L’interventismo statale di Trump sta funzionando?

Guido Giaume

19 Agosto 2026 - 09:40

L’illusione che l’intervento pubblico diretto possa governare complessità sistemiche senza generare effetti collaterali non è probabile

L’interventismo statale di Trump sta funzionando?

Osserviamo che se uno Stato tenta di sostituirsi al mercato — che si tratti di proiettare la propria forza militare per controlalre le rotte commerciali o di finanziare campioni nazionali dell’hi-tech — il costo reale tende a superare le stime iniziali, generando (anche) distorsioni a catena.

1. L’epicentro della crisi: lo Stretto di Hormuz

Nel cuore del Medio Oriente, lo Stretto di Hormuz è diventato il punto di rottura della sicurezza globale. Nonostante gli Stati Uniti rivendichino il controllo dell’area, l’instabilità permanente ha costretto il settore privato ad adattarsi: oltre l’80% dei mercantili sceglie ora le acque dell’Oman per evitare i pedaggi e gli attacchi iraniani, spesso spegnendo i transponder e navigando al buio (c.d. dark traffic).

2. Le onde d’urto sui mercati emergenti e sulle catene globali

L’inefficacia della copertura di sicurezza nel Golfo scarica i suoi costi sui mercati globali, con impatti diretti su economie come quella indiana:

  • Scomparsa degli sconti: I raffinatori indiani si trovano costretti ad acquistare greggio a forti premi spot, mentre i vantaggi “storici” legati all’acquisto del petrolio russo e venezuelano sono svaniti.
  • Complicazioni logistiche: Il ricorso a rotte alternative o a flotte ombra spinge il prezzo finale del greggio del Golfo fino a 10 dollari al barile sopra il benchmark Brent che oggi è a 90 - 91 USD.
  • Aumento del rischio di escalation: La crisi minaccia di allargarsi ulteriormente, poiché l’Iran contempla ritorsioni contro basi americane sul suolo europeo (come in Bulgaria o a Cipro) nel caso di un prolungamento del conflitto da parte dell’amministrazione USA.

3. L’esaurimento della capacità di proiezione militare

Il tentativo degli Stati Uniti di presidiare il Golfo si scontra con i limiti delle proprie risorse ambientali e umane. La narrazione politica del «sostegno alle truppe» si scontra con la realtà operativa. Titola oggi un presigioso giornale USA:
«Le nostre truppe sono esauste. La risposta non è comprare un portachiavi.»
Deployment estremi, come i 200 giorni consecutivi in mare aperto della portaerei USS Abraham Lincoln, testimoniano come la proiezione militare illimitata generi un logoramento psicofisico drammatico sul personale, non risolvibile attraverso la sola retorica patriottica.

4. Il parallelismo domestico: l’intervento statale nell’economia (Il caso Intel)

La medesima dinamica si osserva quando lo Stato interviene sul fronte interno. La scelta del governo statunitense di acquisire una partecipazione diretta in Intel risponde alla stessa logica di tutela e controllo, ma produce risultati analoghi:

  • Distorsione del mercato: Entrare nel capitale di un’azienda in difficoltà crea moral hazard, alterando la libera concorrenza a scapito dei competitor privati più efficienti.
  • Rischio di gestione: L’esperimento di politica industriale si sta rivelando più oneroso e complesso del previsto, dimostrando come la gestione statale degli attivi privati fatichi a creare valore e finisca per gravare sui contribuenti.

La realtà ci mostra che dalla gestione dei flussi energetici nel Golfo Persico al sostegno dei colossi della tecnologia, l’illusione che l’intervento pubblico diretto possa governare complessità sistemiche senza generare effetti collaterali non è probabile: spesso si verificano costi logistici che si riflettono anche nella finanza pubblica e quindi sui risparmi delle famiglie, truppe esauste e demoralizzate e distorsioni di mercato a favore di pochi e pagate dalla collettività.