“Pecché io so’ uno a lèggere, e ‘lloro so’ milioni a scrivere!» diceva Massimo Troisi nel film del 2016 “le vie del Signore sono finite”.
Mai come oggi scrivere è diventato un atto comune. Non solo un esercizio creativo, ma una forma di identità, una dichiarazione di esistenza. In Italia la scrittura è ormai un fenomeno di massa: ogni anno migliaia di persone inviano manoscritti a case editrici, aprono blog narrativi o autopubblicano romanzi sulle piattaforme online.
Il desiderio di emergere nel mondo della narrativa non riguarda più solo chi sogna la carriera letteraria, ma anche professionisti, studenti, pensionati. Scrivere è diventato un linguaggio trasversale, un modo per dare forma al proprio vissuto o per cercare visibilità. È il segno di un’epoca che ha reso accessibile l’autorialità, anche grazie all’intelligenza artificiale. Ma tutto questo a chi giova?
Il mercato del libro: crisi di lettori
Nel 2024 il mercato del libro italiano ha segnato una flessione in valore rispetto al 2023 dell’1,5% (pari a 23,2 milioni di euro) con vendite pari a circa 1,5 miliardi di euro. In termini quantitativi il calo è stato di 2,4 milioni di copie vendute in meno (settore editoria di varia, quindi libri destinati al grande pubblico, esclusi i testi scolastici, professionali e universitari – dati Associazione Italiana Editori).
Il settore in Italia impiega circa 70.000 addetti, contando tutta la filiera compreso l’indotto, con 5mila editori che pubblicano 80mila libri l’anno. E’ strettamente collegato alle capacità culturali del Paese. Secondo l’ultima edizione del Programme for the International Assessment of Adult Competencies (PIAAC), redatto dall’OCSE, che misura le competenze degli adulti tra i 16 e i 65 anni, l’Italia continua a collocarsi nelle posizioni più basse tra i paesi europei. Oltre un terzo della popolazione adulta è in grado di leggere solo testi semplici — come brevi istruzioni o avvisi diretti — ma incontra difficoltà a comprendere articoli di giornale, documenti amministrativi o comunicazioni con informazioni implicite. Sono i cosiddetti analfabeti funzionali, persone che sanno leggere ma non riescono a utilizzare la lettura come strumento di conoscenza, partecipazione e autonomia. In altre parole, i libri farebbero loro solo del bene, e invece restano spesso fuori dall’ orizzonte quotidiano.
La piramide rovesciata dell’editoria
L’industria del libro vive una contraddizione profonda: da un lato una sovrapproduzione narrativa, dall’altro una crisi strutturale della domanda.
Il mercato editoriale è saldamente controllato da pochi grandi gruppi — Mondadori, Feltrinelli, GEMS (Gruppo Editoriale Mauri Spagnol) e Giunti — che insieme detengono circa il 70% del comparto trade. Questi grandi gruppi, negli ultimi decenni, hanno progressivamente acquisito marchi storici per rafforzare la propria posizione. Mondadori ha inglobato realtà come Rizzoli, Fabbri e Adelphi, Giunti ha rilevato Bompiani, mentre GEMS ha costruito un polo diversificato con marchi come Longanesi, Guanda, Salani, TEA, Corbaccio, Garzanti, Newton Compton e Chiarelettere, coprendo narrativa, saggistica, libri per ragazzi e nuovi formati digitali. Dietro queste operazioni ci sono motivazioni economiche e finanziarie precise: acquisire marchi storici consente di aumentare il potere contrattuale con distributori e librerie, ottimizzare i costi e diversificare il rischio. Il gruppo Feltrinelli ha invece puntato sull’ integrazione verticale, cioè combinando editoria, distribuzione fisica e online. Questo modello gli consente di competere efficacemente, sfruttando il controllo diretto sulla vendita e la distribuzione, aumentando il margine operativo e riducendo la dipendenza dai canali tradizionali.
