seed». E qui andrebbe fatta una considerazione spiacevole: questo collasso non è arrivato per un cigno nero, per una recessione globale, per una guerra valutaria. È arrivato per una scadenza burocratica annunciata e segnata da tempo sul calendario.

Una norma fatta morire per inerzia

Per quindici anni, in Italia, chi metteva soldi propri in una startup innovativa o in una PMI innovativa aveva diritto a una detrazione fiscale del 30% sull’investimento. Era la spina dorsale di tutto il sistema dei business angel italiani: non grandi fondi americani, ma medici, imprenditori, professionisti, manager con una liquidità da rischiare e un orizzonte lungo. La detrazione era lo strumento che rendeva ragionevole, per loro, scrivere un assegno da centomila o duecentomila euro su un’idea che statisticamente sarebbe morta.

Quella detrazione è scaduta il 31 dicembre 2025. Non è stata rinnovata, non è stata sostituita, non è stata convertita in qualcosa di strutturale. È stata, semplicemente, lasciata scadere. Per cinque mesi e mezzo, il legislatore ha lasciato il rubinetto chiuso senza dire se e quando lo avrebbe riaperto. La risposta del mercato è arrivata puntuale: meno settantanove per cento di capitali nei primi tre mesi.

Il direttore di InnovUp, Giorgio Ciron, è stato esplicito: «Quando si riducono Seed e Pre-seed, si riduce l’ossigeno che alimenta l’intera filiera dell’innovazione nei prossimi anni». E in un comunicato rivolto al MIMIT ha aggiunto che «il rischio è una riduzione strutturale delle nuove imprese finanziate e, a cascata, della capacità di generare scaleup e attrattività del mercato italiano».

Il punto dolente è probabilmente culturale prima ancora che politico: in Italia continua a esserci scarsa sensibilità politica verso il venture capital: lo si tratta come fosse un settore industriale come gli altri, dove se la domanda c’è il mercato la soddisferà.

Corretto, peccato che nel mondo del digitale 9 volte su 10 la domanda sia soddisfatta da aziende straniere, il più delle volte ampiamente finanziate e sussidiate proprio per andare a prendersi il dominio dei mercati esteri. Prendiamo l’ultimo caso importante, quello dell’AI: anche se il CEO dell’azienda che sta vincendo questa guerra tecnologica ha origini palesemente italiane, il nostro Paese è totalmente fuori dalla competizione. Non esiste alcun ecosistema che avrebbe potuto permettere a un Dario Amodei italiano di sviluppare industrialmente qualcosa come Anthropic, visti gli enormi investimenti in ballo e la necessità di un contesto infrastrutturale sul fronte hardware.

Il venture di oggi è figlio delle politiche folli del passato: mancano le grandi aziende sotto la cui ala possano svilupparsi le aziende innovative del futuro. In questo contesto il credito di imposta era quantomeno un piccolo cerotto su una ferita aperta, un piccolo incentivo al capitale provato, distribuito, a dare risorse a chi ci prova pur essendo in Italia.

Sia ben chiaro, anche per le cifre espresse sopra: si trattava comunque di una scuola materna per il livello del gioco, ora senza questo incentivo siamo tornati all’asilo nido.

Per rivedere qualcosa di significativo in Italia si dovrebbe tornare ai modelli di economia mista che hanno fatto la fortuna di questo paese. In quel contesto, se ben amministrato, potrebbe svilupparsi l’ambiente ideale per la nascita di nuove startup. Aziende che, se fanno qualcosa di buono, possano sapere di avere nel proprio paese un grande cliente, ancor più che un investitore. Del resto, questo è l’ingrediente segreto (di pulcinella) dell’ecosistema della Silicon Valley.

La situazione in Europa
Mentre noi ci attorcigliamo su questo, l’Europa lavora. Solo nel mese di gennaio 2026 il continente ha registrato cinque nuovi unicorni — Aikido Security in Belgio, Cast AI dalla Lituania, Harmattan AI dalla Francia, Preply, Osapiens dalla Germania — e nel primo trimestre il venture capital complessivo europeo è cresciuto di circa il trenta per cento sull’anno precedente, sfiorando i diciassette miliardi di dollari.

Francia e Germania trattano la detrazione per i business angel come un pilastro consolidato, non come un’agevolazione di volta in volta da rinegoziare. Da loro non ci si chiede ogni dicembre se a gennaio ci sarà ancora il 30%: si dà per scontato che ci sarà, perché senza non c’è ecosistema.

La controvoce: davvero serve l’incentivo, o stiamo solo finanziando idee mediocri?

C’è una controvoce che va anticipata, perché esiste e ha una sua dignità. La contrazione, dirà qualcuno, è semplicemente selettività sana: meno round-fuffa, ticket medi più allineati al valore reale delle idee, meno soldi pubblici dispersi su startup che non si sarebbero comunque mai trasformate in nulla.

Purtroppo questo è un argomento fondato: dove ci sono incentivi prosperano le mentalità profittatorie e il digitale italiano è certamente più ricco di imbonitori che di talenti tecnici e imprenditoriali, quantomeno i primi si vedono di più in giro. Tuttavia questo aspetto andrebbe tollerato in una politica di lungo corso, soprattutto, come dicevo prima, occorre lavorare alla creazione di ecosistemi e filiere di valore: gli incentivi fiscali sono solo un ingrediente, non possono essere l’intera ricetta.

Quando le startup nasceranno in un contesto più favorevole, dove lo Stato e le grandi aziende italiane saranno culturalmente portate a considerare le opzioni italiane come prioritarie nel proprio albo fornitori, aprendosi ad attivare contratti anche solo con l’intento di testarle e farle progredire, emergeranno gli imprenditori che hanno testa e voglia per pensare in grande e fare prodotti veri e solidi.

Alle aziende servono i clienti più che i finanziatori, questo è vero per tutte, le startup non fanno eccezione.

L’Italia sarà mai pronta a dare fiducia alle proprie capacità innovative acquistando prodotti e servizi dalle startup italiane? Mentre aspettiamo la risposta a questa domanda, sarebbe opportuno riattivare la misura del credito di imposta. Almeno un cerotto, questa ferita, lo merita.

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