L’inflazione minaccia (di nuovo) l’economia. Il motivo è uno solo

Violetta Silvestri

11/01/2024

Torna lo spettro dell’inflazione, con il rischio sempre più realistico di un più prolungato caos nella rotta commerciale del Canale di Suez. Perché il Mar Rosso agitato è una minaccia economica?

L’inflazione minaccia (di nuovo) l’economia. Il motivo è uno solo

Passando da una crisi all’altra, la ripresa economica globale non ha tregua e l’inflazione torna a minacciare il mondo.

Gli attacchi dei militanti yemeniti nel Mar Rosso hanno di fatto chiuso una delle principali rotte commerciali globali alla maggior parte delle navi portacontainer che trasportano ogni tipo di bene da una parte all’altra del globo. E hanno sancito l’apertura di un altro fronte di guerra, che si aggiunge a quello di Gaza sempre più drammatico e dagli esiti imprevedibili.

La questione del conflitto sul Mar Rosso ha da subito assunto una rilevanza economica. Una chiusura prolungata dell’area e del Canale di Suez potrebbe intrappolare le catene di approvvigionamento globali e far salire i prezzi dei manufatti in un momento cruciale nella battaglia per sconfiggere l’inflazione. Sia gli Usa che l’Europa, infatti, si stavano avviando lentamente verso un rallentamento dei prezzi, facendo sperare consumatori e investitori nello stop definitivo al rialzo dei tassi.

Tuttavia, l’inflazione da offerta, ovvero generata da shock relativi alle forniture di materie prime e merci - gli stessi innescati dalla pandemia e dalla crisi energetica conseguente alla guerra in Ucraina - rischia di tornare protagonista. La deviazione delle navi dai consueti canali di passaggio intorno al Mar Rosso minaccia nuovi blocchi delle catene di approvvigionamenti. E i prezzi possono balzare.

Perché l’inflazione minaccia la ripresa? La risposta è nel Mar Rosso

Non c’è allarme, ma allerta sulla complessa e pericolosa situazione del Mar Rosso e gli esperti hanno iniziato a quantificare i danni economici di un potenziale blocco prolungato del passaggio delle navi mercantili.

L’interruzione delle spedizioni tramite questa rotta potrebbe portare all’impennata dell’inflazione su alcuni beni di consumo, ha commentato l’amministratore delegato di Tesco (tra i maggiori gruppi di distribuzione di generi alimentari in Europa e nel mondo).

“Se [navi portacontainer] devono fare il giro dell’Africa per raggiungere l’Europa, i tempi di spedizione si allungano, si limita lo spazio di spedizione e si aumentano i costi”, ha sottolineato Ken Murphy su Bloomberg. “Quindi ciò potrebbe far aumentare l’inflazione su alcuni articoli...”.

Una serie di attacchi da parte dei ribelli Houthi con sede nello Yemen contro navi commerciali in transito dal Mar Rosso verso il Canale di Suez hanno infatti già aumentato drasticamente le tariffe a breve termine per la spedizione di container tra Asia, Europa e Stati Uniti. La crisi è arrivata non molto tempo dopo l’interruzione delle normali spedizioni dell’era pandemica e ha costretto ancora una volta i rivenditori a considerare la resilienza delle loro catene di approvvigionamento.

L’allerta è reale e lo dimostra, per esempio, questo grafico elaborato dagli esperti Ispi:

Navi che transitano vicino al Capo di Buona Speranza Navi che transitano vicino al Capo di Buona Speranza Numero di navi in media alla settimana

Il commento degli analisti è chiaro nell’inquadrare cosa stia accadendo: “Da quando gli attacchi dei ribelli yemeniti sostenuti dall’Iran si sono intensificati, a metà dicembre, il numero di navi che decidono di circumnavigare l’Africa anziché attraversare il canale di Suez è aumentato notevolmente. Ad aumentare saranno anche i costi per gli importatori di merci che di norma attraverserebbero il Mar Rosso – inclusi, naturalmente, quelli europei”.

