L’errore che accomuna un appalto pubblico e i tuoi risparmi. L’AI senza supervisione umana

Guido Giaume

22 Luglio 2026 - 07:42

Non è l’AI che sbaglia. È chi ci crede senza verificare e ci perde molti soldi.

L’errore che accomuna un appalto pubblico e i tuoi risparmi. L’AI senza supervisione umana

Cosa accomuna una sentenza del TAR Marche a un portafoglio costruito con l’aiuto dell’intelligenza artificiale?
Sulla carta, niente. Un caso riguarda un appalto pubblico per lavori di adeguamento sismico, l’altro i risparmi di una persona qualunque.
Ma la domanda a cui rispondono, senza saperlo, è la stessa.
Il 1° giugno il TAR Marche ha deciso un ricorso contro l’Agenzia del Demanio.

Una società esclusa da una gara ha impugnato il provvedimento sostenendo che la relazione del funzionario responsabile del procedimento conteneva richiami a sentenze del giudice amministrativo mai esistite, e argomentazioni ripetute in modo identico.
Il sospetto era di un’intelligenza artificiale usata senza dichiararlo e senza controllo.
Il TAR ha respinto il ricorso, ma non perché l’errore non contasse.

Ha spiegato che sopra quella relazione c’è un dirigente regionale che ha il compito di verificarla e farla propria prima che diventi una decisione: se il principio citato è inventato, l’atto cade; se è vero ma richiamato con un numero sbagliato, resta in piedi.
Non conta la precisione della citazione. Conta chi, con quale competenza, l’ha controllata prima di firmare.
Proviamo ad usare la stessa ottica dall’altra parte.

Prima domanda. Un investitore fai da te che ha fatto un po’ di prompting per il suo lavoro e quindi sa usare bene le AI chiede a Gemini un portafoglio su titoli legati all’export di gas naturale liquefatto, che è il tema caldo del momento.
La risposta arriva con una tabella: Cheniere Energy al 15%, Golar LNG al 6%, New Fortress Energy descritta come «operatore a piccola scala del comparto»; il resto diviso tra produttori di gas domestico americano. Tono da relazione professionale, cifre precise al punto percentuale.

Nuova domanda, nuova tabella. Il cliente chiede un fondo unico che copra l’intera filiera. Prima risposta: non esiste un ETF che la replichi «in modo puro». Due scambi dopo nella stessa conversazione compare: l’Alerian Midstream, in versione UCITS, che viene indicato come copertura di «circa il 90%» di quella stessa filiera.

Nuova domanda per affinare il tema. Il cliente alternative. Torna la tabella di prima, ma torna aggiornata: Cheniere non è più al 15%, è al 18%. Golar non è più al 6%, è all’8%. Tra un messaggio e l’altro non è uscita nessuna trimestrale, non è cambiato nessun prezzo che giustifichi lo scarto.

Le due risposte restano entrambe nel testo, una sopra l’altra, senza che la seconda corregga la prima.
New Fortress Energy, presente in tutte le tabelle, mantiene lo stesso peso e la stessa descrizione.
Nel periodo in cui il cliente fa queste domande, S&P ha già tagliato il rating dell’azienda a SD, default selettivo, dopo un mancato pagamento di interessi e l’avvio di una ristrutturazione da 6,6 miliardi di dollari.
Poco più sotto in tabella, Venture Global viene descritta in causa con un partner commerciale «per questioni contrattuali»: ma l’arbitrato con BP si era già concluso a suo sfavore, con un risarcimento da quantificare ma già superiore al miliardo di dollari.

Nessuna delle due notizie, entrambe pubbliche prima dell’ultima risposta, entra mai in tabella.
Qui la sequenza finisce, e comincia la verifica fatta non dalla conversazione, ma fuori da essa: il rating va cercato sul sito dell’agenzia, l’esito dell’arbitrato sui comunicati societari, la composizione reale dell’ETF sul fact sheet del gestore. Solo lì il 15% diventato 18% senza motivo, il fondo «impuro» diventato copertura al 90%, l’«operatore a piccola scala» già in default selettivo, smettono di sembrare dettagli e diventano quello che sono.

Sopra la relazione del funzionario marchigiano c’è un dirigente che deve controllarla prima di firmare. Sopra la tabella con Cheniere al 18% non c’è nessuno se non la stessa persona che ha fatto la domanda, con lo stesso grado di dimestichezza che l’ha portata a farla in quel modo, ma non necessariamente con la competenza per leggere criticamente ciò che le è stato risposto.
La domanda che accomuna le due storie, alla fine, non è se l’intelligenza artificiale sbagli. È chi, dopo, ha davvero la posizione per accorgersene.