Tutt’intorno si muove una costellazione di editori indipendenti, spesso laboratori di sperimentazione e ricerca di nuovi talenti emergenti ma che per sopravvivere devono soprattutto catturare, per sostenere i bilanci, i contributi degli scrittori esordienti disposti a pagare pur di vedere stampato il proprio libro, alimentando un’economia del “successo a pagamento” che riflette la precarietà dell’intero sistema.
Dall’altro lato della piramide il romanzo d’esordio, un tempo evento raro, è diventato un prodotto seriale: migliaia di nuovi titoli ogni anno, in gran parte destinati a non raggiungere il pubblico. La narrazione è divenuta un bene sovrabbondante, ma non necessariamente migliore. Le case editrici ricevono decine di manoscritti al giorno, e la selezione è sempre più condizionata dal potenziale commerciale o dall’esposizione mediatica dell’autore. Ciò ha svuotato di significato la distinzione tra autore e pubblico, eroso la competenza ed i contenuti delle opere attraverso l’ omologazione e generato sovrapproduzione e perdita di valore - le opere non sedimentano, ma si dissolvono nel flusso.
Self publishing e scrittura digitale
La rivoluzione tecnologica ha reso accessibile ciò che un tempo era privilegio di pochi. Con piattaforme come Amazon KDP, StreetLib, Youcanprint e Wattpad, chiunque può pubblicare un libro in autonomia, curandone impaginazione, copertina e promozione.
Il self publishing rappresenta oggi circa il 15% dei nuovi titoli pubblicati in Italia, con un giro d’affari stimato in oltre 20 milioni di euro l’anno. È un settore in crescita costante, alimentato da una promessa di libertà e visibilità. Ma, nella maggior parte dei casi, l’autopubblicazione resta una vetrina personale più che una vera opportunità economica: pochi autori riescono a superare il centinaio di copie vendute.
La figura dello scrittore contemporaneo si è trasformata in quella di un micro-imprenditore: cura il proprio brand, gestisce i social, pianifica campagne pubblicitarie e interagisce direttamente con i lettori. La scrittura è diventata un progetto di marketing, e il talento, spesso, non è la componente primaria del successo.
L’industria dell’aspirazione
Intorno al sogno di pubblicare si è sviluppata una nuova economia parallela dei servizi culturali. Agenzie letterarie, scuole di scrittura, corsi online, laboratori di editing e premi a pagamento compongono un ecosistema che intercetta il desiderio di emergere.
Secondo stime di settore, l’insieme dei servizi editoriali per aspiranti autori muove in Italia oltre 40 milioni di euro l’anno.
Scuole come la Holden di Torino, Belleville a Milano o la Bottega di Narrazione di Roma formano centinaia di allievi, spesso più motivati dalla speranza di pubblicare che dalla ricerca di uno stile.
È la trasformazione del sogno in industria. Ogni autore è anche un cliente, ogni manoscritto un potenziale investimento. Le agenzie letterarie si moltiplicano, offrendo rappresentanza e consulenza; le case editrici a pagamento prosperano, garantendo visibilità in cambio di quote di stampa. Nel panorama editoriale italiano è ancora molto diffusa la cosiddetta editoria a pagamento, o EAP, una formula in cui l’autore contribuisce economicamente alla pubblicazione del proprio libro. A differenza delle case editrici tradizionali, che investono sull’autore assumendosi il rischio d’impresa, quelle a pagamento chiedono invece un contributo economico diretto, spesso giustificato come “quota di coedizione” o “pacchetto di servizi editoriali”. Tale contributo può assumere varie forme: un versamento fisso (generalmente tra 2.000 e 6.000 euro) oppure — più frequentemente — l’obbligo per l’autore di acquistare un certo numero di copie del proprio libro, di solito tra le 100 e le 500. In pratica, questo acquisto iniziale costituisce il vero margine economico dell’editore, che così ottiene un utile certo indipendentemente dalle vendite al pubblico. A fronte del pagamento, la casa editrice offre una serie di servizi: editing e correzione bozze, impaginazione e grafica di copertina, stampa e distribuzione (spesso limitata alle librerie online o su ordinazione) e, nei pacchetti più completi, attività promozionali come l’invio di comunicati stampa, la presentazione del libro in eventi dedicati, la produzione di materiale pubblicitario o video promozionali, e talvolta la gestione dei social media dell’autore. Tuttavia, in molti casi tali servizi si rivelano standardizzati e di scarso impatto commerciale, mentre la reale distribuzione sul territorio rimane marginale, così come la rendicontazione delle copie vendute inesistente. Per questo motivo, l’editoria a pagamento rappresenta di fatto un modello in cui il rischio economico è totalmente trasferito sull’autore, mentre per l’editore il profitto è assicurato fin dal primo contratto, indipendentemente dal successo o dall’insuccesso del libro.
