È stata una trappola, quella tesa a Tobruk, che ha utilizzato l’immigrazione clandestina e le forti preoccupazioni che suscita nei governi dei Paesi europei bagnati dal Mediterraneo, per forzare la mano sul piano delle relazioni internazionali: nella guerra ibrida, in corso da tempo anche all’interno dell’Unione europea per indebolire i Paesi concorrenti, ogni strumento può essere usato se serve per piegare il nemico.
In questo caso, il blocco dell’emigrazione clandestina era la moneta di scambio messa sul tavolo dal regime di Tobruk in cambio del suo riconoscimento ufficiale sul piano delle relazioni internazionali. Ed invece, si sono limitate a prendere atto di una sorta di cortocircuito su una questione di Protocollo diplomatico, le cronache che hanno riferito dell’epilogo non commendevole della missione europea recatasi nella Libia orientale per affrontare il tema dei flussi di migranti illegali che partono da quelle coste dopo essere arrivati anche per via aerea da tanti Paesi dove operano e prosperano i trafficanti di disperati.
La delegazione, guidata dal Commissario europeo Magnus Brunner che ha la delega per gli Affari interni e la Migrazione e di cui facevano parte i Ministri degli Interni di Grecia, Italia e Malta, avrebbe dovuto discutere di questo problema direttamente con il generale Khalifa Haftar, Comandante della LNA (Lybian National Army) con base a Tobruk, ma è stata immediatamente respinta dalle Autorità locali per aver rifiutato un incontro allargato ai Ministri degli Interni e degli Esteri di quello che si autodefinisce un Governo legittimo: accettare l’incontro avrebbe significato riconoscerne la legittimità sul piano delle relazioni internazionali, creando una situazione che avrebbe minato l’unità della Libia e la sovranità sulla Cirenaica da parte del governo di Tripoli.
Quindi, il cerchio si chiude: Tobruk continua ad alimentare il traffico di clandestini come strumento di ricatto. Questa è la guerra ibrida, ed i migranti clandestini sono un’arma di destabilizzazione.
Le migrazioni della popolazione civile provocate dalle guerre sono la regola, e non è un caso che il recente cambio di regime in Siria sia stato accompagnato non solo dalla eliminazione delle sanzioni internazionali irrogate dai Paesi occidentali ai tempi di Assad, che ha trovato asilo in Russia, ma anche dalla eliminazione dello status di profugo di guerra meritevole dell’asilo per coloro che fuggivano da quel Paese per via della guerra civile che si combatteva senza esclusione di colpi.
E chissà che fine faranno, ora, i profughi siriani ospitati a centinaia di migliaia dalla Turchia, ma a spese della Ue, per evitare che arrivassero in Germania, loro meta agognata, dopo aver percorso con mezzi di fortuna la cosiddetta Rotta balcanica: la Cancelliera Angela Merkel comprese subito, dopo aver improvvidamente promesso ospitalità ai milioni di siriani desiderosi di integrarsi in Germania, la portata destabilizzante di quella ondata e chiese ad Ankara di fare da “Paese ospite”.
È ovvio che anche l’Italia sia oggetto delle migrazioni illegali per ragioni politiche: Tunisi, ad esempio, non ha alcun interesse ad ospitare e nutrire a sue spese le molte migliaia di uomini e donne che provengono dalle aree sub-sahariane. Lo stesso fa Tripoli, e non è un caso che gli Accordi raggiunti con Roma abbiano previsto la fornitura gratuita di motovedette per il pattugliamento delle coste al fine di bloccare i gommoni che vengono fatti salpare dalle tante spiagge dove si raccolgono i clandestini che hanno come destinazione iniziale l’Italia.
E non è casuale che gli Accordi di Dublino abbiano “incastrato” il Paese di prima accoglienza come unico responsabile sia della identificazione dei migranti comunque giunti sul loro territorio, che della verifica della sussistenza dei requisiti necessari per attribuire le misure di protezione internazionale nel caso di vessazioni subite in Patria per ragioni religiose, politiche o del loro orientamento sessuale.
Destabilizzare un Paese, suscitando rivolte contro il governo accusato di ogni nequizia, determina correnti migratorie che creano ulteriore destabilizzazione, talora non voluta: i profughi afgani, dopo la caduta del regime talebano di Kabul ottenuta dalle truppe americane, hanno destabilizzato il Pakistan che è un Paese storicamente legato agli USA.
Non è casuale che tutti i Presidenti americani, e non solo Donald Trump, abbiano cercato di bloccare l’immigrazione clandestina che attraversa la frontiera col Messico: fornisce manodopera a basso costo, manovalanza per la criminalità diffusa e lo spaccio della droga.
L’immigrazione clandestina è uno strumento di guerra ibrida, di destabilizzazione economica, sociale e politica dei Paesi avversari, che viene combattuta senza doverla dichiarare e soprattutto senza sporcarsi le mani.