Tra le 10 maggiori compagnie di spedizioni di container, 6 di esse - vale a dire Maersk, MSC, Hapag-Lloyd, CMA CGM, ZIM e ONE - stanno in gran parte o completamente evitando il Mar Rosso per motivi di sicurezza.

Se la guerra tra Israele e Hamas si trasformasse in un conflitto regionale più ampio o gli Houthi decidessero di reindirizzare i loro attacchi verso petroliere e navi che trasportano materie prime cruciali come minerale di ferro, grano e legname, le conseguenze per l’economia globale sarebbero pesanti.

“In un contesto di conflitti crescenti, anche le forniture energetiche potrebbero essere sostanzialmente interrotte, portando ad un’impennata dei prezzi dell’energia, si legge in un rapporto della Banca Mondiale. “Ciò avrebbe ricadute significative sui prezzi di altre materie prime”.

La minaccia all’inflazione energetica è il rischio più grande, secondo Capital Economics.

“Mentre è improbabile che le attuali interruzioni delle spedizioni possano fermare la tendenza globale al calo dell’inflazione, una marcata escalation del conflitto militare potrebbe aumentare i prezzi dell’energia, che verrebbero trasferiti sui consumatori”, hanno scritto Simon MacAdam e Lily Millard.

Anche Oxford Economics prevede che l’inflazione continuerà a diminuire, ma vede ancora un rischio al rialzo per i prezzi. Se i costi di trasporto dei container si mantenessero attorno ai livelli attuali – quasi il doppio rispetto al livello di inizio dicembre – ciò potrebbe spingere l’inflazione mondiale di circa 0,6 punti percentuali, ha scritto in una nota il 4 gennaio Ben May, direttore della ricerca macroeconomica globale dell’azienda.

Da considerare, infine, che secondo le stime di Judah Levine, capo della ricerca presso la società di logistica Freightos, i “prezzi tutto compreso” di 5.000-8.000 dollari per container per le principali rotte commerciali originarie dell’Asia sono da 2,5 a 4 volte superiori ai “livelli normali” per questo periodo dell’anno.

Tuttavia, questo valore è ancora del 45%-75% inferiore al loro “picco pandemico” alla fine del 2021, ha osservato Levine. Allora, l’impennata della domanda di beni da parte dei consumatori costretti a casa si scontrava con i colli di bottiglia dell’offerta, che andavano dalla carenza di container alla congestione dei porti.

Inflazione e incertezza: cosa temono le grandi aziende?

Il caos del Mar Rosso sta avendo ripercussioni sui piani di spedizione, e in generale dell’import/export, delle grandi aziende.

“Alcune case automobilistiche europee hanno dirottato le loro spedizioni attorno al Capo di Buona Speranza. Ciò ha comportato costi più elevati e ritardi di circa due settimane”, ha affermato un portavoce dell’Associazione europea dei produttori di automobili.

Rivenditori come l’azienda svedese di mobili Ikea hanno avvertito di ritardi nelle spedizioni e di possibili carenze di alcuni prodotti. Allo stesso modo, il rivenditore di abbigliamento britannico Next ha avvertito di probabili ritardi nelle consegne delle scorte nella prima parte dell’anno.

Anche Crocs ha affermato che gli articoli destinati all’Europa impiegano due settimane in più del solito per arrivare.

Simon Roberts, amministratore delegato di J Sainsbury Plc, ha dichiarato che la sua catena di supermercati sta lavorando a stretto contatto con il governo britannico per mitigare gli effetti dei disordini nel Mar Rosso.

La paura di sconvolgimenti nel normale flusso di merci esiste. Non si parla di allarme o di un vero e proprio terremoto, per ora. Tuttavia, l’incertezza sul prossimo futuro - riguardante soprattutto l’evoluzione della guerra Israele-Gaza e del potenziale ampliamento in medio Oriente - minaccia l’economia globale e rischia di spingere l’inflazione.

“Gli shock dal lato dell’offerta sono particolarmente difficili da gestire utilizzando gli strumenti di politica monetaria”, ha ricordato il vice presidente Bce de Guindos, specificando anche che l’inflazione è destinata a risalire in modo transitorio in Eurozona.

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