Consideriamo questo paradosso del commercio internazionale: una multinazionale statunitense fornisce tecnologia e know-how gestionale a un’azienda in Europa. Quest’ultima usa questi input per produrre beni che vengono poi esportati negli Stati Uniti. Ne risulta un surplus commerciale europeo nei beni, ma i profitti finiscono nelle casse dell’impresa americana. È un bene o un male per l’economia USA?
Senza entrare nei dettagli di tutti i compromessi, qualcosa di simile accade realmente. Lorenz Emter, Michael Fidora, Fausto Pastoris, Martin Schmitz e Tobias Schuler descrivono queste dinamiche nell’articolo “US trade policies and the activity of US multinational enterprises in the euro area” (ECB Economic Bulletin, n. 4/2025).
Una figura chiave mostra il saldo delle partite correnti tra USA e UE, una misura che include non solo il commercio di beni, ma anche i servizi e i flussi di pagamento legati agli investimenti diretti esteri.
Saldo delle partite correnti tra USA e UE
Fonte: BCE
Le barre verso l’alto rappresentano il surplus europeo nei beni, con una parte significativa (in blu) dovuta a filiali di multinazionali USA nell’UE. Le barre verso il basso mostrano invece il surplus USA nei servizi (in rosso) e nei pagamenti da investimenti (in verde).
Secondo le stime della BCE, nel 2024 quasi il 30% del surplus europeo nei beni con gli USA è dovuto a transazioni delle filiali europee di MNE statunitensi, che spiegano anche circa il 90% del deficit europeo nei servizi.
Nel complesso, la bilancia dei pagamenti tra USA e area euro è vicina all’equilibrio. Ma se gli USA imponessero dazi contro le importazioni UE, ne risentirebbero anche le importazioni da filiali USA in Europa, la fornitura di servizi USA a queste imprese e i ritorni sugli investimenti americani nell’eurozona.
In conclusione:
1. Considerare solo il saldo dei beni può essere fuorviante;
2. I dazi hanno implicazioni complesse;
3. Le imprese statunitensi che operano globalmente sono tra le più produttive e competitive del mondo.
Questo articolo è ripreso e tradotto da Conversable Economist.