L’Europa accumula terre rare come se non ci fosse un domani. Ecco i porti italiani coinvolti (e chi ci guadagna)

Sergio Giraldo

21/05/2026

La Cina può fermare l’Europa in 48 ore: le materie prime che mancano. Il segnale che i mercati non hanno ancora capito.

L’Europa accumula terre rare come se non ci fosse un domani. Ecco i porti italiani coinvolti (e chi ci guadagna)

C’è una domanda che i governi europei hanno evitato di porsi con la necessaria serietà per almeno un decennio, e che adesso si impone con una urgenza che non ammette ulteriori rinvii.

La domanda è semplice nella sua formulazione, complessa nelle sue implicazioni: da chi dipende l’Europa per i materiali senza i quali la sua industria, la sua difesa e la sua transizione energetica non possono funzionare?

La risposta, nella sua brutalità, è nota. Dipende dalla Cina per le terre rare, per il gallio, per il germanio, per il tungsteno e una miriade di altri materiali. Dipende dall’Indonesia per il nichel. Dipende da paesi che hanno dimostrato, in più di un’occasione, di essere disposti a usare questa dipendenza come strumento di pressione politica e commerciale. Ora l’Europa ha deciso di muoversi e di procedere con lo stoccaggio di materie prime critiche come tungsteno, terre rare, gallio.

In attesa di conferma definitiva, anche magnesio, germanio e grafite. I negoziati per lo stoccaggio fisico coinvolgono Rotterdam, Porto Marghera e Trieste. Dieci Stati membri lavorano nei gruppi tecnici, coordinati da Francia, Germania e Italia. La Francia, che presiede il G7, spinge per istituire un segretariato permanente che sopravviva alle presidenze di rotazione, consapevole che le strutture temporanee non producono autonomia duratura.

Tutti i minerali nella lista dell’Ue e che entreranno a fare parte dello stoccaggio comune europeo, ad eccezione del magnesio, figurano nell’elenco NATO dei dodici materiali ritenuti critici per la difesa. Non si tratta quindi soltanto di transizione energetica o di competitività industriale, anche se entrambe le dimensioni sono presenti e rilevanti. Si tratta di sicurezza nel senso più diretto del termine. Il tungsteno entra nella composizione dei proiettili perforanti e dei componenti aerospaziali ad alta resistenza, con la Cina che controlla oltre l’80% della produzione mondiale.

Le terre rare sono la materia prima dei magneti permanenti che muovono i motori elettrici e le turbine eoliche, con Pechino dominante sia nell’estrazione, con quote superiori al 60%, che nella raffinazione, dove la quota supera il 90%. Il gallio è indispensabile per i semiconduttori usati nei radar militari e nelle comunicazioni ad alta frequenza, e la Cina ne produce oltre il 90% mondiale, con restrizioni all’export già in vigore dal 2023.
Il magnesio, pur assente dalla lista NATO, rimane un nodo critico per l’industria automotive europea, come dimostrò con chiarezza la crisi del 2021, quando una riduzione della produzione cinese colpì direttamente i produttori di componenti in Germania e Francia.

Mentre l’Europa organizza le proprie riserve, la Cina si muove nella direzione opposta. Dal 15 giugno entrerà in vigore un nuovo quadro normativo sull’attività mineraria che attribuisce allo Stato il potere di fissare le quote di produzione, limitare le operazioni delle società minerarie e bloccare gli investimenti stranieri giudicati rischiosi per la sicurezza nazionale. Pechino sta inoltre costruendo le proprie riserve strategiche nazionali, con un obbligo minimo di conservazione delle risorse alla fonte di cinque anni.

A questo quadro già complesso si aggiunge una novità che merita attenzione. Il presidente indonesiano Subianto ha imposto che le esportazioni di carbone, ferroleghe (nichel compreso) e olio di palma passino esclusivamente attraverso imprese statali designate dal governo come unico esportatore autorizzato. La motivazione dichiarata è il recupero del valore perduto attraverso decenni di svendite delle ricchezze nazionali e intermediazione inefficiente, che il governo stima in 908 miliardi di dollari dal 1992.

Gli analisti di Panmure Liberum identificano tre conseguenze prevedibili. La prima è l’erosione dei margini per gli operatori privati locali. La seconda è un calo degli investimenti esteri nel settore estrattivo indonesiano nel medio termine. La terza, e più rilevante per i mercati internazionali, è un rialzo iniziale dei prezzi del nichel, almeno finché i consumatori globali non troveranno fornitori alternativi o adegueranno i propri consumi.
L’Indonesia produce tra il 45% e il 60% del nichel raffinato mondiale, una quota che non ha equivalenti in nessun’altra commodity strategica e che è direttamente legata alle batterie dei veicoli elettrici che l’Europa si è impegnata a produrre in quantità crescenti.

Occorre però essere chiari su cosa le riserve strategiche possono e non possono fare. Si tratta di uno strumento necessario, ma non risolutivo. Comprano tempo in caso di crisi acuta di fornitura, riducono la vulnerabilità ai picchi di prezzo indotti artificialmente, tolgono a chi controlla la produzione la capacità di esercitare una pressione immediata. Non risolvono però la dipendenza strutturale, che richiede investimenti di lungo periodo nella raffinazione interna, oggi quasi assente per la maggior parte dei materiali critici, e nello sviluppo di capacità industriali di riciclo dai prodotti a fine vita.