I fattori strutturali della bassa domanda di libri
Oltre alle già citate scarse competenze di lettura, inferiori alla media OCSE, esistono altre motivazioni strutturali che spiegano la bassa propensione alla lettura in Italia. In primo luogo, i redditi medi più bassi e la percezione del libro come bene non essenziale limitano la spesa culturale delle famiglie. A questo si aggiunge la debole trasmissione familiare dell’abitudine alla lettura: chi cresce in un contesto dove leggere non è normale difficilmente sviluppa interesse da adulto. Un ulteriore fattore è rappresentato dall’erosione dell’attenzione causata dai media digitali: social network, piattaforme video e streaming hanno ridotto la soglia di concentrazione e aumentato la preferenza per contenuti brevi, immediati e visivi. Anche il mercato editoriale contribuisce al problema: dominato da pochi grandi gruppi, privilegia titoli di immediata vendibilità, spesso a scapito della varietà e della qualità letteraria. Infine, le politiche pubbliche restano frammentarie e incapaci di invertire un trend di lungo periodo. Misure come la “18app”, oggi sostituita dalle Carte Cultura e del Merito (bonus governativi in denaro da spendere in prodotti culturali come libri, biglietti per cinema, teatro, musei, concerti e corsi culturali) hanno sostenuto temporaneamente la domanda, ma non hanno inciso in maniera strutturale. Manca una strategia organica di promozione della lettura che coinvolga scuola, media e territorio, come avviene in Francia o nei paesi nordici, dove la lettura è una pratica più radicata e valorizzata.
Ripensare l’editoria: incentivi, reti e nuovi modelli del digitale per una nuova qualità
L’editoria vive una tensione permanente tra la scrittura di qualità e la redditività immediata. Le grandi case editrici, spinte da logiche finanziarie e algoritmi di visibilità, tendono a privilegiare titoli riconoscibili, format narrativi e autori “spendibili” sui media. Le case editrici più piccole si accontentano dei contributi degli autori per sostentare la redditività. Uscire da questo impasse richiede un cambio di paradigma su più fronti.
Sul piano economico, servono incentivi fiscali e fondi pubblici per l’editoria indipendente, analoghi a quelli destinati al cinema o al teatro, così da sostenere la ricerca letteraria non immediatamente commerciale.
Sul piano distributivo, la creazione di piattaforme cooperative e reti librarie che diano spazio agli editori minori permetterebbe una maggiore pluralità di voci.
Sul piano digitale, andrebbero sperimentati modelli alternativi di visibilità — dai club del libro curati da lettori competenti alle app editoriali che privilegiano la qualità del testo sull’engagement.
Infine, sul piano culturale ed educativo, la scuola e i media dovrebbero tornare a formare lettori consapevoli, capaci di riconoscere e premiare la scrittura che resiste al consumo rapido.
Solo ricostruendo un ecosistema che premi la qualità, la letteratura può tornare a essere un bene culturale e non solo un prodotto.